Foto di Cuamm-Medici per l’Africa (fonte Flickr)

Prendi il mio posto. La campagna Fish per la Giornata internazionale della disabilità


Sono cieca. Avete mai pensato che nelle confezioni dei farmaci non c’è la scadenza in braille? Avete mai pensato che nei supermercati un non vedente non è in grado di riconoscere i prodotti? Sembrano banalità ma impediscono una vita autonoma nei piccoli atti di tutti i giorni.
(Sabrina, 45 anni, Assisi)
Mio figlio ha 6 anni, un lieve ritardo mentale e un disturbo dell’eloquio, dell’equilibrio e del linguaggio. So che rispetto ad altri è fortunato ma pochi giorni fa mentre giocava ha detto: “Sono un bambino che sbaglia sempre tutto”. Vorrei che vivesse in una società capace di fargli cambiare idea.
(Gaspare, 37 anni, Palermo)

Queste sono solo due delle oltre 100 testimonianze di persone con disabilità raccolte dalla Fish — Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap per la campagna social #inmyplace, lanciata per la Giornata internazionale della disabilità.

Una campagna importante e innovativa per almeno tre motivi: per la prima volta in Italia, si è pensato ad una campagna sulla disabilità che nasce e si diffonde sui social network; grazie alla diffusione di storie in prima persona punta ad un protagonismo attivo delle persone con disabilità; infine, sfruttando la capacità di condivisione che offrono i social, spinge ad agire e non soltanto ad ascoltare, leggere, guardare.

L’idea è semplice quanto “rivoluzionaria”: sul sito Inmyplace.it ognuno di noi può leggere e conoscere oltre 100 storie di persone disabili che in 300 caratteri raccontano le loro difficoltà e le barriere che incontrano ogni giorno. Ma leggerle non basta, occorre farsene carico, come? Provando a mettersi al loro posto, condividendo sui social le loro storie, chiedendo ai nostri amici e follower di fare altrettanto perchè, scrive la Fish “prendendo il posto di chi ogni giorno subisce barriere fisiche, architettoniche e pregiudizi, avremo iniziato insieme a demolire la barriera più grande: la paura del contagio, della vicinanza, dello scambio”.


Pubblicare su Facebook e Twitter le storie di Sabrina, Gaspare e degli altri 4 milioni di disabili che vivono in Italia significa contribuire “al superamento di tutte le distorsioni prodotte dal modello sanitario della disabilità, ancora prevalente nel senso comune, nella società, nelle professioni, nella politica. Un modello che ha attribuito alle persone con disabilità la condizione di malati, obbligandoli a trattamenti di riabilitazione permanente e a segregazioni inumane”.

Io ho preso il posto di Sabrina e Gaspare, e tu?


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