Perché lavorare da remoto non è da “sfigati”

L’Italia ha un serio problema con il lavoro. Siamo un paese in cui farsi vedere mentre si lavora, conta più di ciò che si fa lavorando

Di Emanuela Zaccone

TOK.tv è un’azienda liquida, come la definisce il nostro CEO Fabrizio Capobianco, abbiamo il quartier generale in Silicon Valley e un team distribuito su tre continenti e quattro fusi orari. Ci incontriamo tutti insieme una volta a trimestre, in location sempre diverse e per un periodo di tempo variabile dai 3 ai 7 giorni. Una volta a settimana facciamo il punto con una Company Call e siamo sempre in contatto su Slack. Prima di TOK.tv — e durante le prime fasi dell’azienda — ho lavorato come consulente per diverse realtà (LUISS Guido Carli in primis) e gestito sempre direttamente tutto da remoto. 
Ancora prima c’è stato il Dottorato di ricerca: a meno che non dovessi andare in dipartimento per esami, tesi, lezioni o ricerche, svolgevo tutte le attività da casa.

Per me l’anomalia è l’ufficio. Quando nel 2011 mi sono trasferita a Roma ho lavorato per 17 mesi in ufficio. 
17 mesi di stress per lo spostamento casa-lavoro e viceversa, di scioperi, di ritardi, di uscite così tarde dall’ufficio da non trovare neanche più un supermercato aperto, di fine settimana passati a sbrigare commissioni e faccende di casa che non potevano trovare posto nel resto della settimana.
Avevo perso il controllo della mia risorsa più preziosa: il tempo.

L’Italia ha un serio problema con il lavoro. E non parlo della sua mancanza, di accordi sindacali, di retribuzioni o gestione del personale.
Parlo della percezione del lavoro stesso.

Ho sentito dire frasi come:
“Che fretta hai di finire il lavoro? Tanto qui dobbiamo starci 8 ore”
“…ma come ‘lavorare da remoto’? E come fai a far vedere che lavori?”

Siamo un paese in cui farsi vedere mentre si lavora, conta più di ciò che si fa lavorando. Dove occupare un posto ad una scrivania controllabile e visibile vale più del raggiungimento degli obiettivi. Dove si promuove il fertility day suggerendo di fare figli, quando poi le madri lavorano per pagare gli asili nido e soffrono il distacco dai figli.

Ieri, sfogliando il nuovo catalogo IKEA ho trovato una sezione dedicata al lavoro da casa: non solo il remote working è percepito come normale, ma anche come un’opportunità su cui fare business, dato che implica un completo ripensamento degli spazi domestici. Stamattina ho pubblicato la foto di quella pagina su Facebook e il primo commento sotto di essa constatava con tristezza che “se lavori da casa sei uno sfigato o non sei veramente a lavoro”. C’è questa idea diffusa che chi lavora da casa passi le giornate in pigiama, trascorra il suo tempo sui social media (ad occhio e croce il 95% dei miei contatti Facebook posta mentre è in ufficio…lamentandosi del fatto che si trova in ufficio e cercando cosi dì “ingannare il tempo”!), tra una lavatrice e una faccenda domestica e l’altra.

Beh, cara Italia. Sei tanto confusa.

Certo, è doveroso distinguere tra lavoratori autonomi che operano da remoto (dal social media manager freelance al blogger fino al developer, solo per citarne alcuni) e aziende liquide. Queste ultime, se possibile, risultano ancora più complesse da concepire.

Ma è qui che sta la chiave di volta: la sopravvivenza e l’evoluzione delle aziende in futuro dovranno tenere conto in modo crescente dei vantaggi del remote working. E i vantaggi sono notevoli, sia per le aziende che per i lavoratori

In Remote: Office Not Required, il fondatore di 37 Signals Jason Fried e David Heinemeier Hansson scrivono:

Permettere alle persone di lavorare da remoto significa promuovere la qualità della vita e avere accesso ai migliori talenti del mondo, ovunque essi siano.

Nessuno crea aziende per farle fallire e tutti puntano ad ottenere il massimo dalle risorse disponibili e ad essere competitivi. Quindi perché limitarsi a ciò che è disponibile a livello locale se posso reclutare i migliori talenti su scala mondiale? Assumere su scala globale significa anche scalare più rapidamente, soprattutto se si punta all’internazionalizzazione. Non avendo bisogno di essere tutti concentrati in uno stesso luogo, la selezione e scelta dei talenti da un bacino potenzialmente mondiale e il fatto che questi non debbano affrontare trasferimenti accorcia significativamente tempi e organizzazione.

Inoltre, perché affrontare costi fissi elevati se, grazie alla crescente digitalizzazione, tutto o parte del business della mia azienda può essere gestito da remoto?
Dall’affitto e arredamento di un ufficio alla sua gestione, sono numerose le voci di spesa che possono influire sui costi da sostenere.

Siate sinceri: quanti di voi non hanno mai almeno una volta ritenuto le riunioni fiume, le chiacchiere delle scrivanie accanto negli open space e le varie interruzioni che si presentano in ufficio come uno stress e una perdita di tempo? Remote working significa anche assenza di distrazioni, con ovvie conseguenze sulla produttività, migliorata anche dalla possibilià di organizzare in modo flessibile i propri orari. 
Per dirla ancora una volta con Fried e Heinemeier Hansson:

Gli uffici sono diventati una fabbrica di interruzioni […] La possibilità di essere da solo con i propri pensieri è di fatto uno dei principali vantaggi di lavorare da remoto.

Non credo serva neanche citare i vantaggi in termini di equilibrio tra lavoro e famiglia. In TOK.tv sono nati una media di quasi due bimbi all’anno. Io stessa ho una figlia di 13 mesi, che mentre scrivo gioca con le sue costruzioni. Mi piace averla intorno, mi piace vivere ogni suo progresso, mi piace fare le pause di lavoro con lei giocando a nascondino. Mi piace decisamente di più delle riunioni inutili e interminabili di quando ero in ufficio, delle interruzioni costanti, del rumore di ambiente perenne. Se posso farlo è perché ho orari flessibili, quindi posso cominciare a lavorare prestissimo (tanto sono una persona mattiniera) e organizzare il mio lavoro come preferisco. 
E so di essere fortunata, ma so anche quale fatica implichi lavorare da remoto.

La capacità di gestire tempi, priorità e obiettivi in autonomia si impara nel tempo. Chi lavora da remoto — che poi sia casa, un co-working, la panchina del parco — impara due mestieri: il proprio e quello della gestione del tempo. Non è un caso se sia più probabile che figure di freelance senior abbiano una capacità migliore e più rapida di adattarsi al remote working rispetto a chi ha sempre lavorato in ufficio.

Durante un panel sul tema tenutosi alla Social Media Week Milan a maggio scorso, Davide Casali — Product Experience Director di Automattic, l’azienda che ha realizzato Wordpress e che conta 500 dipendenti tutti sparsi per il mondo — spiegava ad esempio che prima di assumere nuove figure, viene sempre richiesto loro di fare un periodo di prova. E non tutti lo superano, anzi, molti si ritirano spontaneamente.

Lavorare da remoto è una questione di forte autodisciplina e immensa responsabilità.

È importante ripeterlo: lavorare significa raggiungere obiettivi comuni per l’azienda in cui si è deciso di credere, di cui si sposa la visione e soprattutto a cui si è disposti a cedere il proprio tempo.

Probabilmente qualcuno obietterà che lavorare da remoto è bello ma in Italia nessuno è disposto a concederlo. La verità è che pian piano anche le grandi aziende si stanno adattando, sperimentando ad esempio grazie all’opportunità data ai dipendenti di lavorare da casa per alcuni giorni/mese, ma non è una transizione semplice. Devono imparare le aziende e devono imparare anche i lavoratori. 
Soprattutto resta primariamente una questione di cultura e percezione del lavoro. Di fiducia, in una parola.

Le obiezioni classiche a questo modello sono sempre le stesse e tutte fallaci: mancherebbe la creatività che nasce dal contatto costante, non ci sarebbe modo di controllare i dipendenti e costruire una cultura aziendale. 
Andiamo con ordine.
Quello della creatività è un falso mito: alzate le mano se in ufficio dedicate delle sessioni al solo brainstorming di idee e poi li mettete in pratica, ogni giorno. Lavorando da remoto invece poter eliminare le distrazioni significa avere la mente più sgombra e creativa. Quanto al contatto con gli altri, a parte che esistono piattaforme — noi ad esempio usiamo Slack — che permettono di rimanere in costante contatto con il team, è buona norma organizzare dei retreat periodici in cui tutto il team si riunisce non per procedere con il lavoro quotidiano ma per fare il punto sugli obeittivi raggiunti e ragionare sul futuro. Non immaginereste mai quante idee vengono fuori a ciascun retreat e quanto ruolo i retreat abbiano avuto nel determinare le scelte di prodotto e il successo di TOK.tv. 
Il “controllo” invece non passa certo dal verificare che il dipendente è seduto ad una scrivania, ma dal fatto che abbia raggiunto o meno specifici obiettivi; e per la cronaca: questo non si chiama neppure controllo, è il naturale contributo alla crescita dell’azienda, che è anche interesse del dipendente, non solo del suo capo. 
Infine, la cultura aziendale: chi ha detto che nasce solo dal contatto in presenza? È una questione di visione condivisa e di condivisione delle modalità per attuarla. Netflix si fonda sul binomio freedom & responsibility (se non avete mai visto le slides del suo fondatore sul tema è il momento di farlo, perché ne vale davvero la pena), pilastri che valgono anche per le aziende liquide.

Alcuni componenti del team di TOK.tv durante il retreat in California (Aprile 2016)

Sul medio-lungo periodo passare da un’azienda tradizionale ad un’azienda liquida potrebbe significare ridefinire anche il modo di vivere gli spazi nelle città, decongestionandole dal traffico ma anche valorizzando quartieri che in molti casi sono usati solo come “dormitori”. Con ovvie conseguenze sull’economia.

Il remote working insomma non si riduce ad una semplice questione di felicità del lavoratore, ma di innovazione e sopravvivenza delle aziende. Vincerà chi sarà capace di trasformarsi in azienda liquida.

Ma anche chi saprà trasmettere il valore e l’importanza di lavorare da remoto. Che no, non è una cosa da “sfigati”.

Io adesso torno al lavoro, ma voi mi raccontate le vostre esperienze di aziende liquide o di lavoro da remoto?

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