

Mollo tutto e vado all’estero!
Difficoltà, peripezie e gioie di un’espatriata
Ero nel bel mezzo di uno dei miei viaggi, quando, alle 7 di mattina, mentre i primi raggi del sole iniziavano a filtrare dalla finestra, squilla il cellulare. Dall’altra parte del telefono c’è una voce inglese, che, con tono gioioso, mi informa che ho passato le selezioni per diventare assistente di volo e che il corso inizia tra due mesi circa. Il lavoro è a Gatwick, l’aeroporto a Sud di Londra.
Se da una parte vengo colta dalla gioia più grande — e sì che volare è sempre stato uno dei sogni che vivevo ad occhi aperti quando ero bimba — dall’altra sento lo stomaco contorcersi: ho due mesi per lasciare tutto, due mesi per impacchettare la mia vita e portarla lontano da casa, due mesi per spiegare alla mia famiglia che non li sto abbandonando, sto solo seguendo le mie passioni, due mesi per sbrigare tutte le faccende burocratiche. Anzi, meno di due mesi, visto che ora mi trovo nel bel mezzo di una Quebrada nel cuore del Sud America e non tornerò in Italia prima di 20 giorni.
Quando rimetto piede a Roma, tutto si trasforma in un turbinio di emozioni, cose da fare, persone da salutare, pacchi da spostare, immagini da imprimere nella memoria. E così arriva anche il giorno che a questa lista si aggiunge anche “usare un biglietto di sola andata”. Che effetto fa? Brutto. Tanto brutto. Anche se sai che sarai a solo due ore di volo da casa, anche se sai che potrai tornare quando vuoi, anche se sai che stai andando incontro ai tuoi sogni. È eccitante. Ma anche terribile. Quelle due parole rimbomberanno nella tua testa a lungo. “Solo andata”.
E così atterro a Londra. E per la prima volta mi sento minuscola: intorno a me gente che si abbraccia o si saluta, gente che cerca di affrettarsi perché non vuole trovare traffico per rientrare a casa, gente che si concede un caffè prima di continuare il viaggio. E in mezzo a tutti loro, io. Io che ho il mio inseparabile zaino sulle spalle, una valigia gigante al seguito e un piccolo trolley che mi segue come un segugio. Io che sembro una di quelle emigranti degli anni ‘60, con l’unica differenza che dalla mia ho la tecnologia, che in questo momento mi sta guidando verso casa di un’amica che si è offerta di ospitarmi per i primi giorni, visto che io qui non ho un posto in cui stare.
I primi giorni sono l’inferno: documenti, conto corrente, scheda del telefono, ricerca di casa… tutto si aggroviglia — il mio stomaco compreso — e la mia testa non riesce nemmeno a capire dove si trova. Mi viene voglia di gridare, anche perché nulla sembra andare nel verso giusto: la banca chiede un indirizzo, ma ancora non ne ho uno; per la casa vogliono delle referenze, che chiaramente non ho, essendo appena arrivata; per i documenti servono un indirizzo e qualcosa che attesti che vivi lì (come un estratto conto), ma io non ho né l’uno, né l’altro. In una parola: il disastro. E sono sola.
Per fortuna la mia amica mi da una mano e mi dice cosa devo dire loro quando mi chiedono tutte queste cose. Così riesco a calmarmi un po’. In breve ho i documenti e il conto corrente, ma la casa ancora non l’ho trovata. È terribile provare la sensazione di non avere un tetto sulla testa, soprattutto quando sei abituato alla comodità. Soprattutto quando in vita tua non hai mai dovuto pensarci. Alla fine trovo una stanza: la casa è pulita, o almeno sembra, i miei coinquilini mi lasciano un po’ perplessa, ma mi abituerò. Anche perché tra 3 giorni inizia il mio corso e non posso permettermi di rimanere senza un posto in cui dormire.
Le prime settimane sono toste: non conosco nessuno e non ho molta voglia di uscire. Poi, a poco a poco, entro in contatto con quelli che oggi sono i miei amici e la vita riprende il suo corso. Con loro esco, mi diverto e sto passando alcuni tra i momenti più belli della mia esistenza: non dimenticherò mai le risate davanti ad una birra, il compleanno di Vito, le cene a casa e la giornata trascorsa al parco, mentre Federico, grande e grosso com’è, scappava inseguito da un’ape.
Se inizialmente tornavo a casa ogni settimana e oggi riesco a stare qui per un mese di fila senza accorgermene, è merito di queste persone che mi hanno fatta sentire a casa. E ora vivo la strana situazione di essere in bilico tra due vite: Roma e Londra. Ogni volta che torno in Italia, sento che un pezzo di me resta a Londra; ogni volta che sono nel Regno Unito, una parte di me mi sorride da Roma. Ed essere sospesi in questo limbo comporta un sacco di complicazioni, tra cui le lamentele degli amici che mi rimproverano di averli dimenticati. Vorrei tanto che capissero che così non è, ma non credo sia possibile: solo chi ha fatto il salto e si è allontanato da casa può comprendere la stranezza della situazione fino in fondo.
Lo scossone impresso dal trasferimento all’estero alla mia vita, ha segnato per me un punto di non ritorno: affrontare delle difficoltà delle quali non conoscevo nemmeno l’esistenza, ha ampliato la mia prospettiva. Chi compie il passo di allontanarsi da casa, vive i suoi giorni in maniera differente: si vive con gente mai vista prima; si convive con la certezza che questa gente, prima o poi, ti fregherà bicchieri, pasta o caffè; si tornano a prendere i mezzi pubblici dopo anni di guida sfrenata in automobile e si inizia ad amare la tecnologia, perché permette di mantenere un contatto con casa. Ma si impara anche ad accettare il fatto che si verrà esclusi da molte cose che prima facevano parte della quotidianità: chiacchiere con gli amici, inciuci vari, gossip di quartiere, questioni familiari. Fa male sapere di non esserci quando la nonna non sta bene o quando la tua amica si fidanza. Fa male perché non ci si sente parte di quell’emozione, come se non si esistesse.
Non ho scritto tutto questo per avere compassione, l’ho scritto per far riflettere: vivere all’estero sarà pure una figata pazzesca, ma costa fatica. Chi ha deciso di farlo è passato, e passa, attravero tutto questo — e molto di più. Se avete intenzione di trasferirvi, non pensateci troppo e fatelo: la bellezza del provare emozioni nuove e sentirsi forti quando si superano nuove difficoltà è qualcosa di inspiegabile. Vi fa sentire vivi. Vi restituisce quella parte di voi stessi che nemmeno sapete di avere. E, così, tornerete, sebbene con qualche difficoltà, ad innamorarvi di ciò che siete: un fascio di nervi, muscoli, cuore e idee.