Perché un rapinatore olandese mi ha rubato la colazione
L’autunno in Europa era inaspettatamente piacevole. Era un clima da t-shirt, ed è anche per quello che lo shock di una rapina mandò in frantumi il nostro momento di piacevole svago, come un martello scagliato contro una porta scorrevole in vetro. Quando la minaccia della violenza è comparsa nella mano di chi ci ha rapinato, il mio amico è rimasto di sasso. Ha fatto la sua migliore imitazione della Statua della libertà. È diventato rigido come quella vecchia, verde signora. Nel frattempo, io cercavo di assicurarmi che la rapina andasse nel modo più indolore possibile per noi. Eravamo appena al di là del canale, di fronte alla stazione centrale di Amsterdam, e volevo davvero arrivare a Parigi nel pomeriggio. Sapevo che mi sarei incazzato non poco se avessimo perso il treno perché un rapinatore mi aveva accoltellato.
Era la nostra quarta settimana in Europa, in un gran tour che ne sarebbe durate sei. Dovevamo continuare a spostarci perché, dovunque andassimo, così faceva anche la regina d’Inghilterra. Anche lei stava facendo un gran tour del continente. Arrivavamo in una città e spuntava anche lei. Non appena arrivava, la città si bloccava. Ovunque andassimo noi tre, tutti gli hotel erano prenotati e le strade intasate di turisti e taxi. I sindacati sfruttavano l’occasione della visita reale per organizzare scioperi e attirare l’attenzione sulle loro rivendicazioni. La regina d’Inghilterra era una Reale rottura di palle, come un tappo anale tempestato di brillanti e della misura sbagliata. Così, continuavamo a muoverci.
Il mio amico e compagno di viaggio si era ammalato a Londra, e di nuovo a Roma. Una notte, dopo aver vagabondato per prendere una zuppa di pollo calda e un succo d’arancia appena spremuto per lui e del vino rosso per me, dissi al mio povero amico tormentato da brividi e tosse che saremmo dovuti tornare ad Amsterdam — se fossimo partiti la notte, avremmo potuto dormire sul treno. Gli dissi che l’Italia non sembrava andare d’accordo con il suo sistema immunitario e forse spostarci un po’ a nord gli avrebbe fatto bene. Capii che era pericolosamente debole per la malattia, perché mi diede ragione. Non lo aveva mai fatto. Mi sentivo un po’ in colpa, come se mi stessi approfittando del fatto che era troppo debole per discutere. Ma era una buona idea, ragion per cui mi misi in pace con la mia coscienza.
Inoltre, sapevo che era mio compito prendermi cura di lui; si fidava di me come di un fratello maggiore. Era figlio unico e aveva sempre fantasticato di avere un fratello. E io stavo al gioco. Aaron e io siamo cresciuti insieme. Da bambini eravamo un duo formidabile. Io con la mia massa soffice di ricci stile afro e lui con i suoi capelli rosso carota, eravamo proprio carini insieme. Basta pensare ai nostri nomi: Aaron e Zaron. È orecchiabile. Come i protagonisti di un romanzo per ragazzi, ma nella vita reale. Il fatto che anche gli altri ci considerassero un duo rafforzava ancora di più il nostro legame. Eravamo abituati a sentirci chiamare Aaron e Zaron. Non mi importava neppure che il suo nome venisse sempre prima del mio, anche se era lui il più piccolo (Zaron e Aaron suona strano). Siamo sempre stati compagni e l’opposto quasi in tutto.
Giravamo l’Europa come una coppia di comici del vaudeville. Lui era la spalla, quello più cauto. Io quello più irrequieto, troppo sicuro di sé, quello che ci metteva nei guai. Mangiavo tutto, bevevo tutto, parlavo con chiunque, girovagavo ovunque la mia curiosità mi spingesse e mi rifiutavo di dare ascolto a qualsiasi segnale di pericolo. Aaron invece li prendeva tutti sul serio. C’è chi dice che siamo noi ad attirare la buona o cattiva sorte. Ok…forse. Non lo so. Ma ho imparato che comunque bisogna stare al gioco.
Immagino sia questa la ragione per cui sono sempre convinto che tutto andrà bene. Queste parole sono come un mantra personale per quando le cose diventano complicate. Durante un’emergenza, in quei pochi secondi concitati in cui il mondo rallenta e vedi la sorte che speravi di evitare, me lo ripeto nella testa come un monaco in meditazione:
“Siamo fottuti? No, va tutto bene … tutto bene … è tutto a posto…”
È la mia versione occidentalizzata del consiglio del monaco taoista Chuang Tzu, Non troverai mai la felicità finché non smetterai di cercarla. Io trovo la felicità non cercandola. Piuttosto mi aspetto che arrivi senza essere invitata. Sopravvivo alle calamità perché sono sempre certo che il peggio è quasi passato. Ho la tendenza a pensare che ogni giorno porti sorprese gradite. E, nel quotidiano turbine della vita, penso che ogni attimo possa essere follemente migliore di quello precedente. Sì, più o meno come un eccitabile bambino di cinque anni. L’altra mia opzione è la nevrosi paralizzante. Scelgo il bambino.
Il mio amico fa l’opposto. Si aspetta il meglio: hotel a cinque stelle, biglietti in prima classe, ristoranti raffinati… e si prepara sempre al peggio. Ci si concentra. Cerca di evitarlo a ogni costo. Teme che il peggio possa accadere. Anche se ama e compra le cose migliori, è spesso deluso. Io, invece, accetto il peggio con gioia: street food, ostelli affollati e vino da tavola. Mi aspetto che mi vada tutto bene e così fila tutto liscio. Mi piace praticamente tutto. Mentre io tendo a pensare che tutto si aggiusterà, lui parte sempre con il presupposto di doversi proteggere da cose che non vuole gli accadano. Uno si fida. L’altro evita. I nostri approcci differenti ci fanno concentrare l’attenzione su obiettivi, paure e risultati diametralmente differenti.
Si dice spesso che qualsiasi cosa immagini che accada… tende ad accadere.
È un’idea che mi trova anche d’accordo, ma fino a un certo punto. Direi piuttosto che sono le tue aspettative a determinare la tua reazione. Perché quello che per me era solo un attimo di confusione in cui era spuntato un coltello, per il mio amico era un incontro con lo spettro torvo della morte. Ed eravamo lì insieme allo stesso angolo di strada.
Eravamo tornati indietro per gustarci Amsterdam una seconda volta. Avevo convinto Aaron che fosse davvero una buona idea. Indubbiamente, era stato indebolito dalla malattia, ma ora che stava bene, volevo a maggior ragione assicurarmi che passasse ad Amsterdam un periodo davvero splendido. Fu così. La seconda volta, tuttavia, non ci sentivamo più come dei turisti. Ci muovevamo in quelli che erano spazi in qualche modo familiari. Tornammo negli stessi ristoranti per provare quelle opzioni su cui non eravamo riusciti a deciderci la prima volta che ci eravamo stati. Se si ama il cibo, è un raro lusso: tornare in una città soltanto per mangiare un piatto diverso da quello ordinato prima. Sembrava di essere in un episodio di Twilight Zone, con la possibilità di assaggiare la vita parallela che non avevi scelto.
Poi, per dirla tutta, volevo tornare ad Amsterdam anche per fare shopping in uno dei supermercati della catena Albert Heijin. Amo un buon supermercato. Tutti quei colori e strani odori, la confusione di bambini eccitati e i loro parenti esausti, la gente che sta lì a leggersi bene le etichette e quelli che palpano la frutta per vedere quanto è matura. La gente può essere diversa in giro per il mondo, ma in un supermercato si comporta spesso allo stesso modo, e questo mi offre una finestra su una cultura. L’Albert Heijin in centro è di certo il supermarket più sexy in cui sia mai stato — la varietà dei prodotti, la calda illuminazione invitante, la cera dei pavimenti, che riflette leggermente — era tutto così piacevole, e in più non guastava che i clienti sembrassero appena usciti da agenzie di modelli.
Dopo il nostro secondo round a goderci i musei, i giardini ricchi di fragranze, le passeggiate sui canali da cartolina, il tepore delle coffeehouse e il comfort food dei ristoranti, era ora di lasciare Amsterdam. Era mattina presto. Piuttosto che entrare in una panetteria per colazione, volevo passare da Albert Heijin. Un’ultima volta. Aaron fu paziente con me. Dissi che potevamo comprare la colazione e qualcosa per il pranzo, così saremmo stati a posto per la nostra giornata in treno e non alla mercé di qualsiasi cosa servissero a bordo. L’idea gli piacque (gli piaceva avere tutto sotto controllo).
Dopo un tenero addio al mio negozio di alimentari preferito, ci fermammo per un po’ nel distretto a luci rosse, per comprare ancora un po’ di fumo e di erba per il resto del nostro tour europeo. Eravamo giusto di fronte agli hotel più costosi lungo il canale, quelli dall’altro lato rispetto alla stazione ferroviaria centrale. Un tizio andò a sbattere contro Aaron. Li vidi scontrarsi. Vidi il suo braccio sinistro lanciare in avanti qualcosa di bianco con un’estremità bruciata.
La canna finì in acqua e si inabissò. L’uomo si fermo. Si girò, furibondo. Urlò in faccia ad Aaron: “Perché cazzo l’hai fatto?”.
Aaron si fermò, mosse la bocca come se stesse per parlare, ma non ne uscì nulla. Solo un silenzio intimorito.
“Mi sei venuto addosso, cazzo! Mi hai fatto cadere la canna, pezzo di stronzo!”.
Il nostro rapinatore olandese imprecava in inglese in un modo che lasciava supporre avesse vissuto nel New Jersey.
“Ora che cazzo faccio? Era la mia ultima canna — devi rimediare!”.
Aaron era ammutolito. Non si era ancora mosso, né aveva parlato. Qualsiasi cosa vi succeda nella vita — non fate come lui. Non potete restare immobili. Tutto si muove. Un po’ come per il vostro intestino, è comunque meglio muoversi… insieme a tutto il resto. Aaron se ne era dimenticato. Si chiuse come il culo a prova d’acqua di un’anatra. Ma lo capisco. Farei lo stesso se un serpente mi attraversasse la strada. La paura è paura.
Entrambi avevamo i nostri zaini in spalla, stracarichi. Entrambi avevamo un grande sacchetto di carta colmo di spesa. Uno di noi due era la statua di un americano con il sacchetto della spesa in braccio, e l’altro ero io, tutto sorridente come un bambino di cinque anni impaziente di vedere cosa stava per succedere. Cosa posso dire? Mi piace la criminalità di strada. Anche quando ci sono di mezzo io (ovviamente, nel limite del ragionevole). Il rapinatore alzò la posta. Mise la mano in tasca e iniziò a minacciarci con un’arma che ancora non avevamo visto. Doveva ancora estrarla. E francamente, non credevo sul serio che avesse un’arma.
Pensando che fosse solo un drogato disperato che stava tentando un bluff per fregarci, e con Aaron che era ancora una statua di sale, dissi: “Ascolta, amico. È ovvio che il mio amico non aveva intenzione di finirti addosso. Stiamo andando a prendere un treno, e siamo in ritardo. Quindi, facciamo così, io qui ho…”. Tirai fuori dalla tasca una manciata di denaro. “Quant’è? Sei, sette… otto euro. Ti ci compri una gran canna, in quel negozio laggiù”.
Indicai una coffeehouse in cui ero stato il giorno prima. Sapevo precisamente il costo di una canna.
“Quindi… prendi questi soldi… vatti a comprare una nuova canna del cazzo. Con mille scuse. Ma, sul serio, amico, non abbiamo tempo per queste stronzate”. Gli tesi un pugno di banconote di colori diversi.
Il nostro rapinatore guardò i soldi e rispose: “No, amico. A te, ti rispetto”.
Un momento — cosa? Non ti aspetti che l’uomo con un coltello in mano che ti sta rapinando ti dica che ti rispetta, e che ha un disprezzo specifico per il tuo amico. Risi. Avrei voluto davvero non farlo. Per il bene di Aaron. Ma non potevo farci nulla. Era divertente. Il rapinatore mi rispettava. (Se ve lo state chiedendo, era bianco, dell’informazione fatene ciò che volete).
Il nostro rapinatore continuò: “Non voglio nulla da te. Voglio qualcosa da lui. È lui che ha combinato il casino. Metti via i soldi”.
Aaron, nel frattempo, doveva ancora fare il minimo movimento. Visto il mio ruolo da fratello maggiore, tentai di mettere a posto le cose. Anche se il nostro rapinatore aveva detto di rispettarmi e di non volere i miei soldi, dovevo fare qualcosa per proteggere Aaron, così feci una nuova offerta: “Ok, come ti pare, mi rispetti. Va bene. Allora fammi un favore e prendi questi soldi e vai a goderti la giornata. Non importa, davvero, non è un problema”.
Questo fu un errore. Sprecai la benevolenza del nostro rapinatore respingendo il suo “rispetto”. Tirò fuori il suo coltello e disse: “Non capisci. Questo coglione mi è mancato di rispetto e dovrà rimediare. Tu quanto hai dietro— ”. Mise il coltello vicino alla faccia di Aaron, abbastanza vicino da potergli cavare un occhio se fosse stato in vena di farlo.
“Amico, senti, ti sto offrendo praticamente tutti i contanti che ci sono rimasti. Abbiamo appena speso tutto al supermercato, quindi prenditi questi e basta. Siamo a posto così. Non è un problema”. Gli offrii di nuovo otto euro. Mi ignorò e si concentrò su Aaron.
“Vaffanculo, stronzo!”. Sputò in faccia ad Aaron, che era ancora di sale. Poi il nostro rapinatore mise la mano nel sacchetto della spesa e prese le banane, lo yogurt e un croissant al cioccolato. Improvvisamente soddisfatto, raccolse la sua refurtiva e se ne andò. Rimasi lì scuotendo la testa. Il nostro cibo era diviso tra i due sacchetti e tutte le cose in cima al sacchetto che Aaron teneva in braccio erano mie. Il rapinatore si era preso la mia colazione. Questa è un’ulteriore prova del fatto che l’Universo ha un senso dell’umorismo molto più sviluppato di qualsiasi autore di romanzi. Avrei preferito di gran lunga che si prendesse i soldi. Cazzo.
“È andato”. Dissi, parlando piano, sperando che in Aaron tornasse un po’ di vita. Era tremendamente scosso. Ci vollero una ventina di respiri prima che gli passasse la catatonia. La gente gli camminava accanto e pensai, certo, ora ci sono dei pedoni.
“Io… io non avevo intenzione di andare a sbattergli contro”, disse Aaron, balbettando un po’, anche se non era un giorno freddo. “Mi spiace abbia preso il tuo yogurt”.
È così carino, la sua reazione fu di preoccuparsi per il mio yogurt. Non si mise a imprecare contro lo scippatore. Fatta eccezione per un momento di terrore, non aveva preso nulla da Aaron. Certamente non gli aveva preso la dignità o cambiato minimamente chi era, visto che più o meno si aspettava che saremmo stati derubati prima o poi. Mentre guardavo la mia colazione allontanarsi in braccio al rapinatore, pensai: “Forse dovrei rincorrerlo per le mie banane e lo yogurt alla fragola? No, va tutto bene… è tutto a posto… per colazione posso sempre prendermi una birra e una brioche.
E così feci. Era tutto a posto.
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Foto di Franklin Heijnen
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