Medium in Italiano è un posto bellissimo

Facciamo in modo di tenerlo così?

Chi non segue le vicende della community anglofona su Medium si sarà forse perso una settimana di passione (“Ehi, mamma, guarda! Un gioco di parole!” “Non fissare, non è educato”) che ha coinvolto almeno tre pubblicazioni diverse, ognuna per i suoi motivi e con risultati molto diversi. Una di queste mi ha riguardato un po’ più da vicino perché ha coinvolto Athena Talks, una delle pubblicazioni con cui collaboro, e perché è finita con la perdita di Kel Campbell, una delle voci più oneste e divertenti di quella che è già una community piuttosto vivace, con le sue star e (purtroppo) i suoi primi troll.

Per chi ha pazienza di leggersi tutto (in inglese), ho riassunto la faccenda qui.

Per farla breve, dopo un periodo iniziale di grande cordialità e affabilità e volemosebbene, su Medium in inglese sono arrivati quelli a cui dà fastidio che le donne abbiano un’opinione, e nello specifico le donne che si dichiarano femministe, e ancora più nello specifico quelle che fanno notare che il sessismo esiste, il maschilismo pure, e lo fanno raccontando le loro esperienze personali di entrambe le cose. Le risposte alle storie si sono riempite di gente aggressiva, del tipo che è noto perché quando arriva l’aria diventa irrespirabile. Prendono di mira le donne, dicevo, per ragioni di cui mi riservo di parlare in altra sede, perché il discorso è lungo. Il risultato, comunque, è che dove di questi imbecilli ce ne sono tanti le donne trovano più difficile esprimersi, si autocensurano, decidono che tutto sommato meglio la salute. E le community si impoveriscono.

Non voglio entrare nei dettagli del singolo caso, ma tenermi sul generale. Medium è un posto molto bello dove parlare e confrontarsi, ma il rischio che con il volume degli iscritti arrivi anche gente la cui idea di discussione è “la mia opinione vale quanto la tua” anche quando sostiene idee orribili è piuttosto concreto. Per ora, la maggior parte degli iscritti attivi in italiano (a occhio) sono persone di cultura medio-alta, gente che scrive di mestiere o che comunque è interessata a leggere storie interessanti, articoli di giornalismo indipendente (a proposito, state seguendo Verità per Giulio? O Longform Italia?) reportage e qualche volta anche riflessioni personali. La community in quanto tale si sta ancora formando, non c’è ancora la massa critica oltre la quale arrivano i disturbatori.


Partiamo da un assunto di base: le opinioni non sono tutte uguali. Ci sono opinioni informate e non, opinioni offensive e non, opinioni razziste, sessiste, omofobe, misogine. Il più delle volte, la gente non ha idea di essere nessuna di queste cose (oppure lo sa e non gliene frega niente: sono quelli che iniziano la frase con “Non sono razzista, ma…” oppure “Forse sono sessista, ma…” per non parlare di quelli che hanno tanti amici gay/neri/donne e tutti gli danno ragione, quindi la loro opinione va bene, ok?) In ogni caso, è possibile discutere con tutti se si parte da una base di realtà e di civiltà: anche fra chi sta dalla stessa parte si può essere in disaccordo su modi e metodi o letture di una situazione. Mi viene in mente il caso della legge Cirinnà, o la questione della gravidanza per altri, nodi su cui a volte si discute con pacatezza e a volte mandandosi a stendere, pure all’interno della stessa comunità LGBTQIA.

Il caso di Kel Campbell mi ha fatto pensare a quanto Medium sia fatto dalla gente che ci scrive, e di come sia possibile minimizzare l’impatto di chi non vuole discutere o confrontarsi ma solo sfogare malumori, rancori e desideri di rivalsa. Nella storia che ho scritto domenica scorsa (ehi, era Pasqua, che avevo da fare, oltre che digerire carboidrati?) ho provato a buttare giù alcuni punti da tenere presenti per il futuro, per non farci trovare impreparati quando si comincerà a ballare. Pensatele un po’ come le strategie di equilibrio di chi sul Tagadà voleva stare in mezzo e non cadere. (Gesù, che adolescenze brutte che abbiamo avuto, noi degli anni ‘70.)

  1. I troll vivono di attenzione. In generale, alla gente non piace parlare al vento. Anche quando dice scemenze, preferisce stare dove qualcuno la ascolta. Se nessuno se la fila, la smette o se ne va.
    È facile cedere alla tentazione di rispondere a qualcuno solo per prenderlo in giro o dirgliene quattro, ma facendolo si crea un contenuto che finisce sulla nostra timeline, con un link al contenuto originale. E trac, prima l’avevi visto solo tu, adesso lo vedono tutti quelli che ti seguono. Chiamatelo “principio di Adinolfi”, quello per cui una persona esiste solo in virtù del fatto che la gente le presta attenzione. Se tutti si girano dall’altra parte e non ci cascano, le levano l’ossigeno.
  2. Le recommendation vanno usate con criterio. Tutto quello a cui metti un cuoricino viene spinto nella timeline di chi ti segue. Un contenuto aggressivo, che utilizza materiale preso da una storia altrui (ci sono già stati dei casi di plagio) o che espone tesi non suffragate dai fatti può fare dei danni: bisogna scegliere con molta cura quello a cui si vuole dare evidenza. Lo dico perché anche a me è scappato il ditino su cose che in retrospettiva non erano così meritevoli di attenzione.
    La mail che vi comunica le risposte alle vostre storie include un tasto “Recommend” che è facile scambiare per un “Leggi sul sito” per automatismo mentale. Se lo cliccate, mettete una recommendation automatica alla risposta, quindi occhio.
    Mandare avanti le interazioni positive, costruttive, anche critiche ma formulate in tono civile è cosa buona e giusta. I deliri, le crudeltà, gli attacchi personali o le fanfaronate, molto meno.
  3. Prendiamoci cura degli altri. Avevo scritto una risposta al contenuto che ha offeso Kel (e ne ha causato la dipartita). Era una risposta piuttosto pacata, ma comunque una risposta a un troll. Quella risposta non c’è più perché qualcuno mi ha avvertito (via nota privata) che si trattava di un attacco personale. Così ho potuto interrompere la catena. Teniamolo a mente: i piccoli gesti di gentilezza contano.
  4. Non usiamo le risposte per partire di capoccia. Come dicevo sopra, le risposte finiscono nel nostro feed: ogni volta che rispondiamo a qualcuno, i nostri follower possono vedere la risposta e anche il link al contenuto originale. È una funzionalità di Medium che facilita le conversazioni distribuite su un argomento, ed è bellissima; ma va usata con parsimonia, e solo quando siamo proprio sicurissimi di voler discutere con la persona che ha scritto il contenuto su cui non siamo d’accordo, e vogliamo dare visibilità a quel contenuto. Altrimenti, come sopra: mai come su Medium, il silenzio è importante quanto le risposte nel distinguere i contenuti di valore da quelli che non lo sono.
  5. Se proprio dobbiamo rispondere, siamo cortesi. Su Internet ci siamo abituati a essere tutti un pochino più brutali del normale, sicuramente più brutali di quanto saremmo nella vita reale. Questo alimenta un’atmosfera insostenibile e inibisce la condivisione: se so che le persone intorno a me hanno rispetto delle mie storie, sarà più facile per me raccontarle con onestà. Se invece so che ogni volta devo tuffarmi nella vasca degli squali, magari ci penso due volte.
    Essere cortesi, non sarcastici, costruttivi, fornire dati, esporre il proprio punto di vista in maniera sobria e senza scaldarsi è fondamentale. Ci sono posti in cui il sarcasmo funziona, ma il sarcasmo non costruisce niente. Siamo noi che decidiamo il tono da dare alle nostre interazioni e il tono che riteniamo accettabile quando la gente si rivolge a noi.
  6. Gli editor possono fare molto. Il caso di Kel Campbell è diventato un caso principalmente per un’ingenuità degli editor di Athena Talks, che hanno ripreso su una pubblicazione femminista un contenuto maschilista che rubava pezzi di una storia scritta da una loro collaboratrice. Va da sé che bisogna stare attenti a quello che riprendiamo, soprattutto se gestiamo pubblicazioni di stampo politico. A me è già capitato di dover decidere se dare o meno visibilità a contenuti sessisti, e ho deciso di no.
  7. Non dare da mangiare al troll. Mi pare essenziale ribadire questo concetto: scegliere a cosa dare spazio e attenzione è il primo passo per la costruzione di un ambiente in cui sia bello vivere. È una regola molto antica (in anni-Internet), ma sempre valida. Se una conversazione degenera, se ci accorgiamo che va a vuoto e diventa inutilmente aggressiva, è meglio lasciar perdere piuttosto che investire in malumore. È tempo risparmiato che si può usare meglio, tipo, che ne so: scrivendo una storia su Medium su come hai passato la Pasqua a parlare di Medium.
    Poi non dite che non vi do delle idee.

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