La generazione perduta dei nati in Italia negli anni ‘70 e ‘80


Vivo all’estero e non è mai facile spiegare come mai i giovani italiani senza diritti, lavoro, opportunità, solidarietà intergenerazionale non abbiano fatto ancora una rivoluzione. La risposta semplicistica che do comunemente è che quelli come me nati negli anni settanta e ottanta hanno scelto due vie: adeguarsi a una società basata sulle raccomandazioni, la precarietà giovanile, il nepotismo, le corporazioni, il familismo amorale oppure andare via. Io sono andato via.

Ho la sensazione che i miei coetanei abbiano ancora poco chiaro che non è normale che i giovani in Italia non abbiano un sussidio di disoccupazione, nessuna garanzie per la pensione, nessuna meritocrazia, nessun supporto all’acquisto della prima casa, nessun assegno familare per sostenere la natalità, nessuna rappresentanza sindacale per lavoratori a contratto e disoccupati di piccole imprese. I giovani italiani tollerano, come fosse una situazione naturale, una violenta esclusione nel mondo del lavoro, nella politica, nell’università e una atroce disparità intergenerazionale. I giovani vivono in una società che non è la loro ma quella dei loro genitori, privi di punti di contatto con un mondo reale che è loro estraneo, non hanno alcuna forza antagonista, vivono nella società come in famiglia, come il gatto di casa: a proprio agio, ma senza voce in capitolo. Manca la dialettica tra loro e la società, e questo produce falsi miti. Gli attacchi populistici da destra a sinistra — anche da parte di autolesionisti giovani — alle riforme Fornero, che hanno cercato di riequilibrare la società italiana a favore dei giovani, sono sintomatici.

Nella sclerotizzata società italiana l’assenza di massa di un’intera generazione dal lavoro sta modificando la struttura del modello sociale in modo devastante. La cultura, l’industria, l’imprenditoria mancano di innovazione e giovani non sviluppano la carica antagonista che sempre ha fatto da propellente sul costume, sulla cultura e sulla stessa politica del nostro come degli altri paesi. Il “parricidio” e l’allontanamento dalle famiglie di origine è un passo fondamentale per la crescita di un individuo. I giovani italiani rimangono in vari modi ancora legati alla paghetta settimanale in una società neomediovale dove la fluidità interclassista è praticamente inesistente.

I giovani italiani — con smartphone e jeans firmato — hanno certamente una condizione di vita migliore dei giovani di trent’anni fa, i loro genitori. Altrettanto certo però è che la loro visione del futuro è nettamente peggiore, e più oscura. Non fanno figli, si sposano tardissimo, non si comprano la casa. Le speranze di costruire piani di vita credibili si sono ridotte: quello che si percepisce è un regresso generalizzato nelle condizioni di vita dei giovani. Le prospettive dei giovani sono più incerte di quelle che avevano i loro genitori alla stessa età. Colpa delle famiglie e del malfunzionamento dell’economia. Il problema è profondo e la soluzione è complessa: occorre rivitalizzare la società affrontando due problemi, quello delle competenze da valorizzare e utilizzare da un lato, e dall’altro quello di una società corporativa da sradicare. Tra dieci anni tre quarti dei giovani, che a quel punto non saranno nemmeno più giovani, si saranno trasformati in un’enorme, indistinta generazione di sfigati probabilmente sovvenzionati dallo Stato, in un nuovo tipo di Stato assistenziale e plebiscitario.

Le generazioni dei nostri padri hanno condannato i figli a un precario presente e ad un inesistente futuro attraverso il debito pubblico. Per costruire risparmio privato e alimentare una spesa pubblica folle, ha costruito uno stock di debito pubblico smisurato, zavorra per qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2138 miliardi di euro, oltre il 121% del Pil (dati Banca d’Italia). Sette anni fa, nel 2005, era pari a 1512 miliardi di euro: il 105% del Pil. In soli sette anni, 526 miliardi in più di debito. A seconda di come chiuderà l’anno l’Italia avrà comunque pagato solo per interessi sul debito tra i 90 e gli 100 miliardi di euro. Questa spesa annuale, sommata allo stock infinito del debito pubblico italiano, sono la palla al piede di qualsiasi ipotesi di politica nazionale di sviluppo, ricerca, innovazione. Se non avessimo questa dimensione incontrollata del debito pubblico avremmo i soldi per la ricerca, la scuola, l’università, le famiglie. La sommatoria perversa di mancati introiti fiscali per un’evasione fiscale calcolata certamente oltre i 100 miliardi di euro l’anno e una spesa per interessi sul debito di 100 miliardi, ovviamente impedisce qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Per questo dramma c’è una responsabilità e ricade tutta sui nostri padri. Come si è formato questo immenso stock di debito pubblico? Perché classi dirigenti anziane e per niente interessate alle condizioni delle generazioni più giovani, hanno costruito su una politica di spesa dissennata le condizioni del loro consenso.

I nostri genitori, anziché chiedere rigore nei conti, hanno votato quelle classi dirigenti e le hanno tenute al governo, acquistando i titoli di Stato che pagavano interessi favolosi e zavorravano ancora di più il futuro del paese, costruendo attraverso le cedole di quei Bot, Btp, Cct il proprio gruzzolo di risparmio privato. Perché si dice sempre questo: è vero che l’Italia ha di gran lunga il peggior dato in termini di debito pubblico, ma ha tanto risparmio privato, che fa da ammortizzatore sociale. Ma in mano di chi è quel risparmio privato? Lo gestiscono i padri o i figli? I padri si sono comprati le case di proprietà, con tutto quell’attivo circolante l’inflazione ha galoppato, i prezzi delle case si sono impennati. Quali sono le generazioni che detengono il patrimonio immobiliare del paese e quali sono quelle che non possono neanche trovarsi una stanza in affitto per studiare fuori sede perché la fanno pagare uno sproposito? Tutte conseguenze del dramma del debito pubblico.

Durante le recessioni la disoccupazione aumenta di più per i giovani che nelle altre fasce di età. Questo avviene perché i datori di lavoro bloccano le assunzioni restringendo ogni canale di ingresso nel mercato del lavoro. Ma nella media dei paesi Ocse la disoccupazione giovanile è arrivata in questa crisi a essere al massimo il doppio di quella per il resto della popolazione. In Italia invece è quasi cinque volte più elevata. Viaggia in direzione del 35% a livello nazionale e del 50% nel sud Italia ormai da parecchi mesi. Il punto è che non è stata solo la crisi a privare i giovani delle loro legittime aspirazioni a un lavoro, un reddito dignitoso, un posto nella società. L’emergenza italiana affonda le sue radici in un mercato del lavoro strutturalmente caratterizzato da bassi tassi di occupazione, specie per le donne e i giovani, così come da molteplici dualismi di genere, generazionali e territoriali. Le riforme realizzate nell’arco di più legislature hanno introdotto nel mercato del lavoro italiano importanti elementi di flessibilità, in particolare attraverso le nuove tipologie contrattuali atipiche, senza però che queste fossero corredate dai diritti e dalle tutele sociali che invece configurano la flexsecurity di stampo europeo. L’uso distorto dei contratti atipici ha permesso una “fuga dal costo del lavoro e dai diritti”, come illusoria scorciatoia per la competitività, in alternativa a quella, di più alto profilo e durata, sorretta da maggiori investimenti nell’innovazione.

Le varie leggi di riforma hanno creato negli ultimi quindici anni in Italia un mercato “duale”. Da un lato i tutelati, con diritto al mantenimento del posto di lavoro, allo stipendio e alla pensione. Dall’altro i giovani: precari, spesso sottoccupati, sottopagati, con le prospettive di una vecchiaia miserabile. Non può esservi spazio per i giovani in questo sistema. I lavoratori già assunti e protetti da sindacati sono per molti versi “intoccabili”. Lariforma del ministro del Welfare Elsa Fornero, che aveva garantito “Più articolo 18 per tutti”, era molto ambiziosa. Partiva dall’idea di non essere contrattata dalle parti sociali per poter favorire chi non era seduto al tavolo della trattativa, mentre in realtà poi è stata contrattata eccome e c’è veramente poco di innovativo per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Se guardiamo le statistiche vediamo che durante tutto l’arco della crisi il numero di posti persi è relativamente basso rispetto ad altri Paesi, perché in realtà la tutela dei sindacati è stata per chi è già lavoratore a ulteriore discapito di chi non lo è ancora. Negli ultimi vent’anni i contratti nazionali dei lavoratori sono stati siglati da sindacati in modo tale da garantire lo status quo ai lavoratori esistenti a tempo indeterminato a scapito dei giovani e dei disoccupati che, senza loro rappresentanti nella concertazione, sono stati abbandonati alla precarietà e allo sfruttamento. Per tenere alti i livelli salariali dei già tutelati sindacati e politici hanno abbassato i livelli salariali di ingresso e i meccanismi di crescita dello stipendio per i neoassunti.

Abbiamo affrontato la crisi salvaguardando il più possibile i posti di lavoro, ma questo ha avuto come conseguenza quella di alzare un muro di fronte alle generazioni più giovani.

Perché la cassa integrazione blocca posti, tutela gli esistenti ma non ne crea di nuovi. E se il salvagente della cassa viene utilizzato a lungo, per molti anni, la porta girevole del lavoro si inceppa, intere generazioni rischiano di rimanere bloccate nel meccanismo.

Il salario medio in Italia è pari a 14.700 euro netti (fonte Eurispes). In Corea del Sud e Irlanda si guadagna mediamente il doppio, in Francia, Stati Uniti e Germania crica il 50% in più. C’è poi un cuneo fiscale del 46.5% che fa sì che il lavoratore incassi il 53.5 di quello che il datore di lavoro effettivamente paga per assumerlo. Con questa premessa andiamo ora a studiare i valori lordi per classi di età così come riportati dal Sole 24 Ore. Un operaio trentenne prende mediamente 21.332 euro lordi l’anno. Un operaio cinquantenne ne prende 30.555, quasi il cinquanta per cento in più. Disparità ancora più evidente: un operaio appena assunto con meno di ventiquattro anni di età prende mediamente 19.217 euro lordi l’anno; un operaio cinqantacinquenne 31.873 euro, poco meno del sessanta per cento in più. Queste politiche salariali sono riprodotte con dimensioni analoghe in qualsiasi livello e in qualsiasi comparto. Persino tra i dirigenti di fascia molto alta nelle aziende un quarantenne brillante può sperare di portare a casa mediamente 99.746 euro lordi l’anno, il suo pari grado ultrasessantenne e forse un po’ stanco ne porta mediamente a casa 130.367. Secondo i dati della Cgil sarebbero 8 milioni i precari in Italia (compresi quattro milioni di lavoratori in nero), in massima parte under 40 con un salario medio inferiore ai mille euro e senza diritti. Non sarebbe più ragionevole, visti i rischi assunti da un lavoratore che accetta la flessibilità del mercato del lavoro, pagare di più i precari e di meno chi ha più garanzie e certezze sul proprio futuro come capita in tutta Europa?

Grande parte dei falsi miti riguardano le pensioni e innnalzamento dell’età pensionabile. Prima del 1995 delle scriteriate politiche che poi hanno portato alla dilatazione del debito pubblico permettevano di andare in pensione con criteri a dir poco generosi. C’erano persone andate in trattamento di quiescenza prima dei quarant’anni di età perché nei favolosi Anni Ottanta bastava aver versato quindici anni, sei mesi e un giorno di contributi per aver diritto a pensione. Pensioni che si sono rivalutate negli anni a ritmo di inflazione fino ad arrivare a costare attualmente allo Stato 240 miliardi di euro all’anno, il 15.6% del prodotto interno lordo (dati Istat). La riforma Dini del 1995 decise, sostanzialmente, che i nostri padri (cioè coloro che avevano versato almeno diciotto anni di contributi) continuassero ad andare in pensione con i vecchi criteri e il metodo retributivo, ottenendo così una pensione che nei fatti è pari a più del novanta per cento dell’ultima retribuzione. Gli altri, i più giovani, sarebbero andati in pensione con il metodo contributivo, calcolato dunque sui contributi effettivamente versati. Ora, la sommatoria dei fattori della precarietà dei posti di lavoro e di politiche salariali basse, fa sì che i contributi versati siano poca cosa e una recente stima del Corriere della Sera prevede che la pensione media di un under 40 di oggi sarà pari al 36% dell’ultima retribuzione e ammontante comunque ad un importo inferiore rispetto ai 540 euro della pensione minima sociale.

Calcoli fatti dal Center of Research di Pittsburgh sui sistemi di welfare occidentale affermano che la pensione media di un italiano nato negli anni Ottanta sarà pari a 340 euro mensili. Per integrare questa miseria sono stati invitati i giovani lavoratori italiani a versare il proprio tfr presso fondi di previdenza integrativa. il risultato finale è che oggi i nostri padri possono andare in pensione a sessant’anni, con il novanta per cento dell’ultima retribuzione e il tfr in tasca. Chi è nato dopo il 1 gennaio 1970 andrà in pensione a settant’anni, con il 36% dell’ultima retribuzione e senza il tfr. A questa ingiustizia colossale si lega quella dell’importo delle pensioni. Intanto diciamo subito che, secondo i dati Istat, vengono erogati ogni mese oltre 23 milioni di trattamenti previdenziali. Alcuni italiani percepiscono anche più di una pensione. Ebbene, il 27.4% delle pensioni ha un valore superiore ai 1.500 euro mensili e il 13.7% superiore ai 2.000 euro mensili. Insomma, lo Stato eroga circa sei milioni di pensioni superiori almeno del 50% al salario medio di otto milioni di precari.

Per continuare a pagare trattamenti di quiescenza senza pari al mondo per quantità e età pensionabile, la generazione dei nostri padri tolto ogni ipotesi umanamente accettabile di tutela previdenziale alle mezza Italia degli under 40. I padri, per stare bene loro, hanno depredato i loro figli. La recente riforma delle pensioni e l’innalzamento della età pensionabile è stata una soluzione positiva e indispensabile per parificare doveri e diritti intergenerazionali e risolvere nell’immediato l’emergenza, ma non basta. La politica, come il sindacato, ha spesso assecondato, per mero calcolo elettorale, l’egoismo degli anziani. Per esempio, tra gli iscritti alla Cgil sono i pensionati quelli numericamente più consistenti: la loro forza d’urto, in caso di votazioni, supera quella di ogni altra categoria. Come si può pensare che i giovani vogliano ancora iscriversi a un sindacato?

Da sempre in alcune professioni la successione e il ricambio sono garantiti dalla famiglia: il notaio lascerà lo studio al figlio, il taxista gli lascerà la licenza. Se però oltre a questi anche tutti gli altri posti di lavoro si ostruiscono, chi non è figlio di nessuno dove va? Per facilitare l’ingresso delle nuove generazioni nel mercato del lavoro occorre smontare gli attuali meccanismi di cooptazione. Se per le aziende fosse più economico assumere i giovani, lo farebbero di più? Probabilmente sì, garantendosi la possibilità di avere dei quadri nativi digitali, nuova linfa vitale. Che da dieci anni a questa parte non c’è più.

Non siamo in grado di riconoscere le competenze perché il mercato non funziona: nelle società funzionanti è il mercato che riconosce la professionalità.

In un Paese con oltre due milioni di disoccupati “ufficiali”, e 2,7 milioni di “scoraggiati” (di persone cioè che non hanno un lavoro, ma hanno rinunciato a cercarlo, scoraggiati dalle difficoltà) a favorire le difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro contribuiscono l’inesistenza di un valido sistema di Agenzie dell’impiego (da un’indagine Istat risulta che solo il 5% degli italiani trova lavoro attraverso le agenzie, mentre il 55% lo trova attraverso amici e parenti), la frammentazione dei possibili datori di lavoro in una miriade di imprese piccole e piccolissime, ma anche la mancanza di qualifiche adeguate da parte degli aspiranti lavoratori. La meritocrazia, a scuola e all’università, dovrebbe essere valorizzata molto più di adesso. Oggi chi esce con un voto alto non ha nessun vantaggio rispetto chi esce con un voto meno alto ma con un patrimonio di contatti e amicizie.

L’età media dei nostri docenti, politici e dirigenti è tra le più alte del mondo occidentale. Il gap retributivo tra giovani e anziani è in continuo aumento, mentre la possibilità di fare un salto rispetto alle condizioni socioeconomiche dei genitori è sempre più bassa. D’altronde con una disoccupazione che supera il 30% le possibilità di riscatto sono molto ridotte. Questa esclusione sistemica dei giovani ha radici culturali, esacerbate certo dalla crisi, ma ben più antiche. Esiste una vera e propria corporazione generazionale che è decisamente più forte nelle istituzioni accademiche e politiche, ma anche nelle grandi professioni e nei centri del potere culturale. Esiste un meccanismo di cooptazione inventato e consolidato dalla generazione del Sessantotto, proprio quella che ha fatto la rivoluzione contro i poteri costituiti. Le relazioni sono tutte impostate sull’omologazione e sul riconoscimento reciproco. Questo discorso certo vale soprattutto per i posti apicali, ma è ovvio che anche questi vadano liberati, per sbloccare il ricambio generazionale anche ai gradini inferiori della scala gerarchica.

È un problema di asfissia culturale. I cattivi maestri, e gli pseudo maestri, ci sono sempre stati. Poi però si cresceva e si faceva a pugni con il sapere acquisito dai padri. I giovani di oggi non hanno gli strumenti per farlo, e si appiattiscono sulle idee dei vecchi. Temono l’incertezza, più che in passato, sono terrorizzati dai rischi che il cambiamento porta con sé. Se l’Italia fosse un paese forte, cosciente e solidale si occuperebbe di loro, e quindi del suo stesso futuro. Sempre che non sia troppo tardi. Le generazione dei nati negli anni settanta e ottanta ormai sono perdute, ma forse non è ancora troppo tardi per i nati negli anni novanta e negli anno zero.