La fine del lavoro e quella della politica

Sulla robotizzazione che ammazza i posti di lavoro: “I governi devono fare qualcosa prima che i loro popoli si arrabbino”.

Di Alessandro Gilioli

Alla Camera, è stato presentato il libro di Riccardo Staglianò Al posto tuo — Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, che già in passato ho consigliato a chiunque voglia capire qualcosa di più su quello che sta succedendo al lavoro, in Italia e nel mondo. Cioè la sua rarefazione dovuta al fatto che le tecnologie stanno sostituendo non più solo le professioni manuali, ma anche quelle del terziario.

E, al contrario di quanto avvenuto nelle rivoluzioni precedenti (dall’agricoltura all’industria, poi dall’industria al terziario), questa volta i posti di lavoro eliminati non vengono sostituiti da altrettanti nel nuovo sistema di produzione (quello basato su digitale, robotizzazione, intelligenza artificiale, big data etc). Tendenze alla mano, dati alla mano (molti sono nel libro di Staglianò, altri ne trovate qui, qui e qui, ad esempio). Il saldo tra nuovi posti di lavoro creati e posti di lavoro persi per sempre è di molto negativo. E nessuno al mondo (nessuno) pensa che sarà con il segno più.

Il tema è epocale, fondamentale. E ha strettamente a che fare con tutto quello che succede attorno a noi: dall’impoverimento del ceto medio al dumping salariale, da Trump e Foodora, dal Movimento 5 Stelle a Le Pen, da Putin a Podemos, fino alla gigantesca questione nostrana dei voucher (leggete gli spaventosi ultimi dati dell’Inps, sull’esplosione del loro utilizzo e sul reddito da fame di chi così sbarca il lunario).

Il tema è epocale, ma ieri pomeriggio non mi è parso che i parlamentari italiani siano interessatissimi: nella sala di Montecitorio in cui se ne parlava c’erano quattordici persone in tutto. Tredici, quando è andato via D’Incà, del Movimento 5 Stelle. Gli altri erano (ho chiesto alla fine) sindacalisti ed esponenti di associazioni di categoria. Oltre a qualche collaboratore dei quattro parlamentari che stavano sul palco con l’autore: l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, l’ex ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, più gli onorevoli Paolo Coppola ed Elisa Simoni.

Essendo tutti e quattro del Pd, nella mia veste di moderatore ho chiesto a Coppola (l’organizzatore dell’incontro) come mai questo monocolore, per un tema trasversale e fondamentale come quello posto dal libro di Staglianò. Mi ha risposto che cara grazia che c’erano quelli, e che negli altri gruppi della cosa non importa niente a nessuno. Non so se è vero, relata refero.

Anche lo sviluppo del dibattito è stato sulla stessa falsariga. Tutte brave persone, i quattro onorevoli al tavolo, s’intende. E a Coppola va dato il merito di aver portato la questione dentro il Palazzo. Ma non ho avuto per nulla la sensazione che fosse compresa la gravità del problema. Il suo essere madre di tutti gli altri problemi. Zero proprio.

Lo stesso Coppola, poi, ha sostenuto che la soluzione secondo lui è l’adattamento: dobbiamo adeguarci al nuovo, non cercare di fermarlo. E va beh. Damiano ha detto di aver nostalgia di Tino Faussone, il protagonista della Chiave a stella, poi ha messo in dubbio l’effetto devastante di quanto sta avvenendo sulla disponibilità di posti di lavoro.

A fronte di questo, ho cercato far venire fuori l’inevitabile convitato di pietra, se si affronta questa questione, cioè il reddito minimo.

Del resto se i giganti digitali decuplicano i profitti con un decimo dei dipendenti (e se questa è la tendenza) solo la tassazione di questi profitti e la loro redistribuzione col reddito minimo può salvare il meccanismo produzione-consumo su cui si regge l’economia.

In sala, solo Simoni si è schierata apertamente a favore. Per gli altri era tutto un “se ne può parlare, tutte le ipotesi di soluzione vanno messe sul tavolo, vedremo”.

Vedremo un cacchio, mi veniva da dire.

Ma da moderatore qual ero dovevo essere appunto moderato quindi non l’ho detto.

Mi sono limitato a chiosare, sul finale, che forse non è ancora chiarissima alla politica la rilevanza di quanto sta accadendo e l’urgenza di fare qualcosa. E, per non farmi dare dell’estremista, ho citato in proposito un articolo dell’Economist proprio sulla robotizzazione che ammazza i posti di lavoro: “I governi devono fare qualcosa prima che i loro popoli si arrabbino”.

Ecco, “before their people get angry”. L’articolo dell’Economist era di due anni fa. Prima della Brexit, prima di Trump, eccetera. Non so se è già troppo tardi.