La mezz’ora delle catastrofi

Per un mese e mezzo nella vita di C. fece la comparsa una sveglia bizzarra, che suonava a diverse ore del giorno, lontano dal sonno della sera: si chiamava la “mezz’ora delle catastrofi”, ed era il modo in cui C. aveva ribattezzato la tecnica della peggiore fantasia.
C. seguiva una terapia breve strategica* , e da qualche mese seguiva i consigli di una donna con i capelli morbidi e la voce energica che le faceva fare strani esercizi: C. cominciò a gettare monete per aria, a porsi la stessa domanda tutte le mattine.
Teneva un diario in cui immaginava di scalare fino alla cima — ma la cima, boh, non riusciva a capire se fosse in alto tra le nuvole o a valle immersa in un torrente insieme ai cavalli.

Non si parlava molto durante le sedute: aveva chiacchierato all’inizio, quando aveva provato a spiegare perché era lì in quello studio, incredula del fatto che lei, proprio lei, stesse chiedendo una mano per la gestione del suo cervello, e per l’equilibrio in genere.

Sei sana, no? Sai risolvere la tua vita da sola? Perché andare in terapia?

“Perché se mi rompo una gamba non penso di aggiustarla strappando una tenda e avvolgendola intorno a dove mi fa male”, per iniziare. Perché è il 2015 e se soffri di emicrania prendi un Brufen e non sacrifichi un gallo nelle notti di luna piena. Se c’è qualcosa che ti si scollega dentro, non sarà un amico a rimetterlo a posto.
Stare male e scegliere di non andare in terapia perché “cosa vuoi che sia ragionare e risolvere un problema da soli” è come affidare la gestione della pagina Facebook al nipote “perché cosa ci vuole, lo so usare anche io”.
Con conseguenze peggiori, però, e derivazione di una cultura notevolmente più stupida.

Parlare non produce cambiamenti

Dall’inizio della terapia lottava contro questo assunto di base:

parla quanto vuoi, ma questo non risolverà il problema per cui sei venuta qui.

Confidati, rielabora, appoggia tutto il tuo dizionario emotivo nei mondi che preferisci, allatta il tuo cuore al seno della Crusca: fallo, ma la tua crisi non si ridimensionerà man mano che la verbalizzi.
Si cambia facendo.
Si ristrutturano abitudini con nuove abitudini.
Si modificano le pareti del tuo cervello tirando su muretti di cartongesso, e poi sedendotici sopra.
Si supera la paura degli scogli levandosi le scarpe e saltando da un sasso all’altro: lo facevamo tutti da piccoli, quando abbiamo cominciato a circondarci di voragini?

La pipì intelligente

Nel suo libro Psicosoluzioni, Giorgio Nardone riporta un caso di un paziente che ha paura di farsi la pipì addosso.
Non gli è mai successo, ma questo non gli impedisce di subire questa paura e di farsi condizionare le proprie giornate. Conosce tutte le toilette pubbliche a memoria, evita determinati cibi e parecchie situazioni.
Le paure sono così: mortali quando ne sei sopraffatto, tonte quando le vedi da lontano.
L’intelligenza non è una barriera sufficiente a isolare una paura e sfiatarne l’effetto: quando hai una fobia che ha familiarizzato con le tue abitudini, che ti bacia le rotule quando cammini, che suda sotto la maglietta con cui vai a lavoro e soffia sul pigiama con cui dormi, scindere l’ansia dal controllo razionale che credi di avere sul corso della tua vita è come la stretta di mano di un monco. Credi che il pensiero possa aiutarti a superare la paura, mentre in realtà la protegge e le dà forma.
Pieni d’intelligenza, abituati a governare la vita, attaccati dalle nevrosi e dalle fobie come pulci, imprigionati in un mondo di carenze e voragini quando si è nel malessere.

Pensi di uscire attingendo a quella stessa intelligenza che ti fotte l’anima. E invece devi colorare daccapo le pareti del tuo cervello.

Quindi, una mezz’ora al giorno

Nardone prescrive al paziente che ha paura di farsi pipì addosso di pensare, per mezz’ora al giorno tutti i giorni, alla cosa peggiore che potrebbe capitargli.
Di provocarsi l’ansia, immaginando la peggiore fantasia.

C. aveva ribattezzato una delle sue sveglie “La mezz’ora delle catastrofi”: ogni giorno, mai prima di andare a dormire, si stendeva sul letto e per 30 minuti immaginava gli scenari peggiori.
Rimarrò sola per tutta la vita.
Non sarò mai abbastanza in gamba per concludere quel lavoro.
Nella riunione di domani scopriranno che non ho buone idee.
Non sono abbastanza. Non sarò abbastanza.

Uno scroscio di paure, una cascata di rane con becchi aguzzi su un corpo nudo, una spinzettata elettrica al pericardio. Lacrime a volte.

La catastrofe satellite

Dopo un mese di mezz’ore catastrofiche, C. cominciò a stare meglio.

Seduta su anello planetario color carta da zucchero, guardava la scia di meteoriti che l’avevano colpita con occhi liquidi e una certa pena. Era lì a reggersi nel vuoto appoggiandosi a una materia sgretolata, che aveva imparato a maneggiare.
Concentrando le sue paure in 30 minuti, aveva permesso a se stessa di schiantarsi ogni giorno. Era salita su un geyser e lì sopra si era scottata, per poi lasciare che la sua ansia evaporasse. Era entrata nel ventre dello squalo, e ora ne stava lucidando i denti.

Metti ad asciugare le tue paure al vento solo dopo che le hai centrifugate. Spezzi la crosta con un coltello grosso quando dentro l’impasto è ancora liquido.
Non capisci forse quando e perché tutto è iniziato, ma ora che la catastrofe è lì, hai reimparato ad andare avanti.
Lo fai, anche senza essere intelligente.


Segui Medium Italia
anche su Twitter | Facebook | Rss