Villa Arconati, Bollate / Credits: Silvia Malnati

Come resistere 10 ore
a un festival di musica sperimentale

Ascoltando suoni sciamanici senza impazzire. Report dal Terraforma di Villa Arconati

di Silvia Malnati


Quest’anno non volevo perdermelo. Ero curiosa e un piaceva l’idea di passare un sabato un po’ diverso dal solito. Così, da perfetta ignorante in materia, sono andata al Terraforma, il festival molto international che recita nel sottotitolo “experimental and sustainable music festival” (ecco, il sustainable non ho ben capito in cosa consistesse, a parte il verde del parco di Villa Arconati e i piatti di carta).

Dragone / Credits: Silvia Malnati

Quando arriviamo verso le 15:30, il tempo non è dei migliori. Diciamo pure che il cielo è così gonfio di nuvole e con quella luce aranciata che sembra che da un momento all’altro possa scatenarsi il diluvio universale. Non molto incoraggiante dato che il festival si tiene all’aperto, nel parco della Villa, una sorta di giardino alla francese lasciato più o meno alla fame delle siepi che se lo sono mezze inghiottito. All’ingresso facciamo i biglietti e magicamente il portafoglio si svuota: 30 euri. Però ci regalano un gadget: un mini deodorante di quella marca “alto là al sudore” che sponsorizza l’evento, e allevia il colpo di aver dimezzato i miei risparmi della settimana.

Giardino /Credits: Silvia Malnati

Per raggiungere il palco bisogna attraversare un ex viale alberato trasformatosi col tempo in un bosco intrecciato e decadente che mi piace molto. C’è un buon profumo di legno nell’aria e di terriccio bagnato. Il verde degli alberi è pieno e lucido. E nel sottofondo sentiamo già i ritmi disturbanti di Valerio Tricoli (che io, ovviamente, non conosco).


Finalmente sbuchiamo in una radura di fronte al palco, una struttura rudimentale a forma di triangolo fatta di assi sottili di legno chiaro, alcune rivestite di carta stagnola (sì, proprio lei). La gente, poca per il momento, si accampa qua e là sul prato e sotto gli alberi dove va a ripararsi quando comincia a piovere. Quello che noto è che il pubblico, per metà fatto di stranieri, è composto da gente dai venticinque ai settanta, esteticamente molto curata anche se ostenta una trasandatezza minimal (che comunque appare parecchio ricercata). Non so, ho l’impressione che siano tutti belli e raffinati tranne me — e un’orientale che indossa una tunica rossa con ritratto un Buddha grassissimo e un cappellino da pescatore, e che cammina tenendosi una bottiglia d’acqua appoggiata sopra la testa-, ma c’è qualcos’altro che li accomuna. Sembrano tutti incazzati. Nessuno sorride. Così anch’io mi impensierisco e mi sento subito più accettabile.

Poca gente, svaccata / Credits: Silvia Malnati

Tra una cosa e l’altra finiamo anche noi svaccati nel boschetto e caschiamo in una trance interrotta solo dalle zanzare che mi divorano lasciandomi delle cottole grandi come una michetta. Alla console c’è Rabih Beaini, aka Morphosis, un musicista libanese che reinterpreta la tradizione filosofica e religiosa mediorientale in chiave elettronica. Quello che crea, un’atmosfera ossessiva che sa di lontano, è abbastanza potente da farmi entrare in uno stato di trascendenza che non provavo da tempo. Quando finisce il libanese, iniziano gli indonesiani. I Senyawa vengono da Java e fanno una musica sciamanica che fa venire i brividi: la voce sinistra di Rully Shabara rincorre le corde frenetiche dello strumento primitivo suonato da Wukir Suryadi. Le loro sonorità vengono descritte da Mark Smith come “una lastra di death metal astratto scavata nel pendio di un vulcano del Pacifico”.

Ecco i Senyawa all’opera.

Mi mettono fame. Ci dirigiamo verso l’area cibo, dove tutto sembra rarefatto. Ho l’impressione che se ci fosse stato uno stand con aria fritta aromatizzata al miso la gente avrebbe fatto la coda per comprarla. Io, che sono più grezza, prendo gli spiedini. Buoni e salati (nel secondo senso). Torniamo a vedere cosa ci propone la programmazione. Sta suonando l’americano Keith Fullerton Whitman, un barbuto che trovo di davvero difficile approccio. Suoni da fabbrica o iperspazio, rumore di contatti elettrici e grattugge. Forse vedendomi un po’ perplessa mi si avvicina un tizio chiedendomi amichevolmente se voglio della ketamina. Quando rifiuto ci rimane male. Ma alla fine, in verità, Keith si smolla un po’ e l’accozzaglia di bip e crack si allinea in qualcosa che ti fa venire un minimo voglia di muovere il piede a tempo.


Da Robert Lippok in poi — ora sono le undici passate, ma a me sembra siano già le 2 — è un gran piacere. Finalmente il buio concilia la voglia di muoversi un po’ a casaccio, e anche la musica non stupra più le orecchie come le urla dei Senyawa. Seguono Donato Dozzy & Nuel, che con la techno ambient di Aquaplano conquistano il prato ondeggiante di Villa Arconati (e un po’ anche il mio cuore). Dopo un set di nove ore parecchio sperimentali mi sento finalmente ammorbidita e pronta ad accogliere queste sonorità senza fare ostruzionismo.

Bilancio finale. Ho capito che la musica elettronica sperimentale è una cosa seria che non va presa sottogamba. Che è meglio lasciare a casa la lucidità e prendere quello che arriva senza farsi troppe domande. Che ballare scuotendo la testa e saltellando è cosa buona e giusta. E che ogni tanto un po’ di alienazione a base di suoni post industriali sparati a mille decibel nel parco di una villa settecentesca in rovina può essere catartico. Infatti, quando sono arrivata a casa sono caduta in un sonno profondo e ho dormito benissimo.


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