“Pitch”: se il sogno del baseball è concesso anche alle donne

Una serie tv in cui una giovane atleta afro-americana diventa la prima donna professionista nel campionato di baseball americano

Di Alessandro Lanni

Come ogni ragazzino (maschio) Usa, Ginny Baker è tirata su dal padre a pane, palla e guantone. Cresciuta, come pitcher ci sa fare e arriva a calcare uno dei 30 campi di baseball più importanti al mondo, il Petco Field di San Diego dove sono di casa i Padres. Litigate, sospetti, stereotipi, alla fine la lanciatrice farà la sua figura e a conquistare la fiducia di compagni di squadra e tifosi. In sintesi questa è la storia di Pitch, serie tv in cui una giovane atleta afro-americana (l’attrice Kylie Bunbury) diventa la prima donna professionista nel campionato di baseball americano. Premiere stanotte negli Usa e tra qualche mese su Fox Italia. Una produzione ricca per una sceneggiatura ambiziosa che potrebbe almeno incrinare la secolare barriera di genere che separa il national past time, il passatempo nazionale, il baseball insomma.

Storia vera? No. Verosimile? Riparliamone tra qualche anno. In un paese in cui circa 4 donne su 10 si dicono tifose di baseball, la sfida oggi è quella del realismo evitando la ricerca del «messaggio» edificante. Lo sport è lo sport, il baseball è il baseball e va rappresentato al suo massimo livello a un pubblico che conosce alla perfezione come si muove un giocatore, come viaggia una palla. Se un messaggio liberal c’è, deve essere ben dentro la storia sportiva.

Che il mondo del baseball abbia preso molto seriamente la storia di Ginny la lanciatrice c’è l’accordo tra il colosso dell’entertainment e la Major League, il campionato professionistico. Per la prima volta, l’incredibile macchina da soldi del baseball Usa apre le porte in grande stile a una produzione. Stadi e cappelli, uniformi di gioco e calendario delle partite, sono quelli veri. Ricordate le squadre di football inventate di «Ogni maledetta domenica»? Ecco qui giochiamo in un altro «campionato». L’obiettivo è l’autenticità della storia. Il bello è far tornare i conti tra l’estremo realismo di ogni singolo dettaglio con la storia, ancora inevitabilmente di fantasia, della donna sul monte di lancio che gioca insieme e contro i maschi.

Certo, il baseball femminile esiste per davvero. Proprio pochi giorni fa a Busan in Corea del Sud si è svolta la finale della settima edizione della Coppa del mondo femminile di baseball. L’ha stravinta il Giappone come capita ormai da parecchi anni. Non si è trattato di un evento che passerà agli annali. È una riserva, piccola e peraltro snobbata dagli Usa.La prova dunque è far breccia nell’immaginario che confina le donne sulle tribune dei diamanti. Ci si potrebbe chiedere quanto c’è di vero nella storia di Ginny. È possibile per una donna arrivare a quel livello? Ecco, la risposta migliore la fornisce la stessa attrice protagonista. «Molte donne mi hanno chiesto se la serie sia basata su una storia vera. Ecco, pensare che siamo arrivati così lontano, che per queste donne la storia di Ginny è nel regno delle possibilità, è grandioso».

Il 2015 è stato l’anno in cui negli Usa, dopo la vittoria della nazionale a stelle e strisce al mondiale di calcio femminile, si è posta la questione del gender pay gap, della differenza di retribuzione tra donne e uomini anche nello sport. Questione che ancor di più si pone anche in Italia.

Detto questo, delle barriere di genere, che da una parte il baseball è a tutti gli effetti ancora uno sport per maschi, nell’immaginario Usa la donna che compete alla pari c’è fin dai tempi in cui la lanciatrice mancina Jackie Mitchell eliminò due divinità del batti e corri come Lou Gehrig e Babe Ruth. Era il 1931. Tra sospetti e stereotipi, l’idea che una ragazza possa competere alla pari con gli uomini si è fatta strada. E in uno sport sempre più specializzato dove ogni giocatore ha un ruolo preciso non dipende sempre dalla forza fisica, l’idea non è neanche così peregrina.

«I diamanti sono i migliori amici delle donne» cantava Marylin Monroe, moglie del campione di baseball Joe Di Maggio. Chissà se tra qualche anno saranno anche i diamanti di terra rossa a ospitare ragazze col guantone.

E da noi? È pensabile che la Lega Calcio sostenga e appoggi una serie tv come Pitch? Fa sorridere solo l’idea, vero? In fondo, lo sport femminile in Italia è confinato da sempre all’eleganza di schermitrici e alla grazia delle nuotatrici o delle tenniste che emergono solo per una vittoria olimpica. Dai tempi della grandissima Sara Simeoni a oggi è cambiato poco o nulla. Scrivere una storia con una ragazza protagonista di uno spettacolo sportivo tra i più ricchi e popolari è una battaglia che neanche si inizia qui da noi. Come pensare una calciatrice campionessa in una squadra di uomini? E d’altra parte come sorprendersi, se l’attuale presidente della Figc confessa con candore che «credevamo che le donne fossero soggetti handicappati invece abbiamo riscontrato che sono molto simili agli uomini».


(Questo articolo è stato pubblicato su La 27esima ora del 22 settembre 2016)