La sindrome dell’impostore e il doppio vincolo
A conferma dell’influenza che ha Reddit nel dettare o almeno intercettare rapidamente i temi caldi delle conversazioni in rete, ha fatto molto discutere un post che chiedeva a terapisti, psicologi etc. quale fosse la preoccupazione più diffusa riportata in terapia da pazienti che si credono gli unici a esserne afflitti.
Tra le migliaia di risposte, Quartz (e in Italia il Post) ne ha riprese due tra le più votate, postate dallo stesso Redditor, TotallyBat-tastic:
1. Sentire di non amare davvero i propri familiari, in particolare i figli;
2. Non sentirsi all’altezza della propria posizione, con conseguente paura di essere scoperti dagli altri come impostori.
Della sindrome dell’impostore si parla parecchio in realtà, anche se forse mai abbastanza.
Si basa su un paradosso piuttosto elementare: siamo inclini a svalutare il valore di quello che ci risulta facile, rispetto a quello di attività che troviamo più difficili. D’altra parte, se siamo davvero bravi a fare qualcosa, è normale che ci riesca più facilmente. Così, però, finiamo per svalutare quello in cui siamo davvero bravi.
La sindrome dell’impostore potrebbe quindi impedirci di seguire il nostro vero talento. Non lasciamo che succeda e ricordiamoci che ci vogliono anni per fare bene una cosa in cinque minuti.
Ma quali sono le cause profonde per cui alcuni individui sono più portati di altri a sentirsi inadeguati, nonostante siano invece bravissimi a fare il proprio lavoro?
Il primo studio sull’argomento, condotto negli anni Settanta dalle psicologhe americane Suzanne Imes e Pauline Rose Clance, ha individuato alcune caratteristiche comuni che hanno i soggetti più esposti alla sindrome dell’impostore:
- l’appartenenza a un gruppo di minoranza o comunque l’essere diversi in qualunque modo dalla maggioranza del gruppo dei pari, può valere per esempio per il più giovane di una classe di studenti
- l’impegno perseguito nel tentativo di fare qualcosa di nuovo o di diverso, vale per esempio per chi prova a trasformare una propria passione in una nuova professione
- l’essere cresciuti in famiglie che pongono molta enfasi sul raggiungimento dei risultati
- l’essere cresciuti in famiglie che inviano ai figli un mix di messaggi contraddittori, di estrema lode e di aspra critica.
Il quarto punto è particolarmente interessante, perché richiama gli studi di Gregory Bateson sul doppio vincolo e, a sorpresa, può mettere in luce un legame della sindrome dell’impostore con l’altro grande taboo segnalato da Reddit, l’insicurezza dei sentimenti di affetto dei genitori verso i figli.
Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson è il libro più interessante che ho letto nel 2015, e uno dei più interessanti che abbia letto nella vita.

Prima di definirlo in altro modo, possiamo serenamente dire che Bateson (1904–1980) è stato un genio. Rigoroso pensatore concettuale, appassionato ricercatore sperimentalista, capace di spaziare in tutti i campi del sapere — filosofia, psicologia, antropologia, biologia, cibernetica — Bateson è il fondatore di una scienza in divenire, nuova e antichissima, che racchiude tutte le altre e mette al centro le idee intese e studiate come esseri viventi: l’ecologia della mente. Il livello di interdisciplinarità che si raggiunge leggendo Bateson ha il fascino che può esercitare un santone Zen.
La sua teoria del «doppio vincolo» ha rivoluzionato gli studi e la terapia della schizofrenia, cambiando la vita dei pazienti che ha curato e le sorti di discipline come la psichiatria, l’epistemologia e la linguistica.
A titolo di invito alla lettura, provo a esporla in versione semplificata per trarre tre conclusioni. Fosse per me, ne farei una lettura obbligatoria per famiglie.
Il doppio vincolo
La comunicazione tra individui avviene sempre all’interno di un contesto. Il messaggio e il contesto in cui questo messaggio avviene, anche detto meta-messaggio, appartengono a due livelli di astrazione differenti — chi ha familiarità con il paradosso di Russell può equiparare lo scarto tra messaggio e meta-messaggio a quello tra i membri di una classe e la classe a cui appartengono.
Un esempio tratto da uno spaccato di vita quotidiana:
- Che cos’hai cara?
- Niente.
(Come sempre in questi casi, Yahoo Answer ha la risposta).
Schematizzando molto, si può dire che la comunicazione verbale umana può operare a molti livelli di astrazione tra loro contrastanti e che la grande maggioranza dei messaggi metacomunicativi resta implicita:
“Se si riflette sull’evoluzione della comunicazione, è evidente che una fase molto importante in questa evoluzione viene raggiunta quando l’organismo cessa a poco a poco di rispondere ‘automaticamente’ ai segni dello stato di umore dell’altro, e diviene capace di riconoscere che il segno è un segnale, di riconoscere, cioè, che i segnali dell’altro individuo, e anche i suoi, sono soltanto segnali, che possono essere creduti, non creduti, contraffatti, negati, amplificati, corretti, e così via.”
Nel nostro esempio, quel segnale, “niente”, è un messaggio pronunciato in un contesto che confligge con il suo significato.
“Gli esseri umani possono falsificare i segnali che identificano i modi; si hanno così la risata artificiale, la simulazione interessata di amicizia, l’inganno, la presa in giro etc. Falsificazioni simili sono state osservate presso i mammiferi. Presso gli uomini ci si imbatte in uno strano fenomeno: la falsificazione inconscia di questi segnali. Essa può avvenire all’interno dell’io (il soggetto può nascondere a se stesso la sua reale ostilità sotto le apparenze di un gioco metaforico), ovvero può presentarsi come una falsificazione inconscia, da parte del soggetto, della comprensione dei segnali usati dall’interlocutore per identificare i modi. Così il soggetto può prendere per disprezzo la timidezza, ecc.”
Secondo Bateson, lo schizofrenico è una persona che ha difficoltà nell’identificare e nell’interpretare quei segnali che dovrebbero dire all’individuo di che genere è un messaggio (molti esempi di Bateson riguardano il gioco e l’umorismo).
“Egli ode il messaggio e non sa che genere o ordine di messaggio sia; è incapace di rilevare i contrassegni più astratti che la maggior parte di noi è in grado di usare ordinariamente ma che, per lo più, non è capace di identificare, nel senso che non sappiamo indicare che cosa ci abbia informati circa il genere del messaggio.”
La domanda quindi è: che cosa è necessario a un bambino per acquisire, o per non acquisire, abilità nei modi d’interpretare questi segnali?
La risposta è nelle caratteristiche del sistema familiare.
Nella situazione familiare dello schizofrenico si ritrovano le seguenti caratteristiche generali:
Per ragioni molto diverse tra loro che riguardano la sfera emotiva della madre, avere un figlio può generarle ansia.
Quando ciò accade, la madre ha l’istinto di ritrarsi dal bambino.
Ma se questi sentimenti di ansia e ostilità che la madre prova sono per lei inaccettabili, tenderà a dissimularli avvicinando il bambino.
Il problema della madre è quello di regolare la sua ansietà regolando la vicinanza e la distanza che la separano dal bambino.
“Ad esempio, se la madre comincia a provare ostilità (o affetto) per il figlio e contemporaneamente si sente spinta a ritrarsi da lui, potrebbe dirgli: ‘Va’ a dormire, sei stanco e voglio che ti riposi’. Questa frase apparentemente affettuosa tende a negare un sentimento che potrebbe essere espresso con queste parole: ‘Va’ fuori dai piedi, perché sono stufa di te’.”
Dal punto di vista del bambino, però, questa situazione rappresenta un dilemma.
Innanzitutto, lui non è stanco, ma si sente dire dalla madre che lo è. Poi, riceve contemporaneamente il messaggio “sono una madre affettuosa che si preoccupa per te” e il meta-messaggio “in questo momento non ti sopporto”.
Se il bambino interpreta correttamente i segnali meta-comunicativi, deve fare i conti col fatto che la madre non desidera averlo vicino e per di più lo sta ingannando mostrandosi affettuosa.
Sarebbe punito — farebbe esperienza del rifiuto e dell’inganno materno — per aver appreso a distinguere correttamente gli ordini di messaggi.
Ma se il bambino non interpreta correttamente i segnali meta-comunicativi, ossia interpreta l’ostilità come affetto e si avvicina alla madre per ricambiarlo, comunque viene punito, perché se si avvicina nel momento in cui la madre lo vuole lontano, lei lo respinge.
Il bambino è dunque punito se discrimina correttamente i messaggi della madre, ed è punito se li discrimina erroneamente: è preso in un doppio vincolo.
La mancanza in famiglia di una persona, ad esempio un padre forte e perspicace, capace di intervenire nei rapporti tra madre e figlio per sostenere quest’ultimo di fronte alle contraddizioni esistenti, non aiuta.
Ecco le tre conclusioni:
- Possono esserci ragioni valide, comprensibili e superabili per cui essere madre risulta ansioso. Accettiamolo, affrontiamolo. Come società, se la smettessimo di idealizzare il rapporto madre-figlio forse potremmo lavorare per migliorarlo.
- La coerenza tra i messaggi che i due genitori mandano al figlio è fondamentale per la salute psichica del bambino. Ma se uno dei due genitori genera messaggi auto-contraddittori, sta all’altro contraddirlo per ripristinare una comunicazione coerente.
- Se quando eri piccolo la tua famiglia ti ha inviato messaggi contraddittori e oggi soffri di sindrome dell’impostore, ti è andata grassa!