Le petizione per un altro referendum su Brexit

La petizione online per indire un secondo referendum su Brexit ha già superato i 2 milioni di sottoscrittori. Non è stata creata dopo il referendum, ma un mese fa, il 24 maggio. Al momento dell’annuncio dell’esito del referendum, la petizione aveva solo 22 sottoscrittori, cresciuti notevolmente nelle ore successive al risultato. L’istanza è stata presentata sul sito ufficiale di raccolta delle petizioni del Regno Unito dal signor William Oliver Healey. Petizioni con più di 10 mila sottoscrittori ricevono una risposta dal governo; quelle con più di 100 mila sottoscrittori vengono dibattute in parlamento. Si tratta quindi di un’istanza che ha un suo valore.

La petizione presenta però una questione che, se considerata letteralmente, renderebbe l’istanza piuttosto inefficace, nonostante il gran numero di sostenitori.

Il testo non chiede direttamente un secondo referendum, naturalmente: visto che è una petizione nata prima del giorno del referendum, non poteva astrattamente proporre una seconda consultazione su un esito ancora ignoto. Il proponente utilizza una forma più articolata. Altre petizioni sullo stesso sito governativo sono più dirette. Ad esempio, un’istanza asserisce in modo esplicito “The signatories believe Donald J Trump should be banned from UK entry”. La formulazione per la domanda sul referendum non sembra quindi dipendere da specifiche necessità formali o da prassi del sito.

La richiesta si concentra su un cambiamento nelle norme di indizione del referendum. Il testo mostra l’intento di richiedere un esito robusto del referendum — in un senso o nell’altro rispetto all’uscita dall’Unione Europea — e non incerto. Si richiede l’indizione di un ulteriore referendum se si verificassero contestualmente due casi:

  1. Una maggioranza (sia essa favorevole o contraria all’uscita dall’Unione Europea) inferiore al 60%
  2. Un numero di votanti inferiore al 75% degli aventi diritto al voto.

Un aspetto da considerare è quello delle soglie specificate nel testo della petizione. Alla consultazione del 23 giugno, la maggioranza (per il leave) è stata del 51,9% e la percentuale di votanti è stata del 71,8%. Ipotizziamo che la petizione venga accolta per come espressa. Se le suddette percentuali si verificassero con pochi cambiamenti anche per un secondo referendum, ambedue sarebbero sotto la soglia specificata nella petizione, ossia 60% di maggioranza e 75% di votanti.

Se anche si affermassero i voti contrari a lasciare l’Europa, ma con una percentuale inferiore al 60%, il referendum dovrebbe essere ripetuto. Per effetto della petizione stessa, se presa alla lettera, potrebbe essere necessario indire un nuovo referendum anche dopo il secondo. Teoricamente, la replica del referendum formerebbe una catena di lunghezza indefinita.

Secondo la BBC, dal 1992 nessuna consultazione elettorale nazionale ha superato il 75% degli aventi diritto al voto (con l’eccezione del referendum sull’indipendenza scozzese del 2014, con 84,6%).

Se anche la percentuali di votanti superasse il 75%, non sarebbe certa una maggioranza superiore al 60% a favore o contro l’uscita dall’Unione Europea, visto il risultato non del tutto sbilanciato di 52–48 del referendum tenutosi il 23 giugno. Per raggiungere maggioranze significative, sarebbe necessario un numero di tentativi referendari probabilmente alto.

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Per come la petizione è impostata, non sarebbe molto risolutiva della situazione e non sarebbe il miglior modo per modificare la decisione scaturita dal referendum.

Naturalmente, quanto sopra indicato rappresenta una disamina letterale del testo. Nulla impedirebbe di considerare l’istanza come un punto di partenza per un dibattito parlamentare più ampio, sganciato dalla specifica formulazione della proposta e basato sulla sostanza di oltre 2 milioni di sottoscrittori. Ma c’è anche la sostanza delle dichiarazioni di vari leader politici britannici — sia favorevoli che contrari all’uscita— che attualmente non sembrano dare molto spazio all’ipotesi di un ulteriore referendum.


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