Mediterraneo infinito, una storia vera

Di Rossana de Michele
Illustrazione di
Jess X Chen

Illustrazione di Jess X Chen per la serie Visions From The Inside

G. è giovane, carina, molto carina, vive a Firenze, da poco separata con due figlie di otto e undici anni. N. è giovane, bello, studente di architettura in procinto di laurearsi, un paio d’anni più giovane di lei.

Siamo nel 1979, e le università di Firenze hanno visto dal ’75 in poi crescere l’afflusso di giovani dal Maghreb, le famiglie benestanti e progressiste mandano dal Marocco e dall’Algeria e i propri figli a studiare nel capoluogo toscano, nella speranza di tenerli lontani dai disordini e dalle incongruenze di casa propria. Sono bellissimi ragazzi di fede mussulmana, ben educati, non fondamentalisti, che in riva all’Arno vivono “all’occidentale” e appaiono perfettamente integrati con gli altri studenti.

Intorno alla prima coppia, italo algerina, si formano altre coppie, C. è di Ravenna e M. di Casablanca, C. e M. sono i primi che appena laureati decidono di andare a vivere insieme e di avere subito una bambina.

Per G. e N. la faccenda è un po’ più complicata, ci sono le due bambine , e G. non se la sente di affrontare una convivenza, e poi i suoi genitori, a Roma, non sono così moderni da aprire la porta di casa a N, il fatto che la figlia lo ami, che sia un ragazzo bello e brillante, presente e solido, sembra non essere sufficente per superare il pregiudizio: è un algerino.

Mentre C. e M. si sono trasferiti a Ravenna, lei aspetta la seconda figlia e la Romagna progressista li ha accolti a braccia aperte, G. ha discusso la sua tesi, ha vinto un concorso pubblico e si è trasferita a Roma con le figlie, mentre N. ha avviato una propria attività a Firenze e la possibilità di andare a vivere assieme sembra lontana.

G. e N. si vedono il fine settimana o per brevi periodi di vacanza che rubano al proprio lavoro lui a al menage lavoro — famiglia lei. N quando va a Roma la aiuta, fa “l’uomo di casa”, frequentano insieme gli amici, e G vorrebbe che lui cambiasse almeno città per avvicinarsi a lei, ormai fanno coppia da 6 anni. E N settimana dopo settimana prolunga i suoi soggiorni romani, le ragazze crescono e il momento della tanto attesa convivenza sembra finalmente prossimo.

Un giorno N. riceve una telefonata da casa, ad Algeri è arrivata una lettera che proprio non si può far finta di non aver aperto: N deve tornare in Algeria e fare il servizio militare, ha tempo un mese, altrimenti verrà dichiarato disertore e non potrà mai più rivedere il volto della madre e del padre, dei suoi 5 fratelli e sorelle minori. Si consultano consolati e ministeri, ma il goveno algerino non ha intenzione di rinunciare ai propri uomini laureati e l’esercito si sta occupando della progettazione di nuove strutture e tutti gli architetti e gli ingegneri che ancora non l’hanno fatto sono stati richiamati ad adempiere all’obbligo della leva.


I l Mediterraneo diventa un mare infinito tra l’Europa e l’Africa il giorno in cui N. parte. Ad Algeri il tempo di salutare la madre e le sorelle e poi deve consegnare il passaporto ai gendarmi, lasciarsi rasare i capelli e indossare la divisa. A G arrivano le foto di lui vestito con la sahariana e il fucile in mano, sembrano foto vecchie di cinquanta anni, solo l’azzurro feroce del cielo algerino tradisce che sono state fatte dopo la metà degli anni ‘80.

Un anno passa in fretta, e N. viene “invitato” a “fermarsi” nell’esercito un secondo anno, ancora un anno di foto al tavolo da disegno, con le sorelle nei costumi tipici, e con il fucile nel deserto, lo stesso deserto, la stessa divisa e gli stessi scarponi da marcia in posizione di riposo della prima foto, anche se sulla faccia è cresciuto un solco in mezzo alla fronte che di riposato non ha nulla.

G. lavora al Ministero dell’Interno, sa che senza il suo passaporto N. non potrà più rientrare in Italia e l’esercito algerino minaccia di non restituirlo se non si adatterà a fermarsi ancora e poi ancora. N. e G. si scambiano lettere e telefonate notturne sempre più concitate e disperate, fino a che G decide di partire approfittando di una licenza di N. per riabbracciarlo e per capire che possibilità ci sono che l’ambasciata italiana ad Algeri lo aiuti a recuperare i suoi documenti.

Anche quando G. parte da Fiumicino alla volta di Algeri, lasciando a casa due figlie adolescenti, il Mediterraneo sembra non finire mai. Ma G. sente la responsabilità di questo amore così grande e sa che due anni sono lunghi anche nel deserto e che è stato giusto non rimandare.

“Cosa è che rende questo Mediterraneo, questa pozza di acqua salmastra qui sotto uno spartiterra tanto lungo da percorrere?”, si domanda G. mentre è in volo. “Cosa troverò dall’altra parte?”

La famiglia di N. accoglie la bionda G. nella propria casa, non trova ostilità, anzi, c’è apparente affetto, ma molte cose sono cambiate dai tempi dell’università a Firenze e ad Algeri c’è meno apertura nei confronti dello stile di vita occidentale. E G. sente il Mediterraneo espandersi alle proprie spalle. All’ambasciata è chiaro sin da subito che non c’è alcuna intenzione di restituire i documenti e la propria vita all’uomo e che l’autorità italiana in assenza di un matrimonio e di figli non ha leve da utilizzare con il governo e con l’esercito algerino, che nega anche l’ultima speranza, un permesso temporaneo. G. e N. decidono di concedersi questa ultima vacanza, è chiaro ad entrambi che al rientro dall’oasi si dovranno separare, Algeri non è il posto in cui G vuole vivere e crescere le proprie figlie, e N resterà ancora come minimo un anno prigioniero in caserma.

G. sorvola il mare scuro e quando atterra a Fiunmicino sente che il Mediterraneo è ancora più vasto e profondo del giorno in cui N. se ne è andato.


G. e N. ora sono un nonno e una nonna che vivono uno sulla sponda africana e uno sulla sponda europea di un mare che ai loro occhi si comporta come una fisarmonica. Una sera si accorcia, e lui le chiede l’amicizia su Facebook e guardando le sue foto le dice che è ancora bella, il giorno dopo si spara in un museo in Tunisia e l’acqua riempie tutto e li allontana. Poi un messaggio su WhatsApp e le onde si ritirano davanti a questo rapporto umano così intenso tanto che c’è da chiedersi “perchè non l’hanno attraversato a piedi quel mare?”. Ma sono pochi chilometri d’acqua capaci di trasformarsi in oceano quando li affronti con un gommone rappezzato dalla costa di li verso qui, e quando G vede i resti di quei natanti al telegiornale riconosce il Mediterraneo minaccioso e scuro che ha messo un solco nella sua vita.

Voglio solo dire una cosa a G. e N., che ho conosciuto bene, raccontate ai vostri nipoti di quella volta in cui a Firenze avete fatto toccare le due sponde del Mediterraneo e chiedete loro di crederci e di impegnarsi a riportarlo alle sue dimensioni reali con l’unico modo che esiste per farlo.


Jess X Chen è una film director, artista e touring poet. I suoi genitori, dopo la rivoluzione culturale, si sono trasferiti in Canada dalla Cina. I suoi lavori testominiano e narrano dei traumi coloniali, della diaspora asiatica e delle proteste collettive per i diritti delle persone. — La cover di questa storia fa parte della serie “Visions From The Inside — a collaborative project between visual artists and detained migrants at the Karnes Detention Center”, che racconta le storie dei rifugiati che attraversano il confine tra Messico e Stati Uniti.