La Specializzanda Femminista

Ovvero: come imparerete ad amare Beyoncè e vivere felici


Io, di lavoro, faccio il chirurgo.

O meglio: io, di lavoro, faccio la specializzanda in Chirurgia Generale. È una cosa che un po’ ti definisce, come essere di Milano, io sono anche di Milano e una volta un’amica mi ha detto tu sei più milanese che essere umano.

Comunque, io, di lavoro, faccio il chirurgo.

Dialogo standard quando mi viene chiesto ma tu, che fai?

Sono specializzanda in chirurgia generale. Come in Grey’s Anatomy? Come in Grey’s Anatomy. Ma dai, che bello, che lavoro da Duri (la D è maiuscola, si sente). E grazie, ma no dai, è un lavoro (un po’ si gongola, un po’ finta modestia). Chissà che orari! Eh un po’, non sempre, a volte son pesanti. Ma con il fidanzato come fai? E una famiglia non la vuoi? Ma poi sei così piccolina, come fai a fare il chirurgo? Quando avrai figli smetterai, immagino!

Dialogo standard quando entro in una stanza, con divisa, zoccoli, camice su cui spicca in grande Eloisia (sono riusciti a sbagliarmi il nome) Franchi, medico chirurgo, specializzando in Chirurgia generale.

Signorina, scusi, quando arriva il dottore? È già arrivato, sono io il Chirurgo. Nooo, dai, mandami il Chirurgo Quello Vero. Il chirurgo Quello Vero può essere chiunque, soprattutto può essere lo studente al quarto anno, maschio. Ah, ecco il dottore, finalmente! Ehm, no, il dottore sono io. Signorina, mi scusi.

Signorina.

Vediamo chi indovina il punto di contatto.

È semplice, è banale e anche un po’ scontato. Sono un Chirurgo Generale e sono, decisamente, una donna. Ho i capelli corti ma son proprio una donna. In ospedale ho la divisa ma è inutile, si vede che son proprio una donna. Ho anche il rossetto, spesso, rosso, fa pendant coi capelli. Ricontrollo, ma a me pare di essere proprio una donna. Quelle cose che quasi non ci si crede. Sono un chirurgo e sono, non si può dir altro, femmina.

Nel 2015 non dovrebbe essere un gran problema. Guarda Grey’s Anatomy, le donne vincono i premi, dirigono reparti! Grey’s Anatomy è un telefilm, scritto da Shonda Rhimes. Anch’essa decisamente donna. Anche in Grey’s Anatomy a un certo punto la protagonista viene messa di fronte al dilemma: vero chirurgo o donna con una famiglia? Sceglie tutto: chirurgo (donna) con una famiglia. Al netto delle tragedie che avvolgono il Seattle Grace, al marito morto (ormai lo sappiamo tutti) eccetera, una scelta vincente, inventa tecniche e ha due meravigliosi pargoli. Tutti felici e completi, nessuna rinuncia.

Questa è fiction. I bambini alla mensa dell’ospedale non portateceli mai.

La medicina è ancora per larga parte un mondo maschile. Siamo tutte infermiere fino a prova contraria. E la chirurgia, beh… Se vi dico chirurgo, non vi vengo certo in mente io. Non viene in mente nemmeno a (molti) nostri primari. Me l’avevano sempre detto: guarda che il medico maschilista prima o poi ti capita. Per me non era mai stato un problema, che fossi una donna, ero una studente e poi una specializzanda, come tutti i miei compagni. Poi mi è capitato. È arrivato il Medico Maschilista. Sono un chirurgo, sono una specializzanda in Chirurgia Generale, sono una donna, sono di Milano, non sono capace di stare zitta mai (quante cose negative!).

Una volta mi ha detto: ci mancava la specializzanda femminista. Un quarto di spregio, un quarto di insofferenza, un quarto di sopportazione, un quarto di supposta ironia. Quante cose in un solo ci mancava la specializzanda femminista, un Negroni di insulti coperti.

Ma. Ma a me questa cosa qui mica mi ha dato fastidio. Mica ho mai detto il contrario. Mica è una malattia. Ti vedo stanca cos’hai? Eh, ho un po’ di femminismo.

Poiché ho un po’ di femminismo, e anche un po’ d’insonnia, stanotte ho letto Dovremmo Essere Tutti Femministi. È un bel librino con la copertina bianca con le scritte, quelli belli e piccoli di Einaudi. La copertina dice:

«Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo piú giusto. Un mondo di uomini e donne piú felici e piú fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli».,
Chimamanda Ngozi Adiche, Dovremmo essere tutti femministi, Vele, Einaudi 2015

È il rimaneggiamento di una Ted Talks di Chimamanda Ngozi Adichie, una scrittrice nigeriana brava. [consiglio di lettura] leggete Americanah! [fine consiglio di lettura]. Dicevamo. La Ted Talks. Questa Ted Talks negli Stati Uniti è diventata importante, Beyoncé l’ha campionata in suo pezzo, ha dato il via a quella che viene chiamata rinascita del femminismo.

In Flawless Beyoncè cita il discorso di Chimamanda Ngozi Adiche.

Beyoncé è al momento la mia femminista preferita. Se lo dici qui, dico qui in Italia, fa un po’ senso, ti guardano tutte storte, ma come Beyoncé? Eh, Beyoncé. È un po’ come quando dici di essere di sinistra e poi che metti solo profumo Chanel. Ma come Chanel? Eh, Chanel, a me piace questo.

È un librino, perché è piccolissimo, questo Dovremmo Essere Tutti Femministi. Ma Dovremmo Tutti Leggere Questo Libro. Spiega anche perché la mia femminista preferita è Beyoncé.

Innanzitutto, dice che certo sarebbe bello un mondo in cui non ci fosse più necessità di parlare di femminismo, ma purtroppo non siamo ancora in quel mondo. Siamo ancora nel tempo in cui le chirurghe donna, per tornare al fatto che son chirurgo, vengono protette come i Panda. Ci sono associazioni come Women in Surgery . Men in Surgery non ne ho viste mai. Questo perché ancora una parità reale non c’è. Lei fa altri esempi, ma se li dico è troppo facile. A me stanno antipatiche le quote rosa, e cose così. Mi stanno antipatiche perché nel mio Mondo Ideale io sono io come persona, sono brava perché io, non perché donna, o uomo. Ma servono ancora. È brutto, ma servono ancora.

Altra cosa importante: dice, non mi scuserò più per la mia femminilità, e voglio usare tutte le mie peculiarità di donna. Uomini e donne sono diversi, hanno diverse caratteristiche. E non è un male. Io leggo e faccio si con la testa. Non sarò meno considerata perché non sembro una suora laica. Mi piacciono i bei vestiti, mi piacciono i tacchi alti e gli stivaletti, mi piacciono i rossetti cari — sopratutto rossi —, la biancheria intima bella. Sentirmi femmina mi piace molto. Anche se poi so fare tutte delle cose “da maschi”. Che poi è da maschi saper usare una bolla? Non lo so, ma a me piace saper usare la bolla e mettermi il tubino nero con il tacco 12. Aggiustare da sola lo scarico del bagno e scegliere se mettermi i jeans o quella gonna lì, quella corta. Essere donna è molto bello, ti dà un’infinita possibilità nella scelta del guardaroba. E mi piace anche fare le torte. Mi piacciono queste cose molto femmine, disinvolte ad esistere, come dice Paolo Nori (che forse citava un altro, ma non me lo ricordo mica): è davvero un incanto. Anche le riot grrrl. E loro erano molto femministe, erano anche molto femmine. Da più giovane volevo essere tanto come loro, cantavano arrabbiate (perché da arrabbiarsi ce n’era) ma coi vestitini a fiori.

Volevo essere arrabbiata e svolazzante.

Ecco, il librino dice anche che va bene essere arrabbiate. Puoi non esserlo? No, ho il medico maschilista. Sii arrabbiata allora! Beyoncé è tutte queste cose: una donna, che non ha paura di essere donna, con delle idee sue e dei gusti suoi e non mutuati dal compagno, che cerca di cambiare le cose. Ecco perché è la mia preferita.

Chimamanda Ngozi Adichie dice un’altra cosa che è importante: che il suo femminista preferito è suo fratello. Conosco degli uomini che sono molto più femministi di tante dette femministe. Anche mio fratello è uno dei miei femministi preferiti. Lo farei leggere a tutti, perché è bello, dice cose belle e vere e giuste. Dice, dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie e ai nostri figli.

Lo leggi e dici, son proprio contenta di essere femminista così.

Però al mattino vado al bar. Vado al bar e leggo un pezzo su Internazionale. Era un pezzo sulla festa della mamma. A me piace la festa della mamma. Piace anche quella del papà. Mi piacciono un po’ tutte: cuciniamo per mia mamma e mandiamo una mail lunga a mio papà per dirgli che gli vogliamo bene. Cose così, a noi in famiglia ci piace. In famiglia siamo tre sorelle e un fratello. Siamo molto femministi tutti e quattro, nel senso di Dovremmo Tutti Essere Femministi. L’articolo su Internazionale dice, più o meno, così: la festa della mamma è ipocrita! È fatta a per ricordare alle donne di vivere in funzione degli uomini! È per dirci che siamo fatte solo per essere madri e non donne! È offensiva! Serve per rimettere le donne al loro posto, come le mimose o la solidarietà il giorno della violenza contro le donne!

Io leggo queste cose qui, e la mia testa, invece di fare sì, fa no-no. Ci vedo una rabbia distruttiva e nulla, nulla di femminista. O meglio: ci vedo un femminismo fermo agli anni 70, radicale, e sostanzialmente inesatto. A me piace ricevere fiori in qualsiasi occasione, fosse anche la festa delle donne. Non la trovo sbagliata. Non trovo sbagliato che il 25 novembre ci sia una condanna decisa da parte di tutti della violenza, e ci sia della solidarietà. A me sembra una cosa bella. E sì, al liceo ho anche letto tanto, tantissimo sulla teoria del femminismo.

C’e la teoria, c’è la pratica. Io la pratica la faccio tutti i giorni, cercando di ampliare lo spazio per me è per le mie colleghe, ribadendo che siamo diversi ma uguali, scrivo cose, trasmetto messaggi. Sono femminista essendo Eloisa.

In Italia siamo ancora tanto fermi qui, a questa rabbiosità, mancanza di ironia, io-contro-di-te, autodeterminazione del proprio corpo che poi si traduce in una mancanza — questa si vera — di libertà. Che è tutto il contrario di essere femmina, che è tutto il contrario della rabbia vera, che è tutto il contrario di femminista che, come dice Chimamanda Ngozi Adichie e come sottoscrivo, è:

«un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio.»


     ➤➤ Segui Medium Italia anche su Twitter | Facebook | RSS
One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.