Monologo Quantistico: c’è vita nelle teorie

Lo spettacolo di Gabriella Greison entra nelle vite dei fisici, agli albori della fisica quantistica

Di Stefano Pace

Gabriella Greison [Fonte]

Al Teatro Menotti di Milano ha debuttato lo spettacolo “1927 — Monologo Quantistico”, di e con Gabriella Greison, regia di Emilio Russo, luci di Mario Loprevite, scene e costumi di Pamela Aicardi. Un coinvolgente racconto che prende le mosse dalla foto che ritrae i 29 fisici che nel 1927 presero parte alla periodica Conferenza Solvay, a Bruxelles. Una conferenza che divenne un concentrato di Nobel (ben 17 persone). Una riunione delle teste più brillanti della fisica, da Einstein a Schrödinger, da Bohr a Curie.

La fotografia dei partecipanti alla Conferenza Solvay del 1927

Il pubblico del racconto scientifico

Il pubblico ha riempito il teatro, mostrando volti eterogenei, segno dell’interesse per la scienza e la sua divulgazione, quando è fatta bene. Nel denso foyer del teatro, provo a cogliere pezzi di conversazione intorno a me a a intuire i profili dello spettatore. Uno spettatore che si dirama in tante forme. Lì un gruppo di giovani fa riferimento a corsi universitari (e disegno nuvole fumettistiche sopra le loro teste con spumeggianti formule matematiche), ma qui un habitué del teatro si intrattiene con una signora discorrendo di amenità; più in là un ragazzo si impegna nello spiegare ai suoi amici la differenza fra Galilei e gli altri scienziati, ma son distratto dal passaggio di una famiglia di tre persone, mentre un tizio guarda il suo smartphone indifferente al mondo. Insomma, varietà umana con alcune inserzioni di gente che sembra masticare bene costanti e derivate.

Non fa paura, quando è raccontata bene…

Una varietà di pubblico che rispecchia un monologo per tutti, che non è per specialisti, ma che dagli specialisti prende comunque in prestito il rigore: un racconto che non ha paura di mostrare anche formule, inserite in un contesto narrativo che le rende fruibili.

Paurose lettere greche dentro formule misteriche, rese simpatiche dal racconto di Greison sulla vita di chi le ha elaborate.

Dietro ogni teoria scientifica, c’è la fantasia di bambine e bambini che non vogliono smettere di giocare [Fonte]

La vita delle teorie

Il monologo entra nelle vite dei fisici di quella fotografia di Bruxelles, agli albori della fisica quantistica. Si raccontano i loro piccoli tic e grandi ossessioni, amori e vissuto quotidiano. E quella umanità partecipe che vedo intorno a me, quel pubblico seduto in sala, diventa lo specchio dell’umanità dei fisici in quella famosa foto. In quella fotografia vediamo dei geni assoluti, ma umani. Speciali nell’immaginare i mondi quasi fantastici della fisica quantistica, ma ancoràti nella loro epoca. A volte ancorati troppo fortemente, con una realtà — quella della prima parte del secolo scorso — che richiamava tenacemente quelle menti alte ad alcune tristi questioni terrene: le rappresaglie contro la famiglia di Einstein, l’insulsa disapprovazione sociale contro una donna moderna come Marie Curie. Eppure… quelle menti continuarono a giocare con le loro idee, i loro complicati e giocosi trenini mentali.

Quando si racconta la vita di uno scienziato, si corre il rischio di cadere nell’aneddotica. Gabriella Greison riesce a evitare tale rischio e a compiere un’operazione più sottile e moderna. Non ci restituisce lo stereotipo dello scienziato che ha il colpo di genio improvviso quando gli cade una mela sulla testa. Non è l’eureka di Archimede immerso nella vasca. Quello sarebbe un cliché di una scienza calata dall’alto, fulmine casuale che colpisce cervelli geniali nel riconoscere l’occasione. In realtà — e qui c’è uno dei valori portati dal “Monologo Quantistico” — la scienza non è mai ignara di ciò che le accade intorno, anzi se ne imbeve. Inoltre, non procede solo per intuizioni individuali, ma attraverso un confronto fra persone: la foto di Bruxelles è collettiva, non un selfie.

Alcune discipline scientifiche e le relative teorie hanno già un’interfaccia col mondo che è a noi più noto e visibile— quello sociale — ed è quindi più semplice vederne la cucina. Ad esempio, ogni teoria sociologica o antropologica nasce— per definizione — in un ambito storico e sociale determinato. Se ne possono vedere evoluzioni, ravvedimenti e aggiornamenti mentre sono in cottura. Il monologo di Greison prende invece la rincorsa, partendo da una delle teorie più astratte e lontane dal vissuto della persona comune (anche se ci rammenta che persino i telefoni che abbiamo in tasca devono qualcosa alla fisica quantistica). Il racconto dimostra che anche la complicata e affascinante meccanica quantistica proviene da una cucina reale, fatta di dibattiti, incontri sociali, tavolate, viaggi, detrattori e sostenitori, battute e formule.

Bohr e Einstein. Stanno pensando o si stanno rilassando? Le due attività non si escludono a vicenda [Fonte]

Lo spettacolo di Gabriella Greison mostra che la fisica quantistica, nonostante si interfacci con l’essenza profonda dell’universo, non nasce nell’empireo di menti disincarnate. La meccanica quantistica (così come accade in ogni dibattito scientifico) si nutre dei dissidi e delle posizioni personali — geniali e umanissime al contempo — dei loro autori. Contrasti di idee oggettive che hanno però il sottofondo di stili e predisposizioni soggettive. Orientamenti diversi su questioni teoriche che diventano simpatici sgarbi a tavola ed eleganti rese in stazioni ferroviarie, fra Einstein e Bohr. La foto di Bohr e Einstein rilassati in albergo dopo una giornata di discussione di alti sistemi: anche lì nasce la teoria, non solo nelle aule e nei laboratori.

Questo modo di accostare pubblico e scienza ha oggi un valore importante (come testimoniano altre attività e opere di divulgazione scientifica moderne). Una scienza disincarnata fa paura. Una scienza raccontata nel suo svilupparsi storico e contingente, come nel “Monologo Quantistico”, allarga la foto dei 29 geni, ci fa vedere oltre i bordi di quella immagine. Ci dice che indirettamente ci siamo anche noi, tutti noi, dentro quella foto, dentro il processo scientifico.

Si arriva alla conclusione che la fisica riguarda l’universo e le sue leggi, ma dato che di questo universo fa parte l’uomo, il processo di elaborazione di una teoria è umano. Dal racconto scientifico di una natura che parla rivelandosi quando vuole, si passa a un essere umano che interpella giocosamente quella natura, ricevendo segnali da interpretare per continuare a giocare.

Le incertezze e le intuizioni, i protagonismi e gli altruismi, le speranze di carriera e l’indifferenza ai ranghi scientifici: Greison ci fa capire che, in fondo, il vero entanglement quantistico è fra l’umanità e la genialità. La teoria quantistica è un’elaborata superficie di contatto fra l’universo e la mente dell’essere umano in una delle sue massime espressioni, accessibili a menti eccelse entangled nel quotidiano. In questo contatto fra l’essere umano e il resto di ciò che esiste, nulla di umano viene perso.