La fortuna di poter inseguire i propri (improvvisi) desideri

Di Alessandro Frau

Stamattina, mentre facevo colazione, ho letto un articolo del Corriere della Sera (La 27esima ora) che mi ha fatto riflettere. Si tratta di uno sfogo che una giovane mamma lavoratrice rivolge a Beppe Severgnini. Il titolo è emblematico: «Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta». Vi raccomando di leggerlo perché insegna tante cose sulla nostra società, sulla nostra contemporaneità, ma anche sul nostro futuro. E su quello dei nostri figli.

Però, in tutto l’articolo, c’è un passaggio che non riesco a togliermi dalla testa. Questo:

Son passati 20 anni da quel tema e la realtà è che non sono diventata giornalista. Mi sono iscritta a giurisprudenza perché, figlia di magistrato, ho seguito il consiglio paterno, quel genere di consigli che ti pesano come macigni ma che ti sembrano ineluttabili, perché non riesci a contraddire la persona che per te è l’essenza della ragionevolezza. Son finita a fare l’avvocato, neanche troppo brava.

Ho provato pena per quella ragazza incapace di ribellarsi all’influenza paterna. Ho provato anche rabbia perché le conseguenze di “quel genere di consigli che ti pesano come macigni” (come le chiama S.P.) poi non se ne vanno mai più. Si depositano nell’unica parte del cervello che non può essere resettata. Quella dove si generano i rimpianti, la sofferenza, le domande ossessive in cerca di risposta.

Del resto lo sappiamo: sono pochi quelli che nella vita sono destinati a diventare molto bravi, ad avere visibilità. Spesso lo meritano, spesso no. Lo sappiamo, ci circondano, vorremmo essere come loro,li stimiamo, li invidiamo e li odiamo allo stesso tempo. Ma c’è una cosa sacrosanta che nessuno deve, e sottolineo deve, portarci via: il diritto di provarci. Di seguire il proprio istinto. Di sbagliare. Di accorgersi di essere “onestamente normali” e di accettarlo. Prima o dopo, a seconda del carattere. Nessuno dovrebbe indicarci una via che non sentiamo nostra.

Magari, S. P., non sarebbe stata “troppa brava” neanche come giornalista. Ma oggi non si sarebbe trovata a chiedersi “e se..”. Lo saprebbe e avrebbe scelto un’altra strada.

Sliding doors e vetrate prese con la fronte. Scelte. Ma fatte con consapevolezza, da soli, senza forzature. Conquiste e cicatrici.

Sold, futuro. Niente sogni (please).

E ne ho conosciuti tanti di ragazzi che hanno scelto facoltà universitarie per la “possibilità futura di trovare lavoro e serenità”. Meglio medicina che lettere. “Ma non hai visto che casino è la scuola oggi? Meglio fare economia no?”. E poi ripenso a mia mamma, medico, che ha assecondato ogni mia scelta, senza impormi nulla: il liceo scientifico (un disastro, finito miseramente in 6 anni con 68/100), la facoltà di lettere a Cagliari (110), la magistrale lontano da casa, a Venezia (110 e lode), la Scuola Holden a Torino. Sempre meglio. Sempre con più soddisfazioni. Ma solo dopo aver commesso errori e aver imparato a conoscere punti di forza e, soprattutto limiti.

Il risultato? Faccio il redattore e non sono un giornalista; insegno ma non sono un professore; ho fatto radio senza avere una bella voce; ho organizzato un Tedx senza conoscere nulla di come si organizzasse un evento. Ho imparato. Ogni giorno faccio queste cose un pochino meglio. Provando, sbagliando. E tutto ciò è frutto delle mie scelte. Compresi gli errori. Oggi ho 31 anni e non so cosa farò nella vita. Cambierò. Ancora e ancora. Qualcosa troverò, sempre, non ne dubito. E se non sarò in grado di farlo al meglio.. imparerò.

“Inseguire i propri sogni”. Dicono così. A me questa frase non piace. Un sogno è qualcosa di lontano, di utopico. Io non so qual è il mio “sogno” nel cassetto. Ne ho tanti. E non si chiamano sogni ma desideri. Sono immediati, pulsano. E a volte mi mettono fretta. Mi fanno commettere degli sbagli grossolani. E altre volte mi riempono la vita di gioia. Li realizzerò tutti? Chissà. E se non dovessi riuscirci? Beh, me ne farò una ragione. Perché tutto ciò sarà frutto del mio incedere e del mio decidere. Solo mio, e di nessun altro.

S.P., nella lettera, dice di avere due figlie piccole. Io spero, con tutto il cuore, che possa accompagnarle lungo la loro strada proteggendole dal male peggiore: incontrare qualcuno che decida per loro quale direzione seguire. Allora, forse, vedendole se non felici almeno indipendenti, riuscirà a togliersi quel macigno che ancora la opprime. Glielo auguro, di cuore.