La storia
di Norman Rockwell, illustrò il XX secolo
e la sua evoluzione

mmergersi nelle tavole di Norman Rockwell, il più grande illustratore americano del secolo scorso, è una festa, per gli occhi e per il cuore. Ciascuna delle sue tavole non è soltanto un disegno, è una storia, di cui afferriamo particolari nuovi tutte le volte che la osserviamo. Quanto tempo occorre per essere sicuri di avere visto ogni dettaglio, di non essersene lasciato sfuggire qualcuno? Una volta sarà l’espressione di un “comprimario” alla scena principale, un’altra sarà l’atteggiamento del cagnolino, o del gattino, a sorprenderci, tutte le volte vi sarà qualcosa di non visto prima ad arricchire ai nostri occhi la storia già raccontata.

Rockwell ha cominciato a disegnare giovanissimo, ha avuto subito grande successo, ha disegnato le copertine di riviste che si sono vendute in tutto il mondo, ha reso il suo tratto riconoscibile a prima vista da milioni di lettori coprendo un arco d’anni che va dal 1916 al 1976. Ha percorso i tre quarti del secolo scorso sempre restando profondamente fedele a se stesso, ma con uno sguardo sulla realtà che non ha mai perso nulla della freschezza e dell’incanto iniziali.

Ha raccontato l’America, i suoi uomini politici, gli avvenimenti che hanno cambiato la storia del mondo, come la conquista dello spazio, i disordini razziali e la lenta integrazione, le guerre.

Ma ha anche fatto sì che nelle sue tavole si potesse riconoscere chiunque di noi, nelle piccole e grandi tragedie e comiche della vita quotidiana, dovunque questa si svolgesse sotto il sole. Perché, a parte le tavole realizzate per le campagne governative, o quelle commerciali, il soggetto preferito da Rockwell siamo noi. Noi ragazzini impertinenti e con poca voglia di studiare; noi giovani genitori di fronte ai piccoli drammi della vita familiare; noi anziani, noi impiegati, noi sognatori, fumatori, giocatori, perdenti, vincenti, noi che prendiamo la metropolitana, andiamo a sciare, torniamo da una gita, festeggiamo il Natale, celebriamo un compleanno, prendiamo a pugni un compagno di scuola, invitiamo a ballare una signorina, sogniamo un marito, ci ammaliamo d’influenza: siamo noi allo specchio, in ogni giorno, in tutte le situazioni della vita di sempre, una trascrizione assolutamente fedele ma che fa diventare delicata e poetica, ironica e intensa la banalità quotidiana.

Di questo ci parlano le meravigliose copertine del Saturday Evening Post, che Rockwell disegnò dal 1916 al 1963. Allorché morì, nel 1978, si chiese a personaggi famosi di citare una delle copertine preferite. Tutti gli interpellati, da John Wayne a Ronald Reagan, da Doris Day ad Andy Warhol, non esitarono a snocciolarne una lunga lista. Dimostrando che le illustrazioni di Rockwell erano diventate parte della loro vita, ricordi preziosi quanto le stesse proprie memorie. A far da sfondo possono essere sonnacchiosi paesi di campagna, cittadine pretenziose, sobborghi urbani, casette da “Topolinia” con giardino e tendine alla finestra. Più spesso però non c’è sfondo, c’è un’accuratissima descrizione della scena per quel che può importare a chi la guarda, c’è tutto ciò che occorre per “essere dentro” la scena.

Naturalmente c’è anche l’automobile, compagna della nostra vita quotidiana insieme a mille altri oggetti. Se si eccettuano le pubblicità che realizzò all’inizio degli anni venti per la casa americana Overland, l’automobile non è mai vista come oggetto da ammirare di per sé, ma è descritta dall’interno, per quello che fa succedere, per ciò che si può fare con lei, o che capita con lei. Così, in queste pagine sono riprodotte alcune delle tavole in cui compare anche un’automobile. In una, del 1946, due ragazze biancovestite cercano di cambiare una gomma ad una vettura di cui vediamo solo la parte posteriore, sotto l’occhio irridente di un ozioso sdraiato a poca distanza, cui certo non sta venendo in mente di prestare aiuto. Nella coppia in decappottabile (1935), entusiasmo è donna (e cane): al marito si legge in faccia la preoccupazione di buscarsi un mal di gola o di perdere il cappello. Ed ecco la famigliola in gita (1947): appena partita, e al ritorno. Tutto parla della gioia dell’aspettativa nella prima striscia (il sigaro del padre, il chiasso dei ragazzini, le orecchie del cane), e della fatica della giornata nella seconda striscia (il padre è affranto, la moglie si è addormentata, i bambini non si agitano più, persino il cane sembra sfinito. Solo la nonna non ha subito alterazioni).




Che cosa può significare oggi un disegno di Rockwell? Apparentemente, niente. In realtà, tutto. Uno dei più grandi registi del nostro tempo, Steven Spielberg, autore di capolavori come E.T. o Schindler’s List, ama appassionatamente Rockwell. L’osservazione delle sue illustrazioni si è tradotta nei suoi film in quella rassicurante normalità americana che rende l’incursione dell’alieno, o del male, ancora più terrorizzante.

Rockwell è senza tempo, Rockwell è la poesia e la dolcezza del vivere, nonostante le mille piccole avversità quotidiane, la difficoltà di crescere, di vivere, di invecchiare, di morire. Riesce a farci amare la vita come probabilmente la amava egli stesso, riesce a farci vivere le sue stesse emozioni, a farci cogliere la luce d’ogni cosa.

Norman Rockwell nasce il 3 febbraio 1894 a New York, figlio di Jarvis Waring Rockwell, direttore della filiale newyorkese di una ditta tessile, la George Woods and Sons, e di Nancy Hill, figlia di un pittore inglese emigrato negli USA all’inizio della seconda metà dell’800.

1910: a sedici anni, disegna quattro cartoline natalizie per un grande magazzino: è il suo primo lavoro su commissione.

1912: Grazie al suo lavoro, ad appena diciotto anni, è già in grado di affittarsi un attico a New York, Upper West Side. Collabora con Boy’s Life, la rivista dei Boys Scout. 1916, 20 maggio: esce la sua prima copertina sul Saturday Evening Post. La collaborazione con questo settimanale durerà fino al 1963, per un totale di quattrocentoventi copertine. Nello stesso anno sposa Irene O’Connor.

1918: aumenta il numero delle sue collaborazioni. Sono una decina le riviste che pubblicano sue tavole. Fa anche pubblicità a parecchi prodotti industriali, dalle gelatine di frutta Jell’O alle automobili Overland. La sua popolarità cresce continuamente, la sua agiatezza anche.

Dal 1919 al 1943 disegna tutte le copertine natalizie del Saturday Evening Post. Sono così apprezzate che qualunque suo soggetto invernale è scambiato subito per un’illustrazione natalizia 1930: secondo matrimonio. Sposa Mary Barstow, una giovane maestra californiana.

1932. Nasce il primo figlio, Jarvis, che sarà seguito da altri due, Tommy e Peter. Sempre più spesso i soggetti delle sue tavole sono scene familiari. Una delle più famose del periodo è “Rabbia”, un bimbo piangente ed urlante accanto ad una nurse ormai senza risorse.

1935 Gli è richiesta una serie di tavole per un’edizione di lusso di due classici di Mark Twain, Tom Sawyer e Huckleberry Finn.I Rockwell si stabiliscono nel Vermont, ad Arlington, dove rimarranno per quattordici anni. 1940 Iniziano le collaborazioni governative: disegna il manifesto che pubblicizza un’iniziativa a favore dei bambini colpiti dalla guerra, continua la serie di disegni con protagonista il soldato Willie Gillis, inizia la serie di ritratti personificanti i valori della società americana (Libertà di parola, dalla paura, ecc.). Riceve inoltre un premio dall’Arts Directors Club per il miglior manifesto pubblicitario dell’anno.

1943 Un incendio distrugge il suo studio. Il vicinato è talmente colpito che schiere di famiglie gli donano cimeli propri per aiutarlo a ricostruirsi casa. 1953 I Rockwell si trasferiscono a Stockbridge, dove oggi ha sede il Norman Rockwell Museum. Sono degli anni cinquanta alcune delle sue copertine del Post più belle e toccanti (“Rendendo grazie”, “La fuga”, “Spezzare i legami con la famiglia”, “Licenza di matrimonio”), e la serie dei ritratti dei candidati alla Presidenza.

1959 Muore Mary Rockwell. Crescono le preoccupazioni professionali, per il declino inarrestabile delle vendite che ha colpito il settore dei periodici, suo principale cespite economico. Il suo lavoro comincia ad essere criticato. La rivista americana “Atlantic Monthly” lo accusa addirittura di “aver distrutto il gusto degli americani”.

1961 Terzo matrimonio per Rockwell, con Molly Punderson, un’insegnante in pensione.

1963. Cessa la sua collaborazione con il Post. Questo però lo rende più libero di accettare nuove collaborazioni, che gli sono subito offerte dalle riviste “Look” e “McCall’s”.

1964. Look gli commissiona una serie di ritratti di personaggi politici. La Nasa lo invita insieme ad altri artisti a raffigurare la conquista dello spazio. 1976 Ultima copertina di Rockwell, per la rivista “American Artist” in occasione del Bicentenario della Costituzione americana.

1978 Norman Rockwell muore nella sua casa di Stockbridge all’età di 84 anni.



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