
Un anno fa cambiava la mia vita, e non solo la mia
La mia testimonianza un anno dopo l’arresto di mio padre, poi assolto, nell’inchiesta del Mose di Venezia
di Valentia Artico

Martedì 3 giugno 2014. Vado a letto un po’ meno serena del solito, mi sento agitata e non so il perché. Fatico ad addormentarmi, ogni minimo rumore mi fa sobbalzare, tachicardia, ansia. Apparentemente, tutto nella norma. Penso “saranno le solite sensazioni negative passeggere ed ingiustificate”.
Sono le ore 4:05 del 4 giugno 2014, quando sento una macchina fermarsi sotto casa. Una, due, tre portiere sbattono. Il campanello di casa suona. Tre suoni insistenti, decisi, come a dire “Svegliatevi che c’è posta per voi”.
Impietrita, con il corpo bloccato e la sudorazione a mille, sono in preda ad un attacco di panico e non so che fare. Il campanello che suona a certe ore della notte, non può essere di certo un buon segno. Ma qualche forza mi viene in soccorso e mi fa alzare dal letto, andare in camera dei miei (sì, sono una fifona e non avrei aperto da sola!) per avvisarli che qualcuno ci aspettava. Scendiamo io e mio padre, l’accoppiata vincente.
La stessa accoppiata vincente che, qualche ora dopo, si vedrà scritta in un faldone di oltre cinquecento pagine. Perché a suonare in quel modo insistente, a turbare il sonno di un’intera famiglia, quella sera, è stata la Guardia di Finanza. Quella divisa che un tempo volevo indossare (volevo entrare nel corpo cinofilo della GdF) e che ci avrebbe per sempre rovinato l’esistenza.
Sono piombati in casa mia all’improvviso, ispezionando stanza per stanza, non trovando nulla. E alla fine, portandosi via mio padre.
Perché al giorno d’oggi, se un padre ha la possibilità di trovare un lavoro al proprio figlio, deve fare i conti con un Paese che mette in galera gli innocenti, e pensare che una notte qualunque potrebbero buttarlo giù dal letto con un mandato d’arresto.
Ho letto il nome di mio padre insieme a quello degli altri arrestati, contemporaneamente, in quella missione soprannominata “La grande retata del Veneto”. E accanto al nome di mio padre, il mio. L’accusa del suo arresto: “Ha fatto assumere la figlia”.
Mi sono vista portare via mio padre alle 6 di mattina, con quattro “di loro” che neanche hanno avuto il coraggio di pronunciare la parola “arresto”. Sapevano che stavano facendo una stronzata.
Chiesi “Ci farete sapere dove lo portate?” “Signorina non si preoccupi, le faremo sapere tutto.” Tre ore dopo, ancora non avevamo notizie.
Ho passato 23 lunghi, infiniti giorni a comunicare più con l’avvocato che con il mio fidanzato, a presentare prove che scagionassero mio padre, perché era tutta un’assurdità. Ore e ore passate al telefono e al pc, alla ricerca di ciò che alla fine ha dimostrato la sua innocenza e che ha portato all’annullamento del provvedimento di custodia cautelare. Era la sera del 27 giugno quando, alle 22, dopo quattordici ore di non sappiamo cosa, hanno deciso di mandarcelo a casa. E noi, donne di famiglia, ce lo siamo andate a riprendere.
È passato un anno ormai, da quel giorno. Un anno da quelle giornate in cui 24 ore non bastavano, settimane in cui 7 giorni non erano sufficienti, parole che non potevano esprimere né la rabbia, né la stanchezza. Ventitré giorni assurdi, difficili, tristi, sfinenti, da non augurare mai, a nessuno.
O anzi sì. Io li auguro a quelle stesse persone che hanno sbattuto in galera mio padre per ventitré giorni, accusandolo di avermi fatta assumere in un posto dal quale poi, alla fine, mi sono licenziata per cercare di meglio. E all’interno del quale ho sempre cercato di meglio, mandando curriculum altrove e facendo colloqui. Perché io non sono mai stata una raccomandata. Sono semplicemente capitata nel posto in cui cercavano, al momento in cui cercavo. E se fosse stato comodo forse sarei ancora lì, ma le mie ambizioni erano altre. Non mi sono mai accontentata, ho sempre voluto di più, sapevo di meritarmelo, e questi pezzi che scrivo sono la continua testimonianza del fatto che ho di meglio, ma vorrei di più. Il mio sogno è di più.
Un anno dopo, cosa resta di quell’arresto? Restano i ricordi terribili, le lacrime che non sono mai riuscita a versare, le parole mai sufficienti ad esprimere i sentimenti, e l’amarezza per la vita che non è più la stessa, perché sono cose che restano. Restano nella mente mia, ma restano nella mente di chi, quei ventitré giorni, era in un carcere con dei veri delinquenti, sapendo di non far parte di quella cerchia. Restano nello shock che ancora ci porta a svegliarci di soprassalto alle 4 di notte con il minimo rumore, spesso.
Resta la rabbia di vedere che fuori c’è chi uccide, chi stupra, chi commette atti di pedofilia. Gente che al massimo in galera si fa una settimana, perché poi sono tutti “incapaci di intendere e di volere”. Mio padre, che incapace di intendere e di volere non era e non è, se n’è rimasto in cella con un pluriomicida, si è portato a casa racconti da brivido, emozioni negative inspiegabili. A lui quei giorni e la tranquillità di prima, non li ridarà mai nessuno.
A me, invece, resta solo l’amara vittoria di non essere stata sconfitta da quella gente lì ma anzi, di essere diventata ancora più forte. E forse, di essere cresciuta ancora un po’.
A “quella gente lì”, comunque, auguro solo un giorno di quelli che abbiamo passato noi, l’anno scorso. Auguro loro un quattro giugno come il nostro, nella loro vita. Dove si vedono crollare il punto di riferimento di casa, vedono crollare un muro portante della loro casa, della loro vita. In un secondo, e per sempre. Forse poi, prima di emettere dei mandati d’arresto alla cazzo (lasciatemelo dire), ci penseranno non dico tre, ma dieci volte.
Tutto serve per crescere, tutto fortifica. Se non ti distrugge prima.
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