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La dittatura del “non perderti nulla”

Sono iscritto a Facebook dal 2008, nello stesso anno mi sono registrato anche a Twitter. Nel periodo successivo ho provato un po’ di tutto (sembra una frase lisergica, non a caso credo) Instagram, Path, Google Plus, Pinterest, Linkedin e MySpace (o quello che ne rimane). Col tempo ho cominciato a sviluppare un rapporto di amore e odio nei confronti dei social media: ci sono momenti in cui sento una sorta di tensione attrattiva irresistibile, un’eccitazione da like, feedback share e quant’altro; altre volte ho un rifiuto, quasi un rigurgito che più volte mi ha portato a chiudere (e riaprire, tanto cambia poco) il mio account di Facebook (non ho mai sentito questa pressione da altri social). Ultimamente questa dicotomia mi ha portato a una sorta di indifferenza: ci sono troppe cose, troppe informazioni e il mio cervello ha smesso di analizzarle. Per ovviare a questo stress da informazioni FB ha da anni implementato un algoritmo che dovrebbe aiutarmi a scegliere cosa guardare, ed evitare così che mi perda nel fluire dei contenuti: grazie Mr. Z. ma, aggiungo io, chi te la chiesto? Perchè dovrei per forza vedere delle cose che sono avvenute mentre ero via? Che sono avvenute giorni fa? Che sono avvenute in mia assenza e per questo, forse, destinate a non passare davanti ai miei occhi?

E’ notizia di ieri che anche Instagram, l’ultimo social di flusso (in cui cosa posti viene visto in ordine cronologico) introdurrà una timeline “intelligente” in grado di proporre all’utente i post più interessanti, basati sui suoi interessi e le sue amicizie. A quanto pare è stato calcolato che ogni giorno una persona riesce a vedere solo il 30% di ciò che viene prodotto sulla sua timeline. La versione di Instagram è semplice: vogliamo rendere la navigazione più completa, dando la possibilità di vedere quanto più possibile di quel 30% di contenuti prodotti dai nostri amici. Ma è davvero questo il motivo? Per il bene della nostra socialità? La mia versione è un po’ meno “sociale”: inserire un algoritmo permette al social di manipolare la visione dei contenuti. Se prima si era sicuri che il nostro contenuto, seppur affondato nella timeline, sarebbe stato visibile a tutti i nostri follower, ora non lo saremo più (è ancora in beta, ma una volta andato a regime, sarà irreversibile, a differenza di Twitter “moments” che può essere “skippato” dall’utente): l’algoritmo (probabilmente lo stesso usato da Facebook) sceglierà per noi (con noi…ehm…) i contenuti da visualizzare. Se aggiungete “contenuto sponsorizzato” all’equazione saprete a cosa Instagram sta puntando: monetizzazione.

Quello di cui sono sicuro è che negli ultimi 5 anni, in cui i social sono esplosi e si sono affermati come strumento globale di comunicazione, (a differenza di quanto dice Zuckerberg) non mi sento più vicino, più legato, più in sincronia con il mondo che mi circonda. Anzi, la sensazione che ho è di essere rimasto indietro, di non riuscire a correre abbastanza veloce, come uno sguardo impazzito che cerca di inseguire ogni singolo istante fuori da un finestrino di un treno in corsa, vago senza meta, fino a quando esausto scelgo un punto fisso, di fatto rinunciando a comprendere. Siamo davvero fatti per sopportare tutto questo? Siamo fatti per avere questo livello di empatia, per conoscere, per guardare, per fruire di un numero di contenuti così sconfinato? Non sto parlando di un problema di multitasking, di perdita dell’attenzione, quanto più di insufficienza empatica.