Perché è giusto smettere di fare gli snob e iniziare ad amare i blockbuster
Quando nel mondo esce un blockbuster, un cinefilo preoccupato delle sorti della cinematografia autoriale alza gli occhi al cielo e mette su una VHS a caso di un film di Godard. Cosa ci sfugge quando facciamo i fighetti e storciamo il naso davanti alla fila di persone in attesa di vedere l’ultimo film di robottoni contro alieni?

La storia. Il blockbuster nasce come risposta a una situazione di emergenza: è la controffensiva di Hollywood alla crisi dei botteghini cinematografici verificatasi già dai primi anni Cinquanta del Novecento. Moltiplicazione delle possibilità di impiego del tempo libero, arrivo della televisione e perdita della supremazia del cinema sulle pratiche legate a leisure time. La strategia degli Studios fu: produrre pochi film nei quali investire un significativo capitale produttivo. La risposta all’emergenza fu di tipo conservativo, sebbene a prima vista possa sembrare il contrario.

L’economia. Il termine blockbuster ha un’origine di tipo militare; durante la seconda guerra mondiale definiva certe bombe capaci di ridurre al suolo un intero isolato. L’etimologia bellica, asseconderebbe dunque l’idea condivisa secondo cui il blockbuster sarebbe solo una questione di dirompenza: di budget produttivi e promozionali, e di forza distributiva. In realtà, anche un film “medio” (economicamente parlando) può diventare un campione di incassi. Il fraintendimento si riflette anche nel convincimento che a un budget imponente corrisponda un rientro economico altrettanto soddisfacente. Le analisi economiche focalizzate sullo studio del rapporto tra budget e incassi sono più timide nel sostenere questa ipotesi: la relazione esiste, ma è tutt’altro che solida; piuttosto tende a farsi più incerta con l’aumentare del budget produttivo.

L’evento. I film evento sono quei prodotti di cui tutti parlano e per i quali “ci si sente in dovere” di chiamare una baby sitter, uscire di casa, prendere l’auto e partecipare a quella sorta di rito collettivo di cui parleremo il giorno dopo su Facebook. Sono pseudo-eventi pianificati a tavolino con largo anticipo, in grado di scrostarti dal divano e costringerti ad affrontare la sala cinematografica, nonostante i ragazzini che whatsappano in continuazione e le signore cotonate che si confrontano ad alta voce sulla scarna linea narrativa del film.

Il franchise. I blockbuster contemporanei sono sempre più spesso franchise. Non parliamo dell’agenzia Tecnocasa all’angolo che sta chiudendo a causa della crisi. Parliamo piuttosto di un modello di business dell’industria cinematografica, risultato di una attenta pianificazione volta alla moltiplicazione e differenziazione dei mercati di sfruttamento legati a un singolo prodotto. Il franchise consente una diversificazione dell’offerta e una moltiplicazione dei flussi di rendita: è un a sorta di brand dal quale verranno tirate nuove manifestazioni mediali e merceologiche. La dispersione di linee narrative su diversi ambienti mediali offre contributi importanti e distinti all’interno una complessa orchestrazione di universi fittizi. Anche in questo caso, se proprio ti fa schifo avere a disposizione tante storie e tante forme di intrattenimento, torna pure alla tua VHS.

L’americanata. E’ pensiero condiviso che il blockbuster sia un prodotto che sventola la bandiera a stelle e strisce, imponendo a livello globale l’american way of life. Nei fatti, la tendenza alle coproduzioni internazionali tra Hollywood e altri produttori stranieri, fa pensare a una progressiva deterritorializzazione di Hollywood a favore di una migliore flessibilità produttiva. Si tratta di un processo di smembramento degli studios su altri territori produttivi avviatosi e imposto dal modello resource based. Più i film si fanno grandi e quindi complicati, più c’è bisogno di partner con i quali suddividere il rischio implicito nell’impresa. E se il prodotto deve essere globale deve allora tenere conto anche delle differenze culturali locali per avere successo. Il principale interesse di prodotti blockbuster pensati per garantire la massima accessibilità, è quello di ridurre al minimo gli attriti e le incomprensioni dovuti al cultural discount: è per questo motivo che sempre più spesso i blockbuster subiscono variazioni più o meno significative a seconda del paese in cui vengono distribuiti. Si tratta di un processo di localizzazione, non solo linguistica, ma anche culturale che ha come fine ultimo quello di garantire un migliore legame con le specificità culturali locali.

È brutto/è bello. Qualsiasi cosa “bello” e “brutto” vogliano dire, è certo che si tratta di categorie critiche inadatte a valutare un blockbuster. Sia chiaro: anche i blockbuster, come tutti i film, possono essere brutti. Qualsiasi co sa voglia dire “brutto”. Piuttosto, quando si esce dalla visione di un film a ultra budget, è più utile chiedersi: mi sono divertito? mi sono emozionato? Perché se c’è una cosa che i blockbuster sanno fare bene è proprio questo: divertire ed emozionare in diversi casi con modalità più efficaci e dirette rispetto ad altri prodotti cinematografici. Perché sanno fare leva su grandi temi e questioni complesse, spesso semplificando all’osso le problematiche implicite, ma rendendole al contempo più accessibili rispetto a un film d’autore che gira nei circuiti d’essai. Ammesso che esitano ancora queste sale.

Effetto blockbuster. Quando nei cinema arriva un blockbuster succede che tutta l’indotto cinematografico ne risente. Dal esercente che probabilmente venderà più popcorn, alla sala d’essai che forse noterà una flessione nel numero di spettatori. Probabilmente gli effetti si vedranno anche in fila al supermercato dove abbonderà il merchandise delle avventure dell’ultimo supereroe da grande schermo. Il blockbuster è un investimento incerto e per ridurne il rischio di impresa si diversifica il prodotto il più possibile. La diversificazione del prodotto è una strategia intrinseca nelle scelte delle grandi conglomerate mediali così come degli indie studios. Senza i blockbuster probabilmente non ci sarebbero i film a medio budget e quelli che girano per festival raggranellando premi e consenso di critica. Il successo o la disfatta di un blockbuster possono incidere sulle scelte produttive future. Di certo, se un blockbuster sfonda al botteghino la casa di produzione potrà diversificare maggiormente la produzione degli anni avvenire. Perché dopotutto, un film a basso budget è molto meno rischioso di un film a ultra budget. In fin dei conti, commercialmente parlando, Godard è un investimento meno azzardato di Besson.
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