Perché una donna che innova è eccezione e non regola?

Ieri, 11 marzo, ho avuto la possibilità di parlare al Comune di Torino della condizione delle donne nel mio settore lavorativo, cioè quello della comunicazione e del giornalismo. In realtà il tema della Tavola Rotonda era più ampio e riguardava il ruolo delle donne nelle aziende hi-tech e il perché ancora oggi il nostro genere sia ancora trattato come animale raro quando si parla di sviluppo software, Internet, ICT ecc… (l’iniziativa si chiama Rosa Digitale e punta a creare dibattito e disseminazione di buone pratiche n tutta Italia creando un network trasversale che tocca donne, aziende e istituzioni con l’obiettivo di adottare soluzioni sensate per aumentare la parità uomo/donna a cominciare dal settore hi-tech).

Ho un pensiero tutto mio sulla parità di genere e sui metodi per ridurre il cosiddetto gender gap, spesso non condiviso o non accettato dalle mie colleghe (anche se devo ammettere moltissime invece dicono di pensarla come me). Ad esempio io non trovo sensata la battaglia sul linguaggio per far sì che accanto ad avvocato ci sia anche avvocata (orribile) o ministra. Mi da la sensazione riassunta da Eco nell’ultima celeberrima frase de Il Nome della Rosa quando il capitolo si chiude così: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Tradotto: la rosa in quanto rosa esiste da ben prima che noi la chiamassimo con il nome rosa e oggi a noi non resta che il nome svuotato della sua sostanza ormai scomparsa.


E’ vero che la parola crea, ma pretendere oggi che il nome ricrei qualcosa di mai veramente esistito (se non forse in forma d’eccezione e in qualche retaggio di civiltà passata — a scuola ad esempio mi hanno insegnato che nella società etrusca, preromana, la donna aveva un ruolo riconosciuto e rispettato), mi sembra faccia fare un passo nella direzione sbagliata.

Su questo punto torno tra un attimo, perché voglio riportare qualche dato.

I dati, i soliti dati

Prima di andare in Comune mi è stato chiesto di approntare una brevissima presentazione. Essendo la settimana della Festa della Donna il mio lavoro è stato semplificato al massimo perché sia su Corriere Innovazione sia su La Stampa e su Medium sono stati pubblicati esaustivi articoli sulle donne nel giornalismo e nel mondo hi-tech da cui ho estrapolato qualche numero.

Ad esempio in Italia solo 1 donna su 4 è direttrice di testata e in media quella donna prende uno stipendio che è del 25% inferiore a quello di un uomo.

Nulla di nuovo, sono cose dette e ridette. Questo è il problema. Ora concentriamoci sulle soluzioni. Il punto è: come innalzare quello stipendio, come evitare che una donna in quanto tale debba modificare la sua natura femminile adottando il carattere del maschio per assumere ruolo di leadership, come raggiungere una vera eguaglianza. Sostanza.

#Invece delle quote rosa, conquistiamo la prateria di lavori che nessuno è ancora in grado di coprire

Una prima risposta arriva proprio dal mondo della tecnologia, della programmazione, della dimestichezza con un nuovo ventaglio di competenze che, almeno nel mio settore, riguarda tutti i giornalisti a prescindere dal loro sesso.

Uno studio della CA Technologies ha stimato che da qui al 2020 in EU le industrie hi-tech creeranno 825 mila nuovo posti di lavoro, per ambo i sessi. Già oggi c’è molta difficoltà in Italia a trovare programmatori, sistemisti, datajournalists: c’è un buco enorme che le donne potrebbero colmare. E’ come avere un piccola grande soluzione sotto il naso e non accorgersene.

Colmare quel buco è il primo passo per colmare il divario senza dover imporre la presenza femminile nelle aziende, di qualunque settore, con le quote rosa.

#Eccezione=Difficile da replicare

Il secondo passo è cominciare a considerare le donne che innovano, che fanno carriera, che ottengono risultati come un normale fenomeno e non come eccezione. Qualche anno fa Paola Cortellesi imitava l’allora ministrA Moratti alle prese con la Scuola: entrando in un istituto si acquattava in un angolo e ammirava “una femmina di bidello” oppure “una femmina di professore” come fa un etologo durante una spedizione.

Ecco, presentare le donne che ce l’hanno fatta come animali rari è qualcosa che secondo me va rivisto a livello comunicativo: perché presentarle come eccezione non contribuisce a normalizzare la parità ma anzi innalza l’asticella della parità ad altezze impossibili per una ragazza da raggiungere. O almeno, è questo il messaggio che rischia di passare.

#Migliorare la disseminazione nelle Scuole! Le giornate di orientamento oggi diciamolo non servono davvero a nulla

Per far sì che diventare innovatrici, lavoratrici, direttrici ecc…. sia normale bisogna migliorare il sistema in cui formiamo e informiamo i ragazzi e le ragazze sin dalle elementari. Ben vengano allora gli hackathon, le sessioni di coding, le giornate per le startup: insomma tutto ciò che apra alle ragazze orizzonti nuovi senza che debbano scoprirlo per caso su Facebook.

#Cominciamo a non insultare gli uomini

Il terzo passo è una forte autocritica sul modo che le donne purtroppo hanno spesso di interagire con gli uomini. Qui mi riallaccio al tema del linguaggio: come pensiamo di normalizzare il rispetto e la parità se poi trattiamo colleghi, compagni e partner come esseri inferiori? Sento spesso frasi del tipo “tanto è un uomo, non capisce nulla” oppure “tanto è un uomo, non sa fare nulla, non ci arriva”. Credo siano frasi maschiliste tanto quanto lo è una pacca sul sedere al lavoro perché uomini e donne hanno sistemi diversi di interazione con il mondo e per un uomo non c’è cosa più avvilente e dolorosa che essere considerato incapace di provvedere alle persone che lo circondano o di far fronte alle situazioni, tanto quanto è avvilente per una donna essere considerata merce da toccare.


Mi riferisco chiaramente a un ecosistema normale in cui il concetto minimo di rispetto reciproco sia già assodato (quindi non applicate questo ragionamento a situazioni in cui lui è irrispettoso e violento o sessista o dove le aziende fanno firmare la clausola per non avere figli subito dopo l’assunzione).

In fin dei conti mi chiedo se ciò che noi donne vogliamo sia una parità al livello minimo (pari diritto di insultare l’altro, pari diritto di comandare sull’altro) o una parità al massimo livello (diritto di esprimere la mia diversità di carattere e di percezione del mondo, diritto di raggiungere posizioni di potere nel modo consono a una donna e non nello stesso modo che è naturale per un uomo). Perché siamo diversi e questa diversità è il vero fulcro dell’eguaglianza.

Chiudo dicendo che nel mio piccolo ho la fortuna di lavorare con uomini e donne estremamente rispettosi gli uni degli altri. In cui colleghi padri di famiglia mettono i figli al primo posto, prima delle riunioni di lavoro e delle serate fuori organizzandosi una “schedule” degna di pubblicazione scientifica.

E’ chiaro, la strada da fare è tanta ancora specie per quanto riguarda tutto un sistema di welfare che è essenziale per una donna. Ma non è un’eccezione irraggiungibile. E’ più vicina di quanto possiamo immaginare.

(qui potete vedere la brevissima presentazione che ho mostrato all’incontro)