Quel che resta di Detroit

Un tempo una delle città più floride degli Stati Uniti, sede della potente General Motors, nel 2013 la città ha dovuto dichiarare bancarotta. Il declino di Detroit raccontato sul grande schermo

Di Valerio Moggia

Un gruppo di adolescenti, un cortile non curato, una casa famigliare all’apparenza abbandonata, un quartiere deserto attorno: l’immagine della Detroit contemporanea fotografata da Mike Gioulakis per David Robert Mitchell nel film “It Follows” del 2014, uscito ufficialmente un anno dopo la bancarotta della principale città del Michigan.

Cinquant’anni di declino e una clamorosa bancarotta pochi anni fa: Detroit è una città fantasma e la manifestazione più evidente di una delle maggiori paure che abbiamo come società: la cancellazione, la scomparsa, l’estinzione. Il cinema — e con esso altre arti, come la musica e la fotografia — ha saputo raccontare in maniera perfetta questa caduta, e tutto ciò che essa ha comportato: l’abbandono della città, il degrado delle periferie che diventano città, il malessere di chi resta bloccato in una situazione stantia.

La fabbrica automobilistica Fisher Body 21 a Detroit (Yves Marchand e Romain Meffre, 2010).

Quella di Detroit è una storia che lascia il segno: un tempo una delle città più floride degli Stati Uniti, sede della potente General Motors, entrata in crisi nel corso degli anni Sessanta e Settanta, divenendo nel giro di meno trent’anni un inferno da cui fuggire: nel 2012, la popolazione era meno della metà di quella del 1955. Nel 2013 la città ha dovuto dichiarare bancarotta e restare un anno in amministrazione controllata, e mentre la gente continuava a fuggire e il degrado si propagava nelle periferie, il cinema era lì, a raccontare la più grave crisi societaria di una metropoli nell’intera storia dell’Occidente.

Immagine emblematica: un cartellone pubblicitario futurista e colorato, che annuncia la nascita di una nuova Detroit (talmente nuova da cambiare nome in Delta City), che campeggia in alto, sullo sfondo; e appena più in basso i sobborghi dalle strade dissestate, la sporcizia ovunque, e l’abbandono (“Robocop”, regia di Paul Verhoeven, fotografia di Jost Vacano, 1987).

Perché, come spesso capita, il cinema ci vede lungo, specie quando gli occhi sono di gente come Paul Verhoeven: nel 1987, quando la crisi di Detroit stava diventando realtà, il regista olandese aveva diretto Robocop, lì ambientato in un ipotetico 2029. Una città corrotta -ma niente a che vedere col tragico romanticismo noir del film omonimo del 1956 (La città corrotta, o Inside Detroit, di Fred S. Sears, che risale al periodo d’oro della città)- che stava rapidamente cadendo nella mani di una multinazionale chiamata OCP, intenzionata a ottimizzare -in ottica di profitto capitalista- i servizi alla comunità, come ad esempio ridurre gli stipendi della polizia e sostituire gli agenti con macchine obbedienti e incapaci di scioperare, e ad impossessarsi delle periferie, da trasformare in utopistici quartieri residenziali recintati e protetti, ovviamente dopo aver sfrattato con la forza i poveri occupanti. Fantascienza, la chiamavano, eppure la storia non è andata tanto lontana.

La William Livingston House, a Detroit (Yves Marchand, Romain Meffre, 2010).

In quelle periferie piene di poveracci in lotta per sopravvivere, stretti tra gli interessi del capitalismo selvaggio di Reagan -e poi di George W. Bush e della grande crisi finanziaria del 2008- e la crescente criminalità, sono nate tensioni sociali a lungo sottovalutate. Da sporche e pericolose che erano nei film di Robocop, le strade dei quartieri popolari di Detroit sono divenute un inferno in terra nel dark-fantasy urbano Il corvo (Alex Proyas, 1994): il nostro occhio vola alto come quello dello psicopompo dalle penne nere, ammiriamo una città che ribolle e va letteralmente a fuoco, travolta dalla follia della Notte del Diavolo. In Robocop le strade erano insicure, ma c’era la speranza di un Gesù Cristo meccanico che manteneva l’ordine; nel Corvo non resta più nulla, la città è perduta e in mano a criminali nichilisti come Funboy. Nessun robo-poliziotto che cammina sulle acque, la cosa che più si avvicina a un buono è un demone animato da un feroce spirito di vendetta.

30 ottobre, la Notte del Diavolo: inizia così “Il corvo”, con una ripresa dall’alto di una città che brucia, e non sono i miasmi industriali della Los Angeles di “Blade Runner”, ma i sintomi del caos che regna per le strade (“Il corvo”, regia di Alex Proyas, fotografia di Dariusz Wolski, 1994).

Verhoeven aveva visto in Detroit una moderna metropoli in disfacimento e ne aveva letto il futuro pur tenendola per lo più in ombra nel corso del suo film, Proyas la trasforma in una terra di dannati, dominata dal bianco (poco) e nero (tanto), con l’unica variazione di colore dataci dalle fiamme che divampano. Il presente alternativo del Corvo è ben più spaventoso del futuro prossimo di Robocop: nessun grande affare capitalista, a Detroit, ma una colossale metropoli regredita dalla modernità ad un medioevo gotico perverso.

Il volto della città è Sarah, una bambina senza famiglia che vive nei sobborghi, senza alcuno scopo chiaro nella vita: un’innocenza che sta prematuramente appassendo. È l’alba di una gioventù sbandata, affetta da malessere delle periferie, che cerca di rinascere sotto nuova forma e si cristallizza, infine, nei testi di Marshall Bruce Mathers III, meglio noto come Eminem, cresciuto abbandonato dal padre e con una madre tossicodipendente, vivendo spesso in una roulotte nelle periferie di Detroit.

Eminem è il simbolo più profondo del malessere delle periferie di Detroit degli anni Novanta: una figura solitaria, problematica e schizofrenica, che si muove a cavallo di due realtà diverse e abbandonate allo stesso modo, i bianchi e i neri divisi dalla 8 Mile Road (“8 Mile”, regia di Curtis Hanson, fotografia di Rodrigo Prieto, 2002).

“È meglio perdersi nella musica, il momento che ti appartiene, meglio che non te lo lasci sfuggire, hai un solo colpo, non perdere la tua occasione di spararlo, quest’occasione capita una sola volta nella vita”: c’è tutto quel malessere in queste righe di Lose yourself, hit che diventa anche premio Oscar nel 2003 come parte del film 8 Mile di Curtis Henson, ispirato alla storia del rapper in cui Eminem è anche interprete principale. Non siamo nel 1994 alternativo di Alex Proyas, ma nel 1995 ri-attualizzato, eppure le periferie non sembrano molto diverse; il protagonista è un giovane bianco che vive attorno alla 8 Mile Road, la strada che taglia a metà i ghetti di Detroit, stabilendo dove vivono i bianchi e dove i neri. B-Rabbit cerca un altro se stesso nelle gare di freestyle, discioglie e disperde la sua identità razziale e culturale in un meticciato carico di rabbia sociale, è un white trash che con l’hip-hop insegue una via di fuga dal degrado che lo circonda.

Un negozio di parrucchiere a Detroit, in uno scenario post-apocalittico (Jennifer Garza-Cuen, 2012).

Abbandono, ecco la parola magica che racchiude in sé tutto il senso profondo della Detroit degli ultimi anni: strade e case abbandonate, lasciate all’incuria o lasciate in cerca di fortuna, la capitale dell’industria automobilistica è diventata come una di quelle cittadine della provincia da cui i ragazzi hanno sempre voluto allontanarsi proprio per raggiungere una grande metropoli. Negli anni Cinquanta questa era la quarta città più grande degli Stati Uniti, con quasi due milioni di abitanti; oggi è abbondantemente sotto al milione e, a partire dal 2000, oltre 240mila persone si sono trasferite altrove, lasciando 80mila case vuote (un quarto di tutte quelle presenti nell’area metropolitana), e chi non può andarsene si sposta a vivere nelle periferie, che sono pericolose ma più convenienti dei quartieri del centro, ormai svuotati.

Tra quelli che restano ci sono gli anziani, come il nostalgico Walt Kowalski di Clint Eastwood in Gran Torino: veterano della guerra di Corea e ora vedovo, pure lui abbandonato -dalla moglie, morta, ma anche dai parenti che ormai non gli telefonano neppure più- è la memoria storica di Detroit; operaio alla Ford, ha vissuto gli anni d’oro e poi la decadenza della città, e il suo quartiere -fatto di perfette villette famigliari all’americana- oggi è popolato da immigrati di ogni tipo e lui ormai è uno dei pochi statunitensi “doc” rimasti. Walt è Detroit, quella più popolare, ferita nel profondo e gonfia d’ira, che deve riadattarsi alla sua nuova identità multiculturale, facendo un percorso uguale e inverso rispetto a quello di Eminem. Deve, soprattutto, prendere atto del fatto che il suo mondo è tramontato e gli resta solo di scegliere il modo in cui sparire dietro la linea dell’orizzonte; eppure non è un messaggio pessimista, quello del film, perché Walt deciderà di sacrificarsi per dare un futuro al quartiereche così a lungo è stato casa sua.

Un incrocio nelle periferie di Detroit, i cui protagonisti sono il degrado e le gang che nascono nel sottoproletariato urbano. Walt Kowalski vede tutto questo dal finestrino della sua Ford Gran Torino, e non riconosce più nulla; eppure, è lui l’alieno, non la città (“Gran Torino”, regia di Clint Eastwood, fotografia di Tom Stern, 2008).

La fotografa americana Jennifer Garza-Cuen, che ha dedicato un servizio fotografico alla città nel 2012, ha detto che Detroit è “un luogo che ha sperimentato una forma estrema di cancellazione”; sembrano quasi le rovine di un’epoca antica e paradossalmente incredibilmente vicina, un fantasma legato a noi come società; e da qui derivano il suo fascino così come l’inquietudine che suscita.

Gli incubi cinematografici del post-apocalisse -di recente alimentati dal grande ritorno del genere zombie con The walking dead- sono divenuti realtà nel cuore del Michigan: le periferie di Detroit non sono luoghi sporchi e tenebrosi come i vicoli del Bronx a New York o le zone residenziali a basso costo di Compton, fuori Los Angeles, ma interi quartieri abbandonati, edifici decadenti e desolazione, come se improvvisamente la vita si fosse estinta. In un simile scenario può accadere letteralmente di tutto, come in una moderna Wonderland (nel senso del Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll) in negativo, ed ecco che il dramma sociale cede alla fantasia dell’inconscio e diventa horror.

Sembra tutto molto vecchio e “usato”, i palazzi sono abbandonati a loro stessi e la natura cresce selvaggia, scavando nelle paranoie umane sulla fine della civiltà; al senso di solitudine si aggiunge qui anche la rassegnazione (“It follows”, regia di David Robert Mitchell, fotografia di Mike Gioulakis, 2014).

It follows di David Robert Mitchell non sarebbe lo stesso a New York o a Chicago, non sarebbe neppure lo stesso se fosse ambientato nella provincia tanto cara agli horror adolescenziali anni Ottanta, perché la Detroit di oggi è una terra di mezzo, ha l’appeal della regressione violenta ed inesorabile. Le case diventano eremi, le strade fiumi di desolazione, e tutto sembra come sospeso in un’epoca fuori dal tempo, avvolta in una luce creapuscolare ed impressionista; in una città che si va svuotando, niente fa più paura di una persona che ti segue.

L’apocalisse reale di Mitchell pullula di zombie alternativi, fantasmi-stalker deambulanti e senza voce, specchio della città che attraversano: sono residui di un qualcosa che non c’è più, degradati e privi di vita come i palazzi dei sobborghi, e come essi senza più confini, pronti ad espandersi ovunque, ineluttabili come il destino. E a Jay e ai suoi amici non resta che fare una cosa, se vogliono avere una speranza di sopravvivere: fuggire, il più lontano possibile da quel degrado, che impesta le loro vite e le cristallizza in un’adolescenza immobile e decadente (memorabile la scena di Jay che nuota sola nella piscinetta del giardino, nella quale galleggiano anche delle foglie morte). Al mondo sembrano esserci solo loro e la creatura che li segue, gli adulti -i responsabili della tragedia, quelli che li hanno generati e lasciati in una città perduta- non ci sono, se ci sono sono sullo sfondo e non si vedono mai in faccia, a meno che non sia la creatura stessa ad assumerne le sembianze.

La stessa zona abitativa in Mayfield Street a Detroit, fotografata da Google e Bing a distanza di pochi anni e raccolta nel tumblr GooBingDetroit.

E come Jay cerca di scappare dalla città lo stesso vuole fare anche Rocky, protagonista di Man in the dark di Fede Alvarez, ladruncola che sta mettendo assieme il denaro necessario per fuggire in California assieme alla sorellina, strappandola da una famiglia disastrata e spezzata a metà. Ad inizio film, Rocky e i suoi due amici derubano una casa ordinata e pulita, appartenente con buona probabilità a borghesi benestanti; ma quando tenteranno il furto nella catapecchia di periferia abitata da un vecchio cieco, si scontreranno con il pericolo. Una casa solitaria, in un quartiere solitario in cui l’uomo è rimasto solo, ultimo superstite di un’altra famiglia spezzata -proprio come Clint Eastwood in Gran Torino, che come lui è reduce di guerra- nella quale si annida un contorto dramma personale che affonda le radici, ancora una volta, nell’abbandono e nell’isolamento. Il malessere delle periferie riaffiora nuovamente nella differenza tra i due tipi di abitazioni che i protagonisti prendono di mira per le loro imprese criminali.

L’ultima persona rimasta nell’ultima casa abitata di un quartiere dal quale non passa più neppure la pattuglia della polizia: l’isolamento portato all’estremo, come condizione esistenziale ed autocondanna, ma anche l’ostinato bisogno di difendere il proprio spazio personale, fisico ma soprattutto emotivo. Si scontrano, così, l’impulso della fuga incarnato dai giovani e quello del restare incarnato dai vecchi (“Man in the dark”, regia di Fede Alvarez, fotografia di Pedro Luque, 2016).

Il cancro di Detroit ha trasformato la città in un Far West sottopopolato e senza pionieri della Frontiera, senza eroi -anche in questo caso, gli “eroi” in senso narrativo sono dei ladri d’appartamento- in cui non vigono regole di alcun tipo se non quella della giungla (e pure in questo caso, Eastwood ci era arrivato prima di tutti, pur senza virare apertamente nel genere). Il malessere si riverbera dai palazzi fatiscenti e contamina le persone, inaridendole poco a poco; l’unita famigliare è completamente dissolta, isolando ancora di più i protagonisti e calandoli fin da subito in un mondo senza appigli e tradizioni.

Siamo di fronte ad una delle paure meno affrontate ma più radicali e profonde dell’essere umano, quella dell’estinzione, dello sparire improvvisamente, perché ad essa soggiace un’amara verità: in barba a tutti gli ego e gli individualismi, siamo soltanto una parentesi nella grande storia del nostro pianeta, delle comparse e non dei protagonisti. Questa paranoia, a lungo rimasta sopita sotto pelle, è oggi dominante nella nostra società, sotto varie forme: dall’effetto serra all’Earth Overshoot Day, fino al cosiddetto “scontro di civiltà” con il Medio Oriente musulmano, che ci pone di fronte -in quanto Occidente- ad un nemico che rappresenta l’antitesi del nostro modo di vivere e in un certo senso ci fa intravedere un possibile tramonto della nostra società. Il vertice tecnologico che abbiamo raggiunto si è scontrato con una crisi economica e sociale che ci porta a temere di avere ormai superato l’apice del progresso di questa civiltà (la dimostrazione la troviamo negli appelli dei candidati alle elezioni americane, che in modi diversi puntano entrambi a mandare un messaggio di rinascita culturale e a dire che l’America risorgerà e manterrà la sua posizione di leadership mondiale).

Da un po’ di tempo a questa parte, la paura dell’estinzione ha raggiunto il cinema e lo ha occupato in massa, come dimostra l’impressionante numero di film di fantascienza post-apocalittica che hanno invaso le sale in questi ultimi anni. Ma tutto parte da qui, da questa città quasi dimenticata nel Michigan che ha preso questa paranoia e ne ha fatto realtà, mettendocela davanti agli occhi come un monito. Quel che resta di Detroit non sono i ruderi, ma i film che hanno raccontato quanto ci stava dietro.

“Detroit sembra una vecchia villa aristocratica messa a soqquadro dai ladri” ha detto Andrea Marinelli, nel suo lungo reportage pubblicato nel 2015 sul Corriere della Sera, a proposito dei tentativi di rilanciare l’economia cittadina.