Giustamente lo chiamano divorzio breve

di Giulia Calli


Non avevo mai pensato a come fosse fatto un tribunale fino a che non sono stata costretta ad entrarci. Dei tribunali si parla poco e non ho mai sentito commenti sui suoi corridoi spogli, sulle porte che nascondono chissà quali segreti, sulle facce stanche della gente che aspetta il suo turno.

A me ha fatto un po’ pensare alla versione burocratica di un ospedale. La gente normalmente ci va perché qualcosa non funziona come dovrebbe, può essere una sciocchezza che si risolve in fretta oppure un problema che si dilunga per anni. Gli avvocati sono lì per curare il problema, non hanno un camice bianco ma abiti formali e si sente spesso il ticchettare di scarpe alte lungo i corridoi invece che lo strusciare degli zoccoli di gomma. Le persone comunque rivolgono uno sguardo speranzoso a quel rumore di suole in avvicinamento, salvo poi ritornare a concentrarsi sui loro schermi. Le cartelle esistono anche qui, fogli di carta che si accumulano e si impilano negli armadi, pagine manoscritte con la diagnosi e la proposta di cura. Le sale d’attesa pullulano di gente che non sembra affatto divertita. Anche i tempi d’attesa ricordano quelli di un ospedale.

La sala delle (dis)unioni civili non è grande e molte coppie attendono sui seggi di legno color ciliegio. Ci sono coppie in cui i (tra poco ex) coniugi stanno seduti uno a fianco all’altra, mentre altre non si guardano nemmeno in faccia, lui aspetta in corridoio mentre lei parla con il suo avvocato.

L’appuntamento per il divorzio è alle 11 ma sappiamo già che dovremo aspettare. Non si tratta di un orario personalizzato, si entra a turni — come dal medico, ma senza ticket. Non so in che modo si stia rispettando l’ordine d’entrata, so solo che noi siamo i noni e nessuno ha chiesto “Chi è l’ultimo?”. Confido quindi nelle avvocatesse, che sembrano rilassate nelle loro chiacchiere professionali.

Io e lui abbiamo già preso un caffè insieme prima di venire al tempio cagliaritano della giustizia. Il nervosismo del giorno prima e di questa mattina si è sciolto in una spremuta d’arancia e nei sorrisi rassicuranti che ci scambiamo. Siamo rimasti in buoni rapporti, e questo rende più facile far passare in fretta questa mattinata, che si dipana fra qualche chiacchiera di aggiornamento sulle nostra famiglie, sugli amici sparsi per l’Italia e all’estero e congratulazioni per il suo nuovo lavoro.

Lo trovo bene, in forma, abbronzato, elegante come sempre. Molto più sereno dell’ultima volta in cui ci siamo visti di persona, due anni fa. Di acqua sotto i ponti ne è passata per entrambi, e se c’è una cosa che si avvera e a cui all’inizio non credevo, è che il tempo aggiusta molte cose. Basta farlo fluire e non fermarsi. Un lavoraccio, a volte, che può rivelarsi costoso in molti sensi, ma ne è valsa la pena.

Le coppie entrano ed escono velocemente da una porta adiacente all’aula in cui aspettiamo. Molte facce sollevate, alcuni si cimentano pure in grandi sorrisi, altri invece escono molto più seri e con l’espressione tirata. C’è una coppia che in particolare mi colpisce: sono due vecchietti sui 75 anni. Vestiti sobri, un portamento elegante, capelli bianchissimi, la schiena un po’ curva e la tristezza negli occhi. Mi giro a cercare una risposta dalla mia avvocatessa.

Non erano dentro per divorziare, vero? — le chiedo
Oh si che lo erano — mi risponde lei

Mi sento d’improvviso giovanissima, triste ma leggera, vorrei piangere un pochino e andare via subito. Ma mi trattengo. Tra poco tocca a noi, ci faranno sedere di fronte a una tavola rotonda, in una stanza che pullula di faldoni e con gli occhi di 6 persone puntati in faccia. A cosa servono 6 persone, se l’unica cosa che dobbiamo fare lì dentro è rispondere a una sola brevissima domanda, mettere una firma e alzarci?

A cosa staranno pensando, queste 6 persone mentre gli stiamo seduti davanti? A quanto sembriamo giovani per essere già qui? A quanti anni abbiamo passato insieme prima di arrivare a questo tavolo? O semplicemente si chiedono quanta gente manca ancora, visto che è già ora di pranzo?

Non faccio nemmeno in tempo a finire di formulare nella mente queste tre domande.

Abbiamo già firmato, il foglio restituito, ci alziamo.

Meno di un minuto per chiudere tre anni di attesa.


Originally posted on www.trentanniequalcosa.com

Like what you read? Give Giulia Calli a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.