Pannella, lo scandalo e la bestemmia

A volte accade agli eterodossi, ai fuori-dal-branco, agli underdog: finire la propria parabola celebrati e coccolati proprio dall’establishment, dalle istituzioni, dal mainstream. Un paradosso, forse, ma paradossale è la vita.

È quello che è successo nelle sue ultime settimane a Marco Pannella: che pure è stato, per decenni, «lo scandalo e la bestemmia» della politica italiana, come diceva di lui Pier Paolo Pasolini.

Lo è stato per le battaglie che proponeva, così spaventose per la Dc e così urticanti per il Pci: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza al militare, la legalizzazione delle droghe leggere, la condizione carceraria, l’eutanasia — per dirne solo alcune.

Ma lo è stato soprattutto per il modo in cui lottava, per le pratiche che metteva in atto: anticonformiste, irridenti, provocatorie. Aliene da calcoli di partito, da strategie di corridoio. Frontali, aperte, imprudenti. Arroganti, talvolta: ma di quell’arroganza a cui le minoranze ricorrono per farsi sentire, avendo minor voce.

Ha ottenuto molto così per l’Italia, si sa. Il divorzio, l’aborto e la legge sull’obiezione di coscienza alla naia, tra le altre cose. Ma direi anche, in tempi più recenti, l’abolizione de facto della legge medievale sulla fecondazione in vitro, fatta fuori pezzo a pezzo dai ricorsi dell’Associazione Luca Coscioni, una delle declinazioni tuttora migliori della galassia radicale.

Ma è oltre i risultati politici che in questi giorni mi piace pensare a Pannella, a ciò che di buono ci ha dato e quindi ci lascerà.

È cioè nel modo di ragionare, tipicamente radicale appunto: non sedersi mai dentro un’ideologia e nemmeno dentro un pensiero sistematico, dato che la complessità del mondo non permette alcuna onesta sistematicità; e la sistematicità alla lunga diventa una prigione per se stessi e una menzogna per gli altri, una grande ipocrisia individuale e collettiva.

E poi: mescolare sempre il pubblico e il privato, il proprio corpo con le proprie idee, le proprie parole con le proprie azioni. Rovesciando ogni giorno il modo di pensare e di reagire più immediato e comune, quello che a chiunque viene in mente per primo: per stordire e stupire gli interlocutori con una mossa a sorpresa, con una scelta controintuitiva, insomma facendo il contrario di quello che gli altri si sarebbero aspettati.

Disturbando, sempre, perché Pannella è stato fondamentalmente un disturbatore: delle certezze, delle coscienze, delle zone erronee incrostate di ciascuno e soprattutto di quelle della maggioranza.

Ecco, a proposito: se c’è una paura che Pannella non ha mai avuto, è quella di essere minoranza. Ed è stato senza alcuna vergogna che con dieci o quindici compagni ha marciato per anni a Capodanno o a Ferragosto, tra i passanti che lo guardavano con sufficienza. Che lezione per i berlusconiani di ieri e molti renziani di oggi, cioè per tutti quelli che quando li contrasti nel merito ti rispondono che invece la maggioranza la pensa come loro, quindi hanno ragione.

Già: Pannella è stato il più grande avversario immaginabile dell’argumentum ad populum, ma quella battaglia culturale proprio non l’ha vinta, in questo Paese.

Poi ne ha cannate tante, Pannella, certo. Specie negli ultimi dieci-quindici anni. Fino a diventare, a tratti, quasi la negazione di se stesso, di quel se stesso che combatteva senza paure contro ogni conformismo, ogni conventicola, ogni istituzione, ogni potere, ogni polvere nascosta sotto il tappeto. Di qui forse anche il pellegrinaggio dell’establishment al suo capezzale, in questi giorni.

È andata così e i primi a saperlo sono i Radicali stessi — quei pochi rimasti, quei pochi che lui non ha divorato come Crono: che pure da Pannella hanno imparato tutto, anche a detestarne la superbia e l’autocrazia, anche a contestarne le follie un po’ solipsistiche, anche a criticarne la riluttanza nel preparare qualsiasi successione, come se lui volesse far morire con sé il partito che aveva creato.

Questo è stato anche, per decenni, Pannella. Crogiolo di contraddizioni che però ci ha insegnato, appunto, a considerare le contraddizioni meno truffaldine di qualsiasi ideologia. Perché le contraddizioni palesano, mentre l’ideologia nasconde.

Personalmente, poi, gli sono grato per le pubbliche urla di nonviolenza — sì, urla di nonviolenza — che negli anni Settanta hanno contribuito a tenermi lontano dalle peggiori derive dei movimenti. Mi sembrava più contemporaneo e antisistema lui, alla fine, di quelli dell’Autonomia operaia. È grazie a un banchetto in cui raccoglievamo firme per i referendum radicali, nella piazza Santo Stefano di Milano, che in un sabato di marzo del 1977 non sono andato in via De Amicis. E chissà che piega avrebbe preso la mia vita, se in quel giorno incerto avessi fatto la scelta contraria.

Roba vecchissima, e i più giovani se non cliccano il link non sanno neanche di cosa sto parlando. Ma è proprio per loro, per quelli che hanno meno di 35–40 anni, che ho vinto l’imbarazzo di scrivere queste righe, di star dentro anch’io nel coro di elogi con cui oggi i potenti lo abbracciano per riverginarsi e autoassolversi.

Perché sappiano anche loro, i ragazzi, che Pannella non è stato solo l’uomo che hanno visto in questi ultimi tempi: autocentrato, narcisista, innocuo — e tutto sommato omologabile.

Ma una persona la cui vita di scandalo e bestemmia è valsa la pena di essere vissuta.