Racconti di donne — alla ricerca di un figlio, quando la coppia scoppia

di Giulia Calli

P. ha festeggiato qualche mese fa i suoi 40 anni con amici e familiari, una festa a sorpresa e un anello di fidanzamento da parte del suo compagno, più giovane di lei di qualche anno e con cui sta insieme da quattro.

È entrata a lavorare in clinica qualche mese dopo di me, e non ha mai nascosto il suo desiderio di diventare madre al più presto. Il nostro lavoro ci mette di fronte a questa consapevolezza schiacciante dell’orologio biologico che sembra darti tempo fino ai 35 anni, se vuoi riuscire senza problemi a essere madre naturalmente. P. aveva subito interiorizzato il concetto e affrontato il discorso con il suo compagno, mettendolo di fronte alla realtà che, come donna alle porte dei 40, diventare madre era diventata una delle sue priorità. Non poteva aspettare troppo. Lui aveva acconsentito, ma chiedendole un po’ di tempo per pensarci e poi “c’è sempre tanto tempo per provarci“. Lungimirante, P. aveva deciso comunque che, mentre arrivava il momento giusto per lui, avrebbe vitrificato i suoi ovociti. Così, per prudenza, che non si sa mai. E infatti il tempo è passato, quasi 2 anni, e gli ovociti di P. sono ancora sotto azoto liquido che aspettano.

Otto mesi fa i due, ormai promessi sposi, entrano finalmente nella fase del “proviamoci“. Passano i mesi, il controllo del calendario ovulatorio, le diete macrobiotiche, lo yoga, le relazioni programmate, e gli occhi vivaci di P. — quelli che le davano un’aria da ragazzina — iniziano a cambiare. Nessun test di gravidanza positivo, il ciclo che ritorna sempre, puntuale mese dopo mese. Durante le pause pranzo, all’inizio della fase dei tentativi naturali, le colleghe chiedevano come stesse procedendo, cercavano di incoraggiare, chissà fare un po’ la coordinatrice dal vivo, ripetendo a P. i discorsi che suoliamo fare al telefono con le nostre pazienti. Io non mi sono mai sentita di fare domande o dare consigli, lo vedevo comunque inopportuno, nonostante P. parlasse apertamente dei suoi tentativi di concepire.

Questa mattina ci ritroviamo in cucina io e lei, la vedo stanca, mangia controvoglia. Le chiedo se va tutto bene: sospira e mi risponde che si sta separando da lui. Mi fermo con l’insalata inforchettata a mezz’aria. Io e lei non siamo amiche del cuore, ma uno dei tratti distintivi del nostro lavoro è che, con tante donne sui 30 anni e qualcosa che lavorano insieme ogni giorno, sentirsi coinvolte nella vita delle tue colleghe è molto comune. Forse troppo. Il che può essere un bene o un male, dipende da come ti girano la mattina. A me stamattina giravano male, e la notizia che P. mi sta dando mi ferisce come se fosse mia sorella a fare la stessa rivelazione. O peggio, come se stesse capitando a me.

Il punto è che dopo 8 mesi di tentativi senza risultato, P. e il fidanzato hanno chiesto un consulto specialistico e la risposta è che le speranze di poterci riuscire naturalmente sono talmente basse da rendere altamente consigliato un trattamento di fecondazione in vitro. Prevedibile, direte voi — o almeno dico io, che dall’inizio di questa storia ho sempre pensato che P. si sarebbe facilmente trovata di fronte a questa scelta. E lo sapeva benissimo anche lei, che infatti confidava nei suoi ovociti vitrificati.

L’unico che sembrava non aver capito bene il concetto era lui con i suoi “c’è tempo. Lui che dal giorno della visita specialistica si è tirato indietro, sparito, volatilizzato. Ciao anello di fidanzamento, ciao promesse di vita insieme, ciao al ungiornovorròessereilpadredeituoifigli. Il giorno è arrivato e purtroppo la natura ti sta dicendo che dovrai programmarlo con lei, a tavolino, rilassarti un attimo in “sala seme” e facendo quello che devi fare per permettere la fecondazione di quegli ovociti vitrificati, che stanno sempre lì ibernati ad aspettare.

P. mi guarda seria: “Quattro anni di relazione buttati all’aria. Ma io ho deciso di andare avanti, sai? Vado avanti da sola. Due giorni fa ho iniziato la stimolazione ovarica. Ho deciso di non usare gli ovociti vitrificati, ci provo da zero. Lui è sparito e non conto che si faccia risentire a breve, io ho capito che non voglio un uomo così a fianco, uno che si tira indietro quando c’è da prendere una decisione così importante. E diceva di amarmi. Lo farò da sola, non voglio più aspettare, chiederò il seme di un donatore“.

La rivelazione mi lascia spiazzata. In poche settimane P. è passata dall’avere progetti per il futuro condivisi con il suo uomo, all’iniettarsi ogni sera degli ormoni da sola, senza avere più l’appoggio di lui e pensando di avere un figlio grazie a un donatore anonimo. Dalla coppia alla scoppia, dall’intimità all’anonimato in tempo zero.

Ho passato il pomeriggio a farmi mille domande, a pensare a P. con ammirazione, poi con preoccupazione, poi con tristezza, in un’empatica altalena emozionale.

Quanto siamo testarde, noi donne? 
Quanto siamo disposte a sacrificare per amore? Quanta pazienza investiamo nelle nostre relazioni?
Quante delle scelte importanti della nostra vita sono dettate dall’impulso, dalla rabbia o dalla delusione?
Fino a che punto possiamo sfruttare l’avanzamento della scienza e rivendicare il nostro essere donne moderne?

Questo lavoro in clinica ci rovina, a noi coordinatrici trentenni, ne sono sempre più convinta. E per me non vale più la giustificazione del “perlomeno siamo più informate, conosciamo meglio il nostro corpo e sappiamo che il tempo per diventare madri è poco“. Non vale più, perché alla fine quello che vince è il cuore e quando quello si spezza non c’è conoscenza che valga, potrebbe comunque essere troppo tardi.


Originally published at www.trentanniequalcosa.com on July 8, 2015.