L’eterna notte di William Hope Hodgson

L’immagine di questo prolifico autore è stata rispolverata grazie a True Detective, grossa produzione televisiva targata HBO, arricchita da riferimenti più o meno espliciti alle sue opere

Di Alessio Schreiber

Nel 1944, riferendosi a The Night Land, Clark Ashton Smith scrisse:

In tutta la letteratura sono rare le opere così nitidamente straordinarie, così puramente creative, come The Night Land. Solo un grande poeta avrebbe potuto elaborare e scrivere una storia come questa.

E William Hope Hodgson è stato senza dubbio grande poeta e autore. Morto quarantenne, ucciso da un colpo d’artiglieria durante la Prima Guerra Mondiale che si avviava, agonizzante, verso la sua drammatica conclusione.

Alla vigilia della sua morte Hodgson aveva già scritto dozzine fra racconti, romanzi, saggi, poemi. Nonostante all’epoca buona parte dei suoi scritti fossero ancora inediti, alcuni dei suoi lavori furono accompagnati fin dall’uscita da entusiastiche recensioni. Apprezzamenti ai quali, tuttavia, non seguirono mai grosse vendite.

Se oggi l’immagine di questo prolifico autore è stata rispolverata grazie a True Detective, grossa produzione televisiva targata HBO, arricchita da riferimenti più o meno espliciti alle sue opere, all’epoca della sua morte furono la moglie e la cognata dello stesso Hodgson a coprire con regolarità i costi di stampa dei suoi libri principali. Un accorato tentativo di non disperdere l’eredità culturale lasciata dall’autore senza il quale, probabilmente, H.P Lovecraft non avrebbe mai letto nulla di Hodgson e non sarebbe arrivato a ritenerlo uno dei più brillanti autori della weird fiction.

Nel 1934, il collezionista e avido lettore H. C. Koenig donò a Lovecraft, suo caro amico e corrispondente, un nutrito numero di libri facenti parte della sua collezione. Grazie a quello che possiamo immaginare come un gesto di estrema generosità per l’epoca, Lovecraft entrò quindi in possesso di una serie di volumi fra i quali spiccavano quattro romanzi firmati da W.H. Hodgson.

Koenig si avvicinò all’opera di Hodgson dopo aver letto il racconto breve The Voice in the Night pubblicato nel 1931da Faber & Faber all’interno della storica raccolta They walk again curata da Colin de la Mare. Una lettura che lo portò a voler approfondire e poi collezionare, l’intera opera dell’autore.

Lovecraft, inizialmente scettico rispetto alle qualità letterarie di Hodgson, ne rimase invece talmente impressionato da decidere di correggere il pionieristico saggio Supernatural Horror in Literature che sarebbe poi uscito postumo in un’edizione pubblicata da Arkham House.

Nella suo commento a La terra della notte (The Night Land, 1912) Lovecraft scrisse:

L’immagine di una notte eterna, un pianeta morto sul quale i resti della razza umana si concentrano all’interno di una piramide di metallo stupendamente disadorna e assediata da mostruose, ibride e al contempo sconosciute forze delle tenebre, è qualcosa che nessun lettore potrà mai dimenticare.

La terra della notte è la più audace, complessa e insieme frustrante opera di William Hope Hodgson. Senza dubbio uno dei libri di fantascienza più stravaganti mai scritti. Hodgson lo considerava il proprio acme e, nonostante non sia il suo romanzo più popolare, nessuno ne può mettere in discussione le sue qualità uniche. Tanto Lovecraft quanto Clark Ashton Smith lamentavano però il fatto che la sua narrazione settecentesca e l’utilizzo della prima persona incidessero negativamente sulla trama stravagante e allucinata, pur considerando il libro visionariamente ipnotico. Una valutazione dettata dal pesante ricorso che Hodgson fa ad arcaismi e costruzioni barocche che, a tratti, rendono il libro di difficile lettura. Ma è proprio nel suo essere verboso che l’autore dimostra, a più livelli, d’avere mestiere. Già con Naufragio nell’ignoto (The Boats of the “Glen Carrig”, 1907) Hodgson ostentava una certa sicurezza nell’utilizzo di forme linguistiche desuete. E fin da allora si poteva notare quanto queste contribuissero allo svilupparsi di quella forte atmosfera di alienazione che il romanzo richiedeva.

Quella di Hodgson è quindi un’opera compiuta, non un tentativo animoso né un banale esperimento letterario. L’intensità drammatica che questa complessa struttura lessicale attribuisce al testo rende quest’ultimo, in un certo qual modo, biblico. E non è da escludere che lo stesso Hodgson sia stato condizionato dalla lettura della Bibbia, e in particolare dal Libro della rivelazione, nella costruzione del suo mondo apocalittico. Questo profondo simbolismo, suggerito anche dai nomi attribuiti alle creature e ai luoghi che popolano La terra della notte, ha contribuito alla creazione di una visione unica e immensa; un gorgo imaginìfico nel quale, tuttavia, sono affondate le aspettative di tanti lettori.

La terra della notte è l’epìtome di Hodgson; un testo all’interno del quale trovano compiuta espressione tutte le sue tematiche e intuizioni, trasfigurate però da una luce nuova e sinistra in una teleologia della salvezza che si compie attraverso l’orrore del male e il sacrificio. Il futuro che Hodgson ricrea è ben lontano da quanto ci si aspetterebbe e quello che all’inizio sembra un semplice pretesto studiato per fare da cornice a una situazione romantica, diviene uno dei più grandiosi affreschi della Letteratura fantastica mai concepito.

Hodgson infila al protagonista della storia i panni di un giovane scienziato capace, solamente lui, di sentire la notte e distinguere i messaggi lanciati dalla varie entità che vi si rifugiano secondo un leitmotiv di viaggio in altre dimensioni che verrà ripreso fra gli altri da Eric Rücker Eddison nella trilogia di Zimiamvian e nel “Ciclo di Marte” di Edgar Rice Burroughs. Un’idea sviluppata embrionalmente già ne La macchina del tempo (The Time Machine, 1895) di H. G. Wells, lavoro che ha sicuramente influenzo il capolavoro di Hodgson La casa sull’abisso (The house on the Borderland, 1908). Le stampelle vittoriane che stando a C.A. Smith rallentano il ritmo della lettura sono poi un involontario tributo alle opere di altri grandi autori come William Morris e Lord Dunsany.

Lovecraft appare invece più infastidito dalla componente affettiva del romanzo nella quale rintraccia null’altro che una sublimazione esasperata del concetto di fedeltà coniugale. A seguito del salvataggio di Naani la narrazione si impantana in un sentimentalismo zuccheroso. Hodgson stesso volle sottotitolare l’opera ‘Una storia d’amore’ riferendosi, fin dal prologo, a una passione imperitura; un difficoltoso tentativo di tessere, attraverso il suo complesso universo, una possente allegoria dell’amore.

Il pellegrinaggio che il protagonista compie attraverso gli abissi più corrotti è lo specchio di una verità epigrafica; quella per cui l’uomo, lasciato in balia dell’oscurità, diverrà schiavo della potenza bestiale dell’inconscio. È quello che accadrà nelle trincee durante la Grande Guerra. Una lunga, estenuante spirale verso le tenebre della barbarie.