Illustrazione Pascal Champion

Mattia da grande farà il freelance

“Ho solo una domanda in testa: hai fatto la scelta giusta?”

di Antonino Caffo


Hai fatto la scelta giusta?”. Me lo ripeto spesso e sempre più spesso me ne dimentico la risposta. Il “si” o il “no” va a momenti e non dipende tanto da come ti senti tu, ma da come si sente il mondo. Anche da come ti percepisce il mondo ha una influenza su di te.

“Papà è vero che tu non avrai una pensione e nemmeno io?” — mi chiede Mattia. “Chi te lo ha detto? Sai almeno cos’è una pensione?” — rispondo. “Certo, è quella cosa che ti arriva a casa con i soldi dopo che hai lavorato tutta la vita, però prima che muori”.

Anche mio figlio di 5 anni, lo ha capito.

Essere freelance è sicuramente una scelta, ma inconsciamente rappresenta una vocazione. Quante volte avrei voluto mandare a quel paese un direttore, un collega o anche un solo ufficio stampa, che quando raggiunge la perfezione riesce a contattarti nel giro di 5 minuti per email, telefono, sms, Facebook e WhatsApp. Che per carità, non è mica colpa loro, ma ci sono giorni in cui maledici di avere la connessione ovunque, anche sull’orologio; quella stessa connessione che puntualmente non va quando vuoi vedere in streaming la Champions. Questione di karma.

Oggi Mattia resta in asilo tutto il pomeriggio. Giusto così pensano in molti: “I bambini devono adeguarsi sin da piccoli ad una vita che abitua a stare fuori casa mattina e pomeriggio” e bla bla bla. Si ma non al ritmo di Seven Nation Army, almeno non a quell’età. Quasi sicuramente Mattia da grande farà il freelance. Magari non il giornalista, ma avrà una professione libera, libera di farti vivere per anni su montagne russe molto particolari: il giorno che ti arriva il bonifico sei Ricky, quello in cui paghi l’ennesima tassa diventi Barabba per almeno altre quattro settimane.

Perché dico che Mattia farà il freelance? “Oggi cosa hai fatto a scuola” — gli ho chiesto qualche giorno fa. “Ci hanno insegnato la tabellina del 7 e ci hanno detto di fare gli esercizi a casa” — mi dice. “Bene, facciamoli” — rispondo io. “No, papà, già li ho fatti. Mi sono portato avanti mentre aspettavo che mi venivi a prendere”.

Illustrazione Pascal Champion

Mi sono portato avanti”.

Una frase che mi accompagna da quando sono nato. Dovesse succedere un cataclisma oggi io resto impassibile, i siti per cui lavoro non fermeranno le bit-rotative. Mi sono portato avanti. Non c’è dubbio: Mattia non potrà che fare il freelance. Dovrà solo capire che il suo portarsi avanti non sarà mai abbastanza perché quel traguardo che cerco di appuntarmi ogni mattina si sposta sempre più in fondo, come quei sogni in cui vuoi raggiungere una meta e invece lei si allontana e quando ci sei e cerchi di correre, le gambe non vanno. E ti svegli tutto sudato.

Mia moglie torna a casa; ho lavato Mattia, steso i panni (la lavatrice proprio non so farla partire), messo il pollo nel forno e apparecchiato in tavola. Mi guarda stanca, ha avuto una giornata dura, lo so, ma anche da questa parte della barricata non è poi così semplice.

Domani ho due conferenze e con molta probabilità incontrerò gli stessi colleghi. Sono sempre lì, vivono nelle agende degli uffici stampa, probabilmente sono ologrammi che prendono vita per quelle due ore e poi tornano nell’oscurità. “Come va? Scrivi ancora per tizio e caio? Ancora non ti sei rotto? Perché non te ne vai in America, li si che pagano bene i giornalisti”. Certo, stasera torno a casa, prendo mia moglie e mio figlio, faccio le valige e ce ne andiamo tutti in America.

Ecco che mi viene in mente la domanda che avevo in testa (anche) stamattina: “Hai fatto la scelta giusta?”. Si oggi si, definitivamente.


P.s. Tutto ciò è parte di un vissuto reale di chi, come me, è un giornalista freelance. Uno sguardo al futuro, a quello che ci aspetta, le paure che abbiamo e i dubbi sulle scelte fatte. Una precisazione per amici e parenti: non ho un figlio mai rivelato, non ancora, ma spero che quando crescerà vorrà leggere queste righe, per capire quanto suo padre pensasse a lui prima che fosse.


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