La festa della Repubblica anormale
La democrazia malata ha bisogno di riforme strutturali non del carisma dei politici.

di Antonio Cianfarini
Un altro 2 giugno. La casalinga di Voghera e il signor Rossi non trovano più le certezze che avevano in passato e si chiedono che cosa devono fare per riaverle. Da vent’anni a questa parte, il loro ascensore sociale si è dapprima bloccato e poi ha iniziato una lenta discesa. Talvolta, capita che i due s’incontrino al mercato o alla posta, luoghi che l’immaginario collettivo ha trasformato nell’anticamera inquietante dell’impoverimento: sentire le buste della spesa più leggere o pagare le bollette giustificano i loro profondi sospiri. È qui che hanno la loro piccola ed appartata piazza dove poter sfogare i risentimenti e le ansie. Ed è sempre qui che hanno fatto una scoperta raccapricciante: essi vanno perdendo la loro immagine di classe media riflessa nella società, stanno diventando invisibili. E per questo motivo si chiedono se anche i loro valori morali, che credevano radicati nel Paese, siano destinati a scomparire.
Da tempo questa coppia di signori italiani è oggetto di domande da parte di sociologi, politologi, antropologi che studiano le tendenze della massa, cercando di ricavarne il ritmo della storia contemporanea nell’evoluzione delle coscienze. Oggi, invece, sono loro due ad avere qualche domanda da fare agli illustri studiosi. Infatti, le parole “in un paese normale certe cose non accadono” girano attorno alle loro teste, come anelli di Saturno. Eh, già, ma quali sono i parametri osservati per definire il livello di normalità di un paese sviluppato dell’Occidente? Forse il Pil, il welfare, il debito pubblico, l’istruzione, la giustizia, la confessione religiosa, la collocazione geografica, il tasso di criminalità o che cosa altro ancora? A tal riguardo basterebbe andarsi a leggere le statistiche che incasellano pregi e difetti dei singoli Stati per far nascere un bel po’ di dubbi sulla normalità propagandata agli italiani e quella che le classifiche realisticamente ci attribuiscono, avvisandoci che dobbiamo ancora crescere e migliorare.
Denunciare le anormalità nel Paese è comunque un’azione carica di significati negativi e discredita inevitabilmente anche quei cittadini che sembrano tollerare tutto quanto venga fatto loro, filtrando a maglie strette un sentimento di disapprovazione comune. L’impressione che se ne ricava è di una collettività disunita che prova, però, piacere nell’autocommiserazione per via dell’effetto liberatorio rilasciato, smascherando finalmente un retaggio del passato che ha alimentato un’illusoria prospettiva di vita. In questo senso è emblematica la questione previdenziale dove il divario tra le pensioni calcolate con i due sistemi retributivo e contributivo sarà il campo delle prossime battaglie politiche per conquistare un Paese di vecchi, che dovranno fare attenzione alle strumentalizzazioni dei cacciatori di voti.
Ma non è tutto. Spesso, nel dibattito politico c’è chi, dotato di natura obliqua, ruba il ruolo all’osservatore esterno, al giornalista, all’uomo della strada e si appropria con consumata indignazione dell’immagine di “Paese normale” con un duplice scopo: da una parte deve nascondere i propri errori segreti e dall’altra lascia intendere che il marcio sia tutto dall’altra parte. È un’arma della retorica che però non trova fortuna con chi può sollevare lo scudo verginale della nuova generazione di politici arrivati dopo il disastro economico. E qui la nostra coppia ha un’altra domanda da fare: i nuovi politici saranno migliori di quelli passati? È una domanda dal valore inestimabile, perché si basa su due altissimi criteri: onestà e competenza, spesso però travolti dal carisma personale del candidato.
L’esperienza accumulata dal 1992 in poi ci dimostra che più una nazione è carente di buon senso e di onestà intellettuale più si appesantisce di norme mirate a sviscerare il comportamento umano in ogni singola situazione e a sanzionarne eventuali abusi. Probabilmente, la stessa Costituzione a riscriverla oggi necessiterebbe di qualche migliaio di articoli che poi rinvierebbero a qualche milione di leggi: un’impresa folle! Perciò, il problema della scelta che si crea l’elettore italiano quando vota per eleggere i rappresentanti del popolo è fuori dalla portata del legislatore, perché quest’ultimo può tentare di garantire l’onestà pregressa del candidato, ma nulla può per accertarne le doti di statista e soprattutto nulla può per depurare il giudizio dell’elettore dall’influenza del carisma del candidato.
Arrivati a questo punto, la casalinga di Voghera ed il signor Rossi si guardano negli occhi, lei vorrebbe dargli forza e lui la vorrebbe consolare. Entrambi sanno che per fare una nazione di successo non basta eleggere una persona di successo; sanno pure che la questione morale è fondamentale, ma l’onestà senza una visione da realizzare diventa l’accademia delle buone intenzioni; e sanno, infine, che se il politico litiga con il giudice, che litiga con il filosofo, che litiga con lo storico tutti, benché saggi, avranno delle rivendicazioni irrinunciabili. Ma nel frattempo la nostra cara coppia finirà stritolata, oppure esasperata voterà d’impulso alla “spero in Dio”, oppure non voterà affatto, e l’astensionismo è il suicidio del senso civico. Insomma, in tutti e tre i casi i princìpi della democrazia saranno umiliati. Ecco quando un Paese non è normale, in qualsiasi parte del mondo.
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