Reportage

Nel cuore gelido di Belgrado

Pakistani, afghani, siriani, di notte perdono i tratti delle loro etnie, con le gote del colore della pece, del fumo che inalano e di cui i capannoni sono intrisi: plastica bruciata scambiata per un po’ di calore

Testo di Carla Parodi
Foto di Ennio Brilli

Lo senti, scorrere nel blu livido di volti senza sangue, non sgorga, non una goccia.
Lo vedi, stretto, in sorrisi che ricordi di avere visto, in calde giornate da turista.
Lo scorgi in occhi vitrei, occhi che chiedono,
qualcosa che ti fa male guardare, e non trovare.
Abbassi gli occhi, diviene palese,
tappi il naso, trattieni l’aria,
perché quello che non puoi non annusare,
è un fetido vuoto di umanità.


Appena calpesti quello spazio di mondo, lo hai sentito raccontare talmente tante volte che lo dovresti sapere, sei dentro a una leggenda, narrata nei blog, sulla rete, qualche nome, qualche foto a colori. Qualcheduna dovrebbe, potrebbe, aver superato la barriera di parole altisonanti: rifugiato, Siria, guerra, Afghanistan, migrante, confine.

Ecco che le pagine sorvolano sui cuori dei più, si scollano dalle coscienze, come francobolli che non verranno mai apposti a corrispondenza di persone che una casa non avranno mai, bloccati tra un confine e l’altro.

Se la guardi da più vicino, può apparire semplicemente una favola, senza lieto fine. Non ci sono eroi né eroine, nessuna leggenda. E basta guardare due occhi gonfi e capire che la favola appartiene a un’altra vita, né alla loro, né di chi verrà.

Mi sbagliavo ci sono solo uomini. 
E questa si chiama. 
No, non si chiama.


Almeno un centinaio, immagini anacronistiche di uomini in fila indiana, serrati, si muovono l’uno dietro l’altro, sospinti dall’inconscio diritto di obbedire, in terra straniera, dubitando che infine giungeranno ad un piatto di minestra, diritto forse precluso.

Una carezza s’inserisce in quella scia di dolore interminabile, a turbarne l’immagine. Una mano prende il coraggio di alzarsi, si prende il diritto di proteggere dal gelo laddove la pelle punge troppo, dove le ferite inferte dalle manganellate bruciano. La mano si alza e si posa, dolcemente, sul viso tumefatto.

Pattume, rifiuti di ogni tipo, cui, giorno dopo giorno, quella fila sembra più somigliare, circondano i capannoni a ridosso della ferrovia serba, priva di treni, priva anche lei di una qualunque direzione, di una meta.

Sciolta la fila, uomini sparsi, spersi, persi, cercano lamette per compiere gesti familiari che li facciano sentire meno soli.

C’è chi cerca l’acqua, in mancanza di aria, in quella prigione soffocante a cielo aperto. La fila indiana, il dolore infinito, i capannoni, la prigione a cielo aperto ricorda qualcosa che fa troppo male nominare.

Anche solo pensare, o meglio ricordare.

Quando giunge la notte, il cielo gelido fa tremare anche le stelle di Belgrado che oscillano senza desideri. Le ho viste svanire negli occhi spenti di uomini nascosti dentro a coperte. Sentivano il sudore di migliaia di altri uomini che vi si erano riparati, e non il poco calore che ancora emanavano. Era rimasto incollato a centinaia di corpi che avevano superato intere notti come questa. O come quelle che non avevano atteso molto ed erano spirate via assieme ai corpi invisibili dei più deboli, straziati dalla fame, dalla sete, dal gelo infernale.

Pakistani, afghani, siriani, di notte perdono i tratti delle loro etnie. Tutti e solo visi pallidi, gote del colore della pece, del fumo che inalano e di cui i capannoni sono intrisi. Plastica bruciata scambiata per un po’ di calore.

Mani violacee pendono da braccia tese come corde, dai più, scordate, sul fuoco posto nel mezzo di almeno una quindicina di uomini. Quel fuoco arde, svuotato delle passioni che molti di loro prendevano a raccontare, sogni spassionati cui aggrapparsi e che li avevano sospinti dentro a quella notte, ancora.

“Belgio, Germania, Gran Bretagna”, sussurravano — da marcia trionfale diveniva, col passare dei giorni, una litania. Parole pronunciate con diversi accenti, stesse voci, afone, occhi bassi, pugni aperti che ne tradivano la forza di un tempo.

Solo sillabe accostate, memorizzate, ridondanti, che aiutavano i più a dare un senso al loro migrare da un passato senza speranze ad un futuro trasformatosi in un non luogo, lì, nell’assenza di ragione, sotto quel cielo, che si perdeva via.

I più randagi, li riconosci perché non si arrendono al sonno, nascondono il dolore umiliante dietro una smorfia. Stanno lì a fissare te o forse il vuoto, seduti sulla polvere, chi su pezzi di carta, su plastica, pezzi di latta tagliata che avrebbe alimentato un fuoco, alto.

Sbava fumo addosso a menti annebbiate, a schiene curve su di esso, occhi fuligginosi, colmi del vuoto che solo il terrore sa creare.

Mani, braccia, schiene, occhi, appartengono tutti ad etnia che l’essere umano vuole, ostinatamente, temere. Al plurale: i disperati. Pericolosamente impotenti; minacciosi, i loro domani crudelmente derubati di un futuro, senza cuore; armati fino ai denti di freddo e dolore. Taciuti, nel gelo, stretti tra due confini, senza terra, i disperati esistono. Uomini spenti dalla disperazione, ghiacciati nei cuori, viola sulle labbra, sulle mani e sulle gambe. Neri in volto.

Esiste, un cumulo di gente, un’unica appartenenza che spira, sotto il cielo di Belgrado.