La prossima scelta

È solo quando scegli tra due cose giuste che decidi veramente chi diventerai

Di Alessandro Fusacchia

1.

È mercoledì pomeriggio, sono a Bruxelles, ho appena terminato il più bel colloquio di lavoro della mia vita.

Non mi hanno preso.

O meglio, non so ancora se mi prenderanno, ma sospetto di no. Mi hanno fatto una domanda sola, una domanda secca, ed io non ero sufficientemente preparato. Ci ho messo parecchi secondi prima di rispondere e alla fine sono riuscito soltanto a farfugliare.

Il posto per il quale mi sono candidato è spettacolare: lontano anni luce da ciò che chiunque come me che aspiri a lavorare per le istituzioni pubbliche si immaginerebbe di potersi, un giorno, ritrovare a fare. Mi hanno fatto lasciare il cellulare al piano terra dopo aver passato i controlli di sicurezza. Sono salito al quinto piano, ho camminato lungo un corridoio fatto di pareti e porte bianche, ho bussato, sono entrato, mi sono presentato alla segretaria e sono stato scortato fino alla soglia dell’ufficio di colui che sarebbe potuto diventare il mio futuro capo.

Quando si è aperta la porta sono rimasto senza fiato: c’erano alcune scrivanie in fila indiana sormontate da diversi monitor, cartine geografiche colossali appese alle pareti, e vicino alla finestra lui, un britannico con i pantaloni mimetici, una maglietta attillata, e in mano una grossa tazza di tè fumante.

Mi ha stretto la mano e si è presentato. Matthew Reece è il capo dello staff della struttura che da qui a Bruxelles si occupa di pianificare e coordinare tutte le operazioni di peacekeeping dell’Unione europea in giro per il mondo. Ha poco più di quarant’anni, parla lentamente pesando ogni parola, ogni tanto si gira per guardare oltre la finestra, il più possibile lontano. Ci siamo seduti al tavolo, l’uno di fronte all’altro. Mi ha offerto un tè. E a quel punto ha cominciato a spiegarmi che cosa esattamente stavano cercando.

Ha parlato a lungo, ininterrottamente. Dei diversi teatri, dei meccanismi istituzionali, delle divergenze tra gli Stati europei, dei colleghi che avrei avuto, dei primi dossier che avrei seguito per lui. Mi ha descritto come funziona una missione sul campo e mi ha detto questa frase che non riesco a dimenticare: “noi non arriviamo mai in tempo. Arriviamo sempre appena in tempo”.

Aspettavo che mi chiedesse qualcosa, e invece ogni tanto si interrompeva per chiedermi se avessi io domande da fargli. Voleva essere sicuro che avessi capito bene. Ho continuato tutto il tempo a ripassare a mente le risposte che mi ero preparato: che esperienze ho fatto fino ad oggi; quali sono le cose che so fare meglio; perché mi interessa questo tipo di lavoro. Ma Matthew Reece è andato avanti e solo dopo una mezz’ora, quando mi ero ormai convinto che non mi avrebbe chiesto niente, si è fermato di botto e ha detto: “adesso posso farti una domanda io?”.

Ho annuito, è andato avanti: “Tu, chi sei?”.

Mi sono preso qualche secondo, ho deglutito, e poi ho cominciato a farfugliare. Gli ho raccontato del mio ultimo lavoro, di quello precedente, degli stage ancora prima. Ha avuto il buon cuore di lasciarmi parlare poco. “Aspetta”, mi ha interrotto. “Conosco a memoria il CV che mi hai mandato. Ma non ti ho chiesto che cosa hai fatto. Ti ho chiesto tu chi sei”.

Metà ottobre del 2009. Mercoledì pomeriggio. Bruxelles. Ti aspetti un colloquio di lavoro interessante come tanti. E invece ti arriva una domanda talmente personale da non avere nemmeno mai pensato che qualcuno, un giorno, te l’avrebbe potuta fare per davvero.

Ci ho messo una settimana per capire che cosa mi avesse veramente chiesto.

“Tu, chi sei?”, e voleva dire: “Tu, ti conosci abbastanza? Sai dirmi in anticipo come reagiresti in una situazione di stress molto forte? Magari di fronte ad una bomba che esplode a pochi metri da te e fa saltare in aria una camionetta di aiuti umanitari in una strada secondaria dell’Afghanistan? E dimmi, ancora: lo sai, tu, cosa dirai oggi pomeriggio a tua moglie quando ti chiamerò perché in meno di un’ora dovremo imbarcarci su un aereo militare e finire in qualche piccolo inferno africano? Cosa conta davvero per te? Se ti prendiamo, su cosa potremo contare noi qui?”.

Domande così.

Mi aveva riassunto in mezz’ora un mestiere e a quel punto mi aveva fatto, con tre sole parole, qualche decina di domande così.

Non per capire se prendermi, ma per capire — in realtà — se ero pronto io.

“Tu, chi sei?”. Ma voleva dire: “Tu, hai deciso chi sei?”

2.

Qualche giorno fa, in libreria a Rieti, ho conosciuto Paolo Di Paolo. Stava su uno scaffale di legno scuro e profumato, anteposto ad una decina di altri libri. Stava in piedi, bianco candido come tutti i volumetti della collana Vele dell’Einaudi. L’ho afferrato, ho sfogliato la prima pagina, ho letto l’incipit: «Il mio tempo non mi ha messo alle strette. Non mi ha messo alla prova. A queste latitudini — una porzione di mondo privilegiata — non sono mai incappato in bivi netti. Le domande radicali non tramontano — e tuttavia questo tempo, qui almeno, non costringe a rispondere». Ho saltato poche righe e ho continuato a leggere. «Scegliere, quando mi sono trovato a farlo — era sempre al riparo: entro il perimetro di sicurezze acquisite all’atto di nascita. Quale scuola, quale università, quale viaggio — una vacanza-studio, un esperimento, lo sfogo di un desiderio: ansia sì, ma di conoscenza, di novità. Le scelte non sono mai state davanti a un crepaccio, mai su un burrone». Riprendo fiato, giro la prima pagina. «La scelta, il più delle volte, è stata un’opzione: questo o quello, una cosa o un’altra — senza rischi eccessivi, e con un margine ampio di rientro».

Uno dei personaggi de I solitari, Massimo Brutti, è cresciuto in questo tempo che non costringe a rispondere, che ti fa scegliere al riparo. In questo tempo in cui serve tempo a ciascuno di noi per capire cosa abbia senso provare a diventare. Massimo Brutti è uno a cui, dall’università in poi, è sempre andata bene: «aveva provato la prima cosa che era passata a tiro, era riuscito a farla senza difficoltà, e da allora si era illuso che fosse quella la prova del suo destino». All’inizio aveva «amato la sua precarietà, l’idea di non essere chiamato a fare scelte irreversibili. La possibilità di provare, gustare, doversi adattare, ripartire ogni volta da zero. Da un nuovo ambiente, da nuovi colleghi». Quando si era confrontato coi compagni di un tempo aveva avuto l’impressione che solo lui — avviato a diventare un brillante impiegato di una qualche organizzazione internazionale — fosse «riuscito a scappare, mentre le vite degli altri sembravano ferme, arrivate». Ma alla fine anche lui aveva dovuto confessarsi che questa vita più movimentata, fatta di cambi di città e avanzamenti di carriera, non era quello che in realtà voleva; che gli dava tutto, ma non gli lasciava niente. Era rientrato in Italia, raccontandosi che bastasse quello per avere uno slancio, costruirsi una storia; per interrompere la sua inerzia d’oro. Ma anche qui aveva scoperto presto di aver cambiato appena mestiere; di non poter uscire da una vita incrementale — per quanto magari accelerata — senza fare una scelta netta.

Massimo Brutti è questo ordinario uomo in carriera, il giorno in cui si alza dalla scrivania, attraversa il corridoio, raggiunge la stanza del suo capo, e si dimette senza motivo. Il capo è basito, biascica qualcosa, prova ad anticipare le ragioni che possono aver portato Massimo a compiere questo gesto eclatante. Ma Massimo non dà alcuna spiegazione. Non sembra neppure turbato. Stravolge all’improvviso la sua intera vita come se fosse la cosa più naturale da fare in quel momento.

È una scena — questa delle dimissioni immotivate e a ciel sereno — che ho rubato al romanzo Stelle fredde di Guido Piovene. A differenza del protagonista di Piovene, tuttavia, Massimo Brutti una ragione profonda per dimettersi ce l’ha. Non ha a che vedere con il suo lavoro, né tantomeno col suo capo. Ma con lui. E non è nemmeno una ragione, assomiglia più a una scusa. Che il lettore scoprirà solo alla fine, trecento pagine più avanti. Una scusa che lo mette davanti ad un crepaccio — per usare le parole di Di Paolo; una scusa con la quale Massimo non può non fare i conti, e che lo costringe a interrompere quella brillante carriera che lo ha sempre riempito di gratificazioni, ma che non lo ha mai abbastanza riempito di significato. Una scusa che gli consentirà di salvarsi appena in tempo.

3.

Cresciamo convinti che le scelte giuste — nella vita — si facciano dicendo «sì» a ciò che ci piace e «no» a ciò che non ci piace. Così passano gli anni e diventiamo esperti nel riconoscere le cose, il loro grado di bontà, la loro capacità di esercitare attrazione su di noi. Impariamo a distinguere quelle che ci piacciono dalle altre che ci piacciono di meno, e per anni facciamo sacrifici, ci mettiamo dedizione e impegno, e con un po’ di fortuna alla fine, in un modo o nell’altro, procediamo spediti.

Ci ritroviamo così a collezionare esperienze, ad accumulare risorse: diventiamo bravi a studiare i dossier, ad inquadrare le persone, a navigare nei diversi oceani. Fino a quando, il giorno in cui ci sentiamo capaci di tutto, ci rendiamo conto di non essere più capaci a rinunciare ad una cosa che ci piace, ad una cosa bella, per acchiapparne una anzitutto vera. Magari meno comoda; magari laterale rispetto a quel percorso di progressione lineare che abbiamo sempre fatto.

Scopriamo all’improvviso di aver accumulato fiducia in noi stessi ma senza che questa sia tuttavia abbastanza per darci il coraggio necessario per compiere una scelta radicale. Scopriamo che nessuna volta in cui abbiamo detto «sì» a qualcosa che ci piaceva abbiamo davvero valutato fino in fondo quale vita nel frattempo — un «sì» dopo l’altro — stavamo continuando a procrastinare. E ci accorgiamo, solo quando ormai è troppo tardi, che per costruirci un CV che suscita interesse abbiamo forse rinunciato a costruire una storia che avrebbe potuto essere di esempio.

Ecco cosa abbiamo fatto: abbiamo salito per anni, e faticosamente, uno scalino dopo l’altro, arrivando alla fine ad un passo dal dimenticarci cosa ci eravamo promessi quando stavamo ancora immobili sul ballatoio al piano terra. Quel patto fatto con noi stessi: che ci saremmo allenati, per poi alla fine correre.

Per interrompere tutto questo bisogna accettare di fare la scelta più difficile. Quella altamente sconsigliata, all’apparenza più incoerente, per certi versi contro natura: la scelta di dire «no» a qualcosa che ci piace. All’ulteriore, irripetibile opportunità che ci è appena capitata. Dire «no» alla prossima scelta ancora al riparo, che non comporta rischi eccessivi; a quella scelta che — direbbe di Paolo — ancora una volta consente un margine ampio di rientro.

4.

Gira un video su Youtube: uno spilungone con il casco e una tuta unica, dai piedi al collo, di colore celeste alternato al bianco. Si avvicina al portellone, la telecamera inquadra fuori: le nuvole a spasso, l’oceano Atlantico in basso, lo sportellone che si apre, e infine il salto. Una caduta scomposta, con gli arti malamente irrigiditi, in balía dell’aria; e poco dopo il corpo che prende a roteare su stesso, come un improvvisato cowboy su uno di quei tori meccanici da rodeo. Il video scorre e la sensazione si fa via via più netta: quella di un’assoluta perdita di controllo. Il corpo si avvita sempre più velocemente, è un vortice risucchiato dalla terra. Non sta più cadendo, sta precipitando. Ad un certo punto la telecamera si avvicina precipitosamente e si assiste ad una scena da rugby: nella ripresa compaiono due braccia possenti che placcano lo spilungone; che lo atterrano quando siamo ormai a poco meno di 2.500 m. di altezza. Il corpo smette di roteare impazzito attorno al proprio baricentro. È ancora di schiena, in un qualche modo si gira, adesso è correttamente faccia a terra. Una mano scivola lungo il fianco, afferra la maniglia all’altezza del sedere. La tela si libera, prende aria, si gonfia. Il corpo finisce penzoloni.

Sono io. L’estate di sette anni fa. A Royan, un paesino sulla costa atlantica della Francia non troppo lontano da Bordeaux. È il quarto salto del mio corso da paracadutista.

Il mio istruttore si chiama Thibault. È un francese basso e muscoloso. È lui che con una telecamerina montata sul casco riprende ogni salto, per poi farmelo rivedere a terra, commentarlo, e dirmi cosa è andato bene e cosa dovrò fare diversamente al salto successivo. Già dal secondo salto si esce insieme dall’abitacolo, ma l’istruttore non ti tiene più. Ti resta a qualche metro, vede come ti comporti, con le mani fa i segnali convenuti a terra che corrispondono ai movimenti che devi fare tu. Quando si apre il mio paracadute, a 1.700 m., Thibault continua la caduta libera, arriva a 1.000 m, apre il suo, mi aspetta sulla pista.

Quando atterro sono bianco come un lenzuolo appena uscito da una lavatrice. Nel momento in cui non l’ho più visto davanti a me, per tutto il tempo in cui ho perso il controllo: ho avuto paura.

Adesso sono sano e salvo a terra, e mi assale una stanchezza enorme. Faccio una fatica sovrumana a raccogliere il paracadute e ad incamminarmi verso l’hangar. Thibault mi viene incontro, ed io mi aspetto una lavata di capo. Mi aspetto che arrivi col muso duro e che mi dica che la concentrazione è importante, che non sempre c’è una seconda chance. Così lo anticipo e mi scuso, quasi gli avessi fatto un affronto personale. Ma Thibault mi prende in contropiede: “Lascia stare se non ti è venuto bene. C’erano solo due cose fondamentali che dovevi fare: controllare l’altimetro e aprire il paracadute. Le hai fatte entrambe”. Poi mi afferra il braccio e mi incoraggia a riprendere la marcia. “Tutto il resto — aggiunge — è allenamento”.

5.

In questi giorni sono come un cinghiale affamato che si aggira lento nel sottobosco, lasciandosi guidare solo dal proprio grugno, pronto a schiacciarlo in terra, a raspare e scavare fino a quando non trova la ghianda. Mi aggiro per le librerie o sui social, faccio rivivere su Whatsapp conversazioni in stato di cronico abbandono; sollecito i miei pensatori di fiducia; e in ogni modo cerco di scongiurare il fisiologico rammollimento che normalmente causa, a questa latitudine, lo smaltimento delle sovrabbondanti scorte di cibo natalizio.

La mia principale alleata di questi giorni si sta rivelando Marta. Ha quaranta giorni di vita ed ha adottato un ciclo irregolare di tre ore tra una poppata e l’altra. Se anche avessi voluto, in questi giorni tra Natale e la Befana sarebbe stato impossibile ogni calo di attenzione nei confronti del mondo circostante; così ho deciso che almeno un lusso ancora ce lo avevo, ed era decidere il diametro, la taglia, di questo “circostante”. Sto leggendo molti articoli e recensioni di libri, frutto di ricerche improbabili nel cuore della notte, che mi hanno restituito il senso della mia geolocalizzazione, e — di conseguenza — della mia provinciale visione di ciò che ogni giorno accade là fuori. Ho migliaia di amici su facebook e di follower su twitter, ma siamo sulla stessa longitudine e alle 5 del mattino dormono praticamente tutti.

Anche adesso sono quasi le 5, è la notte che segue Santo Stefano. Mi alzo, controllo che la poppata proceda regolare, do un bacio alla mamma, abbasso il riscaldamento, mi ritiro in bagno. Ci resterò un’ora, ben oltre ogni giustificazione fisiologica o morale. Ci resterò col cellulare in mano.

«Stasera si vedono moltissime stelle. Ho la febbre molto alta che non scende, sono sola, ma ho un terrazzo e riesco a vedere bene da qua. A volte apro la porta-finestra e respiro l’aria che è buonissima. Viene sicuramente da nord. Dalle montagne».

È il post di una ragazza che non conosco. Lo ha caricato su facebook un paio di ore prima.

«Stasera ho tanto tempo per riflettere e ho deciso alcune cose (…) generalmente sono molto pragmatica nella mie scelte. Invece ora, alcune di esse, fatico a risolverle». Continuo a leggere e mi pare tutto nella norma. Ma mi colpisce la frase con cui si chiude il film che ha appena finito di vedere: nessun vero fiasco è mai derivato dalla mera ricerca dell’indispensabile. Non scrive di che film si tratti, ma mi ricorda tanto la conquista dell’inutile annotata da Herzog nei suoi diari durante la lavorazione di Fitzcarraldo.

Tornano i pensieri belli, ma che a vent’anni abbiamo fatto tutti. Sono tentato di smettere perché so che non c’è niente di nuovo per me in queste righe. Dovrei staccare gli occhi da questo cellulare e provare a vedere se anche fuori dalla piccola finestra di questo bagno di servizio si vedono le stelle. Ma non lo faccio. Non mi stacco. E alla fine inciampo: «Ci sono svariate tonalità di grigio troppo interpretabili, fuorvianti. Così ho pensato che forse a volte osare può voler dire smettere di remare verso quello che vorremmo. O semplicemente osare nel dirsi che non c’è niente di più importante nella vita che ammettere che una cosa o è bianca o è nera». Chiudo gli occhi e penso a questa frase che continua a rimbombarmi in testa: dire «no» a qualcosa che ci piace. E a questa domanda che ancora non avevo: si può osare con buon senso?

Guardo fuori. Riprendo a leggere. Arrivo in fondo: «Stanotte provo a dire ciao a ciò che sembra un fiasco irreparabile ma che forse è così perché non è davvero indispensabile. Sembra che alcune cose abbiano tutte le carte in regola per possedere magia, audacia, potenza. Sentiamo dentro quanto sono preziose tanto da sembrare indispensabili. Eppure non vanno. Stasera oso provando a buttarmi nella meravigliosa e profonda malinconia del dirgli addio». Finisce così, con questa profonda delusione, con questo tentativo di riscatto. Ed io mi dico che c’è un riscatto ancora più urgente e necessario, di cui io potrei non sentire mai il bisogno, perché non nasce dalla delusione, né dal fiasco; perché non mi arriverà mai come un pugno in faccia.

Questa notte la prudenza di una sconosciuta mi ha acceso il desiderio di osare ben oltre ciò che ho tentato fino ad oggi; mi ha acceso il desiderio di dedicarmi pienamente alla ricerca dell’indispensabile.

6.

Per scegliere dobbiamo sapere non ciò che vogliamo, ma chi siamo. Nessuno ci allena a questo: non i genitori a casa, non le maestre o i professori a scuola. L’altro giorno, nella stessa libreria, quando ho posato sul bancone il volumetto bianco candido di Einaudi, mi sono caduti gli occhi su un libro del filosofo Edgar Morin che qualcuno aveva appena deciso di non comprare più: un manifesto per cambiare l’educazione intitolato Insegnare a vivere. La commessa continuava a chiedermi quale fiaba preferissi per mia nipote, se volessi un biglietto di auguri tridimensionale fatto a mano, se mi occorresse altro. Ma io faticavo a starle dietro. Continuavo a pensare solamente che forse quello che alla fine davvero serve è insegnare a decidere. Insegnare a capire cosa davvero conti per noi. Insegnare a capire come dire «no» a qualcosa che ci piace.

Questa educazione non ce la diamo con libri di testo e lezioni frontali. Abbiamo un modo solo: misurarci con tante esperienze diverse; per scoprire cosa ci appassiona, cosa fa per noi, in cosa siamo particolarmente bravi, cosa non ci annoia alla seconda o terza volta.

Esperienze extra-curricolari quando siamo ancora a scuola; e primi lavori o occupazioni una volta finiti gli studi. Tante e diversificate.

Con gli anni, infine, lo studio attento di noi stessi dentro una comunità, per capire fino a che punto ne abbiamo bisogno: se ci irrobustisce di più prendere ciò che gli altri ci riconoscono; oppure offrire noi per primi agli altri ciò che nessuno ci ha ancora chiesto.

La differenza tra appartenere ed essere.

7.

Un altro dei volumetti in libreria si intitolava Futuro interiore. Anche questo edito da Einaudi nella collana delle Vele. Anche questo bianco candido. L’ho aperto e l’ho annusato. Ho letto la quarta di copertina. Parlava dei nati negli anni ’70, della mia generazione ammarata che «ancora fatica a trovare una dimensione storica». A pagina 4 ci descrive «esiliati dalle ideologie e arrivati ai linguaggi digitali come si arriva da adulti ad una lingua straniera». Il volumetto parla di cittadinanza europea, di architetture urbane, di manipoli di ribelli che non avevano avuto bisogno di contarsi per convincersi che avrebbero potuto ridurre in minoranza una folla di conservatori.

Sarà stata la vicinanza dei due sullo scaffale, o la stessa collana editoriale, ma mi è parso da subito abbastanza chiaro che Michela Murgia stesse parlando di quello di cui parlava Paolo Di Paolo: di scelte. Solo questa volta non in capo al singolo individuo, ma ad una intera società. Anche in questo caso, scelte non fatte per un lungo tempo in cui abbiamo avuto l’impressione di non essere mai messi alle strette. In cui abbiamo creduto di poter continuare bellamente senza che arrivasse il giorno in cui saremmo stati costretti a rispondere.

Oggi tutto è urgente. Ma tre questioni mi paiono più urgenti delle altre:

  1. L’aggiornamento automatico della democrazia ha funzionato poco. Dopo la rivoluzione industriale di duecento anni fa, negli ultimi due decenni abbiamo avuto la rivoluzione digitale, eppure il nostro sistema di organizzazione della convivenza civile è rimasto fermo — grosso modo — alla rivoluzione precedente. Nonostante molti validi esperimenti di processi di democrazia inclusiva e partecipativa, ci siamo ritrovati oggi, nell’èra della complessità, in balía della semplificazione di ogni discorso politico fatto dai nostri populisti. E non abbiamo ancora preso atto che il problema è questo: parliamo tutti ma nessuno sembra ascoltare più. Abbiamo tutti una posizione ma nessuno fa più la sintesi. Abbiamo accettato di collegare il consenso non più ad uno stato mentale, quanto ad uno stato puramente umorale. In definitiva, abbiamo rotto tutti i giocattoli della nostra infanzia e ci manca adesso un nuovo gioco di società.
  2. Abbiamo rinunciato a concepire ogni forma di rivoluzione e siamo finiti per inflazionare il termine “riforma”. Abbiamo continuato a fare politiche di miglioramenti calibrati, e alla fine abbiamo perso la capacità di pensare in grande. Di pensare, cioè, politiche che non siano “aggiustamenti al margine”. Senza neppure accorgercene, siamo diventati tutti — quotidianamente — vittime di un innamoramento fatuo per l’ultima frase ascoltata ad un comizio dal vivo o ad un talkshow in tv, o letta per sbaglio in un post o in un editoriale. Ci siamo trasformati nei migliori complottisti contro la nostra stessa intelligenza. Tutti ormai assuefatti all’idea che si possa al massimo discutere dello “zero virgola”. Tutti presi a scambiare per panacee le nostre piccole idee su quello che ci sarebbe da fare come Stato. In questo modo, inevitabilmente, abbiamo ridotto la conquista di leggi che fanno la storia ad una guerriglia di emendamenti che riempiono le cronache. E ci siamo in definitiva ritrovati tutti alle prese con la manutenzione (o al massimo la piccola riparazione), senza neppure accorgerci che nel frattempo stavamo lasciando il design della nuova società a coloro che non avevano preso mai neanche una matita in mano.
  3. Di fronte ai quotidiani attacchi all’Europa, abbiamo ceduto pure noi alla tentazione di fare di Bruxelles un vaso di coccio, incolpando le istituzioni europee delle nostre debolezze nazionali. Ma cosa ancor più grave, noi che eravamo sempre stati gli europeisti buoni non siamo riusciti a proporre granché di nuovo che non fosse un qualche aggiustamento — anche qui al margine — dell’architettura istituzionale dell’Unione. Abbiamo continuato a credere che forme di governance in cui partecipano tutti ma in cui nessuno alla fine è responsabile di niente potessero bastare per contrastare la politica dello scaricabarile. E non ci siamo invece resi conto che in un contesto in cui c’è chi fa votare i britannici per isolarsi, chi si candida a rinazionalizzare i francesi, chi vuole far tornare alla lira gli italiani, chi usa la retorica di cento anni fa coi polacchi, gli olandesi, o gli ungheresi, forse è maturo il tempo per dare voce (e una rappresentanza) a tutti gli europei che intendono restare uniti.

Dopo decenni di progresso faticoso ma fatto comunque di grandi conquiste sociali, oggi tutto questo è urgente.

Perché è come se da troppo tempo, ormai, non fossimo più in grado di fare niente: da troppo tempo non sappiamo come comportarci con l’immigrazione; da troppo tempo stiamo trascurando l’estensione del disagio sociale e della povertà; da troppo tempo ci sentiamo in balía della tecnologia.

È come se avessimo rinunciato da ormai talmente tanto tempo ad ogni ambiziosa decisione collettiva e ci fossimo ridotti, inevitabilmente, ad una “società del minimo”: una società in cui al massimo lottiamo per avere un salario minimo, una pensione minima, un minimo di connessione a internet, un minimo di assistenza sanitaria garantita. Ma un minimo che rischia di diventare sempre più piccolo a piacere, se non torniamo a ragionare in fretta del nostro massimo comune denominatore.

Se molte cose impossibili sono state realizzate nel passato, come mai molte cose possibili rischiano oggi di non essere nemmeno pensate?

Dobbiamo smettere al più presto di confondere il calare della notte con la nostra galoppante cecità. O non è più detto che, comunque vada, domattina il sole sorgerà.

8.

Il Dalai Lama sta per arrivare in Italia.

Io ho 28 anni, ho appena fatto colazione al bar, e adesso siamo tutti seduti nella sala riunioni attorno al grande tavolo ovale. Ascoltiamo “il ragno”, l’apparecchio nero che ogni mattina ci consente di tenere una riunione di staff con gli altri colleghi che lavorano al centro di Roma. Noi siamo il ministero del commercio internazionale a viale Boston, gli altri sono il dipartimento delle politiche europee a piazza Nicosia. La voce che sta arrivando attraverso il ragno è quella di Emma Bonino, che guida entrambi.

Metà ottobre del 2006. Il Dalai Lama sta per arrivare in Italia e bisogna decidere che fare. È stato in Germania, Angela Merkel lo ha ricevuto, e i cinesi hanno già annunciato misure di rappresaglia per qualche centinaia di milioni contro le esportazioni tedesche. Noi siamo il ministero del commercio internazionale: abbiamo come missione quella di difendere le nostre aziende e promuovere le nostre esportazioni. È troppo rischioso, ci dispiace tanto: ma il ministro Emma Bonino non può incontrare il Dalai Lama. D’altro canto, però, Emma Bonino è il partito radicale, la non-violenza, i diritti umani. Semplicemente, non può non incontrare il Dalai Lama, anche a noi dispiace tanto.

Io ho 28 anni, ho appena fatto colazione, e fino a stamattina ho sempre pensato che per non sbagliare bastasse seguire la cosa giusta e lasciare stare la cosa sbagliata. Fino a stamattina perché solo adesso mi rendo conto che nella vita puoi ritrovarti a dover scegliere tra due cose giuste. E che non basta essere retti per riuscire ad essere sempre anche coerenti.

La riunione di staff è durata più di un’ora. Emma Bonino ha parlato all’inizio, ha ascoltato tutti, e alla fine ha detto che cosa avremmo fatto col Dalai Lama.

Ci siamo alzati ed io sono rimasto tutta la mattina ipnotizzato davanti al mio computer. Avevo un discorso urgente da prepararle per non ricordo più chissà quale convegno. Ma non ho scritto neanche una parola. Continuavo a pensare che per scegliere bene tra una cosa giusta e una sbagliata devi ricordarti di chi sei. Ma che è solo quando scegli tra due cose giuste che decidi veramente chi diventerai.

9.

Negli ultimi tre anni mi sono sporcato le mani. Ho dovuto mediare tra personalità ingombranti che rappresentavano interessi contrastanti; proporre ed accettare compromessi; decidere senza disporre di tutte le informazioni necessarie. Mi sono ritrovato spesso a convivere con un livello di approssimazione che avevo sempre considerato intollerabile; in più di un’occasione, mi sono accorto di averlo raggiunto pure io.

È quello che succede quando ti misuri con la responsabilità e la concretezza. È quello che succede quando tutti si aspettano una risposta da te. Quando diventi l’ultima istanza. Quando decidi che c’è solo una cosa davvero inaccettabile: darti da fare affinché non succeda niente. Accontentarti di tirare a campare.

In questi stessi tre anni mi sono anche concesso il lusso di pensare sempre, di studiare fino a non avere più domande da fare, di usare la matematica e una potentissima dose di naïveté.

Giorno dopo giorno ho imparato come trascinare i pesi; come sollevare gli oggetti fragili.

Sono stati tre anni di sola andata.

Adesso voglio cercare contenuti che siano il più vicino possibile alla verità; assumere comportamenti che siano il più vicino possibile alla nettezza.

Voglio lavorare per qualcosa che non si possa negoziare. Chiamiamola per il momento: questione sociale di portata vasta.

Voglio farlo tornando ad esplorare quello spazio d’azione tra ciò che è privato del cittadino e ciò che è pubblico delle istituzioni, per operare direttamente nella società. Voglio tornare ad investire nella costruzione di comunità, sotto forma di aggregazioni che mantengono alcune caratteristiche di partenza: la visione dei pionieri; la disponibilità ad avviare un percorso non pre-codificato; di nuovo, la mancanza di un biglietto di ritorno. Ed alcune caratteristiche di arrivo: la trasformazione di un pezzo di mondo (non importa quanto grande); quel senso di essersi avventurati su un terreno incerto; la ricostruzione di una vicenda autentica.

Voglio lavorare per dare voce. Voglio lavorare a qualcosa di inaudito.

Io sto con i piedi a terra, e con un cannocchiale in mano.

Vediamo dove siete tutti.

10.

Perché l’ho fatto? Perché ho deciso di saltare da un aereo?

Me lo dovevo.

Sono cresciuto in campagna, sul fondale di un antichissimo lago prosciugatosi migliaia di anni fa, a poche centinaia di metri da un piccolo aeroporto famoso in tutto il mondo per le gare di alianti. D’estate, quando andavo a scuola, il cielo si riempiva di questi enormi gabbiani di vetroresina e di paracaduti colorati. Ricordo il giorno in cui andai ad informarmi: sulla durata del corso, sui costi, sui formulari da riempire; prima di tutto, se avevo ormai l’età per poterlo fare. Le prime lezioni sarebbero servite a spiegarci i nomi delle nuvole e il funzionamento delle correnti ascensionali. Poco più di 180 mila lire, e il primo salto era compreso.

Tornai a casa eccitato. Come ogni giorno, pranzai assieme a mia nonna, mia madre, mia cugina e mia sorella guardando in silenzio la puntata della soap opera Quando si ama. Non dissi una parola fino alla sigla finale. A quel punto mi presi un abbondante quarto d’ora per raccontare tutto. Ero abituato che quando volevo ottenere qualcosa — in realtà, quando volevo ottenere qualsiasi cosa — mia madre mi interrompeva subito. Diceva «no», ma sapendo già che di lì a poco mi avrebbe detto «sì», al termine di un negoziato in cui lasciava che a vincere fossi sempre io. Quella fu l’unica volta in cui non mi interruppe. Passavano i minuti ed io non capivo che cosa stesse succedendo. Mi lasciò tutto il tempo di finire, e a quel punto mi disse solamente: “ma io, a te, mica ti ho trovato!”.

Ci ho messo quindici anni a disobbedirle.

A trovare la risposta.

A dirmi che saltare era l’unico modo per capire cosa provi quando ti concedi un momento assoluto (da ab-solutus, sciolto), senza alcun legame.

Avevo bisogno di sapere che pensieri fai quando salti nel vuoto da oltre quattromila metri. E ho scoperto questo: che non pensi a niente. Semplicemente perché in quei secondi dovresti pensare a troppe cose. Sei soltanto lassù, completamente presente a te stesso.

Quando salti da un aereo capisci che le decisioni importanti le prendi bilanciando tutto, ma che le decisioni irreversibili, quelle che decidono cosa ne sarà di te, le prendi non bilanciando niente di ciò che sei stato fino a quel momento. È tutto il resto che — il secondo dopo — si riaggiusta in base a ciò che con quella decisione sei appena diventato. Sarà tutto il resto a trovare il suo nuovo posto attorno a ciò che avrai deciso.

Quando Thibault, tirandomi per un braccio, mi incoraggia a riprendere la marcia verso l’hangar e mi dice «tutto il resto è allenamento», io non ho ancora ripreso a respirare. Anche lui se ne accorge, mi dà due buffetti sulla guancia. «E però, Alessandro — mi dice sorridendo — non puoi mica pensare di saltare da un aereo ed essere così stressato».

In quel momento, finalmente so perché ho deciso di saltare da oltre quattromila metri.

Perché lasciarsi alle spalle quell’aereo ti dà una serenità indicibile.

Thibault respira.

Adesso torno a respirare anch’io.