Palate
Quello che è successo alla casa editrice Isbn, ai suoi dipendenti, ai suoi collaboratori e al suo fondatore, Massimo Coppola, non credo sia di per sé esemplificativa di qualcosa. Non racconta lo stato pietoso dell’editoria italiana, quanto piuttosto la storia del fallimento di un progetto molto bello e, secondariamente, la storia di una persona che con una lettera pubblica si è scusata e si è assunta le proprie responsabilità forse peccando un po’ di vittimismo quando molti, peraltro, lo additavano come carnefice.
Un sistema complesso come quello editoriale, composto da diversi attori e basato sulla concorrenza, non si divide tra vittime e carnefici, ma tra chi fa parte di quel sistema che non sta funzionando e chi non ne fa parte. Coppola ne ha fatto parte per dieci anni, così come ne fanno parte i collaboratori di Isbn che non sono stati pagati e hanno accettato di non esserlo senza prendere provvedimenti.

Nelle interviste agli scrittori dedicate al tema dei soldi che avevamo fatto qualche anno fa con “inutile” mancava una faccia della medaglia, quella della scrittura a titolo gratuito.
Provo a riempire parzialmente il vuoto. Cosa spinge nel 2015 i collaboratori di una casa editrice ad accettare di non essere pagati e a non fare nulla? Chiariamo: fare non significa per forza dire, non significa sbandierare nomi, cognomi o generica indignazione. Non significa nemmeno decidere di non scrivere più una riga se non pagata. Non si tratta di eroismo, ma di dignità. Significa rivendicare il diritto al riconoscimento della scrittura come un lavoro e agire, personalmente, di conseguenza. Cosa li spinge, quindi? Fondamentalmente tre cose: la paura di bruciarsi la collaborazione e, a cascata, altre possibili collaborazioni; il timore di doversi sobbarcare un contenzioso legale (vale la pena per, butto lì, poche centinaia di euro di credito rischiare di perderne diverse migliaia?); quel brutto vizio di accettare la visibilità come forma di ricompensa e come investimento sul proprio futuro di scrittori.

Quali sono, invece, le condizioni culturali che permettono a un editore di non pagare i propri collaboratori? Sono speculari alle motivazioni per cui uno scrittore accetta di non farsi pagare, e cioè: sapere di essere percepiti come quelli col coltello dalla parte del manico; sapere di avere a che fare con persone mediamente abbastanza benestanti per vivere con 200 euro in meno, ma non abbastanza per fargli causa; sapere di poter pagare in visibilità.
Per motivazioni storiche e per sfinimento, è da anni che in Italia è culturalmente accettato non venire pagati per aver scritto qualcosa. Si potrebbe parlare di luogo comune se non si trattasse di una nicchia che fa numeri da bancarella.
La scrittura viene raramente riconosciuta come un mestiere: più spesso resta una semplice vocazione, e viene trattata come tale. Non pagare un articolo, una traduzione, un libro vuol dire “sei bravo, hai talento, sei giovane, continua a crederci e vedrai che un giorno…”

Vedo due possibili epiloghi di questa storia.
Il primo è che si cerchino soluzioni. Ci credo poco, perché significherebbe fare pulizia e tagliare i rami secchi, riducendo il numero delle collaborazioni e riconoscendo a chi scrive un ruolo autoriale di primo livello, professionalizzante, a scapito della varietà di nomi e di contenuti. Sì, sto dicendo ciò che sembra: la soluzione non sarebbe fare piazza pulita degli editori disonesti ma di certi scrittori. Meno scrittori, meno collaboratori e meno “nomi che girano”, certo, ma sempre pagati.
Il secondo epilogo, il più probabile, è che tutto si trascini così com’è. Alla base una selva caotica di persone disposte a non farsi pagare pur di avere un po’ di visibilità nell’attesa di raggiungere lo step successivo e cioè quello di essere un piccolo nome con un piccolo seguito che permetta di veder riconosciuti economicamente i propri sforzi.

Dopo un decennio speso a giustificare la penuria qualitativa della nostra narrativa con l’assenza di un solido approccio critico, forse è arrivato il momento di dire che la priorità non è critica ma economica. Anche perché, ed è questo il punto, c’è un legame stretto tra la situazione economica dell’editoria italiana e la qualità stantìa di quello produce. Gli scrittori più o meno in erba che conosco conducono vite abbastanza simili, arroccate sulla crisi economica e sulla crisi del settore: condividono un’esistenza di laboriosa attesa che qualcosa accada, nel mentre vivacchiano di una tranquillità economica molto approssimativa, in certi (pochi) casi facendo un lavoro più tradizionale e scrivendo di sera, nei weekend o in ferie, in altri (numerosi) casi facendosi mantenere. La situazione è identica per gli editor e per i traduttori. Per emergere è necessaria una disponibilità economica di appoggio per un periodo (calcolo a spanne) di 5 anni. Cominciando a fare le cose seriamente dopo l’università se tutto va bene a 32 anni forse riesci a mantenerti con articoli, libri, saggi o qualche traduzione.
La condizione di partenza, in sostanza, è essere benestanti. A me, lo dico consapevole di tutti i limiti di questa analisi, questa omogeneità di esperienze e di stili di vita tra addetti ai lavori, e in particolare tra scrittori ed editor, spaventa un po’, perché credo stia giocando un ruolo importante nell’uniformità dei libri che si leggono in giro e nell’autoreferenzialità generalizzata del mondo editoriale.
Spero sia evidente che non sto giudicando nessuno, ma sto cercando di descrivere superficialmente la situazione. E spero sia superfluo dire che le eccezioni ci sono, fuori e dentro la regola.

All’ultimo Salone del Libro di Torino Isbn non era presente con uno stand, ma sotto forma di argomento di conversazione tra scrittori. Gli scrittori parlano tantissimo di editoria. Ne parlano con quell’ossessione che è tipica dei traumi o del logorìo.
Mi permetto di rivolgermi direttamente a loro per dire una cosa forse da cugino scemo, ma sincera. Non siete economisti, direttori editoriali, promotori, distributori, librai: siete scrittori. Parlare così tanto di meccanismi che conoscere bene solo perché ne pagate pesantemente le conseguenze non vi rende scrittori migliori. Imponetevi un limite, altrimenti rischiare di passare i prossimi anni ad arredare l’anticamera della vostra frustrazione. E occhio che la frustrazione nella scrittura si sente.
Parlate piuttosto delle vostre storie, della vostra scrittura, confrontatevi con chi vi legge e con chi scrive meglio o peggio di voi; parlate di quello che vi succede nella vita di tutti i giorni e di come quello che succede influenza quello che sapete fare meglio e che volete fare ad ogni costo, anche gratis: scrivere.
➤➤ Segui Medium Italia anche su Twitter | Facebook | RSS