Lasciarsi un giorno sull’internet

La costrizione al ricordo, Facebook Franca Leosini, e altre cose che ho imparato negli ultimi tempi

Lo scorso agosto, il 17 agosto per la precisione, è terminata una relazione che portavo avanti da quattro anni. Anni di convivenza in gran parte felici, ma con un finale atroce. “È terminata” però non è il modo migliore per descrivere quel che è accaduto, anzi, è un po’ ipocrita: ho deciso io di concludere quella relazione perché a mio giudizio era esaurita e mi ero completamente esaurito io.

Una depressione reattiva diagnosticata da una psichiatra gentile in un piccolo studio di Niguarda — alla periferia di Milano — aveva fatto il resto e mi aveva convinto che era finita, non c’erano altre soluzioni.

Però. Però mi era già capitato di trovarmi in situazioni simili in passato e sapevo bene o male cosa fare: qualche mese di vasche stile libero in una piscina di merda e poi via, a posto per qualche altro anno o almeno finché dura. Solo che lasciarsi sull’internet, oggi nel 2016, è ancora più complicato di quanto pensassi.

“Non se lo ricorda? Bene: allora glielo ricordo io”

Le relazioni sono fatte di ricordi, di amicizie comuni, cose fatte insieme, qualche volta di viaggi, qualche volta di pranzi, cene, aperitivi, momenti insieme ad altre persone, cose comprate per la casa, cose montate in casa, cibo mangiato insieme, animali domestici, animali domestici morti, gite fuori porta, visite ai musei, mostre, regali, weekend al mare, tre giorni in Trentino per le vacanze di Natale, una piccola follia a Copenhagen prima di Capodanno, eccetera. Ma non solo: sono fatte di chat su Facebook Messenger, di chat di gruppo su Facebook Messenger, di mail, di foto in cui si è taggati insieme su Facebook, di foto in cui si è taggati insieme su Instagram, foto profilo scattate da uno dei due all’altro o all’altra, retweet, commenti, reti sociali condivise, decine e decine di amici in comune accumulati, video fatti insieme, molto altro ancora. Anche questi sono ricordi, valgono uguale, anzi, di più. Sono lì, eterni.

Se potessimo trascrivere quattro anni di chat su Facebook Messenger, quante battute sarebbero, spazi inclusi? Chissà.

Lo sappiamo tutti, ma è bene ricordarcelo adesso, negli ultimi quattro anni ho e abbiamo — più che in ogni altro momento della storia dell’umanità — trasformato questi ricordi in materiali d’archivio digitali potenzialmente eterni, e, nel breve termine, in contenuti evanescenti da condividere online per gratificare il nostro ego con un like o un cuoricino. Non c’è nulla di male in questo, è la natura umana amplificata dai social media, va così, prendiamo atto della cosa senza giudicarla.

Cani, cappuccini, montagne, coppia: il ricordo standard secondo Facebook

Li abbiamo riversati questi contenuti potenzialmente eterni, che da qui alla fine dell’Umanità potranno essere reperibili da qualcuno o qualcosa — umano o inanimato che sia — soprattutto su Facebook e Instagram dove in buona sostanza viviamo a gestiamo la nostra rete sociale e il nostro falso sé nel modo che riteniamo migliore. Di nuovo, tutto ok, niente di strano: prendiamo atto della cosa.

A queste condizioni però lasciarsi sull’internet nel 2016 presenta un primo problema: avvisare le proprie reti sociali del fatto. Come fare a dirlo? Come ci si lasciava una volta? Come si diceva che ci si era lasciati una volta? Forse non ce lo ricordiamo neanche più.

Si telefonava, magari da un telefono fisso, la sera? Magari dopo il lavoro? Si andava a prendere un caffè con l’amico o l’amica del cuore? Si usciva una sera con gli amici e in un colpo solo si risolveva la cosa? E come fare con quelli che non potevano passare quella sera?

Ripartire dal via: una telefonata, forse… o forse non si faceva niente, si faceva finta di niente. E pian piano le cose nuove prendevano il posto e sostituivano il ricordo di quelle vecchie, come tutti i “prima” vengono cancellati dai “poi”, come non ci ricordiamo cosa ci fosse là all’angolo, prima che buttassero giù la casa vecchia per costruire quel palazzo nuovo.

I social media — Facebook, soprattutto — hanno reso abbastanza impossibile fare finta di niente e sostituire i “prima” con i “poi”, perché fanno resistenza, perché ci ricordano in continuazione i legami cementati in anni di relazione, e ci mostrano che il mondo di prima — quello che vogliamo lasciarci alle spalle, e abbiamo deciso di farlo coscientemente — è sempre lì, fermo, identico, e non gliene frega nulla di noi.

Il che aderisce bene alla realtà delle cose e della vita, ma ammettiamolo: non è molto consolante, tanto più in momenti come questi.

Forse il problema alla base del lasciarsi sull’internet oggi è l’impossibilità dell’oblio mista alla costrizione al ricordo, esercitata soprattutto da Facebook con le sue Memories. Proprio nel momento in cui uno vorrebbe non dico dimenticare, ma lasciar sedimentare i ricordi, Facebook si trasforma in Franca Leosini e ogni mattina dalla home ci sbatte in faccia un “Non lo ricorda? Allora glielo ricordo io” fotografico e indelicato, freddo.

Le vacanze. La gita a Camogli con gli amici. La festa di compleanno. Eccoli lì, in quelle belle foto col filtro malinconico di VSCO e la nitidezza al massimo, ma in questo caso più che malinconico l’effetto finale è malincomico. Se è fastidioso per una situazione come questa — certamente triste, ma senza lutti, senza morte autentica — non oso pensare cosa possa essere questa costrizione al ricordo per chi ha perso una persona cara. Queste, le mie, sono sciocchezze: mentre altre no, e non voglio nemmeno immaginarlo, o forse sì.

Un altro problema del lasciarsi sull’internet è la difficoltà a ripartire. A fare cose nuove. A costruire una nuova relazione, perché le nuove relazioni ovviamente non vivono solo di uscite, cene, compleanni, nuove porte da aprire, cose l’uno dell’altra da imparare e da conoscere, desiderio, no. Tutti questi elementi chiedono — davvero, ce lo chiedono, imploranti — di essere riconosciuti davanti al mondo delle reti sociali, lasciando un’impronta sotto forma di contenuti digitali.

È difficile dir loro di no. Del resto sono gli stessi contenuti che avevamo accumulato in quattro anni di relazione, di cui si diceva qualche paragrafo qui sopra, ma quattro anni prima. Però come si fa? È un grosso problema.

Gelatini stilizzati e sconfitta della realtà: I’m Jean Baudrillard and I approve this message ❤

Perché è come se partisse una specie di conflitto di sistema: le due cose non possono convivere. Perché i ricordi vecchi non si lasciano seppellire dai ricordi nuovi. E soprattutto, si fa male all’altra persona, alla persona lasciata generandoli e condividendoli quei contenuti: e cercando di lasciarsi restando un “decent man”, come mi ha suggerito un’amica saggia, non si fa.

Inoltre, che penseranno le reti sociali non avvisate, che non sanno o non sanno ancora? Si sentiranno tradite? Trascurate? Non abbastanza rilevanti da meritare una comunicazione ad hoc? Ci si sottopone in questo modo a una sostanziale autocensura: ma fino a quando?

Fino a quando ci si stufa probabilmente.