La carriera di una band più conosciuta e apprezzata all’estero che in Italia. Dai tour degli anni ’80 negli USA, senza navigatori satellitari e smartphone, al palco condiviso con alcune delle band più importanti del mondo. Del dress code nell’hardcore e di quella volta a Seattle che i Guns’n’Roses aprirono un loro concerto.

La storia dei Raw Power

di Filippo Cicciù
(
Intervista ripubblicata da Rock it)


Abbiamo incontrato Mauro Codeluppi dei Raw Power in occasione del loro concerto del 13 febbraio scorso al csa Arcadia di Schio. In questa intervista enciclopedica ci racconta di tutto: com’è la carriera di una band più conosciuta e apprezzata all’estero che in Italia, i tour degli anni ’80 negli USA, senza navigatori satellitari e smartphone, cosa succede quando ti trovi a condividere il palco con alcune delle band più importanti del mondo, come anche nell’hardcore esista un dress code e di quella volta che a Seattle i Guns’n’Roses aprirono un loro concerto…

Suonate da più di trent’anni, qualche mese fa siete usciti con il nuovo disco “Tired and Furious”, avendo presente la vostra musica non faccio fatica a capire il significato del termine “furious”. Ma per quanto riguarda “tired”, di cosa siete stanchi? Di suonare?

No, assolutamente no. Siamo stanchi di essere costretti a mandare giù sempre, di sicuro non siamo stanchi di suonare. Anche perché se fosse così avremmo già smesso. I testi dei Raw Power li ho sempre scritti io: le canzoni parlano delle cose che mi succedono tutti i giorni, parlano di quello che succede in giro come di quello che accade a tre chilometri da casa mia. Il titolo sta a significare che in tutti questi anni praticamente non è cambiato un cazzo, a livello di come vanno le cose faceva cagare allora e fa cagare anche adesso. Dico di più, possiamo prendere anche il primo disco dei Raw Power che è uscito trent’anni fa e se faccio il paragone con la situazione di adesso siamo sempre allo stesso punto, siamo stanchi perché non funziona un cazzo, continui ad andare avanti ed è sempre la stessa rottura di palle. L’unica cosa di cui non siamo stanchi e di suonare, altrimenti smetteremmo anche perché di sicuro non lo facciamo per i soldi, suoniamo solo perché ci divertiamo.

Avete mai vissuto di musica?

Mai in trent’anni, magari fosse successo.

Ho letto che dopo pochi anni di attività come Raw Power avete rifiutato dei contratti con delle major, è così?

Sì è vero, è successo nei primi anni di attività. E ti dico che è successo per colpa mia!

Qualche rimpianto?

Ma…forse un po’ sì (ride, ndr). A metà anni ’80 suonavamo spesso negli USA e tutte le volte che abbiamo suonato al CBGB’s di New York abbiamo avuto degli appuntamenti per parlare con discografici di alcune major americane importanti. Ma noi non abbiamo firmato. I nostri incontri con le major sono andati sempre in questo modo: arrivava il tipo della casa discografica ed ero sempre io che dovevo relazionarmi con lui perché durante i tour io facevo sempre autista, tour manager e soprattutto interprete perché ero l’unico a parlare inglese. Quindi arrivavano questi delle major che volevano parlare spesso la situazione dei concerti o del dopo concerto per me era più interessante che mettermi parlare con uno di una major discografica e quindi ho sempre mandato tutto affanculo.

Avete mai avuto proposte di contratto da major italiane?

Dall’Italia non è mai arrivata nessuna offerta di questo tipo anche se una volta siamo stati contattati dalla Flying Records, un’etichetta di Napoli che aveva fatto i soldi con la disco music. Uno di loro era italo americano ed era in fissa con noi. Abbiamo fatto un disco con loro e ci hanno speso un sacco di soldi, studio da paura, due videoclip che sono andati su Videomusic e MTV. Poi dopo questi sono spariti dalla circolazione, non saprei dirti cosa sia successo!

“Tired and Furious” è pubblicato con un’etichetta americana, la Beer City Records, ed è stato registrato a Minneapolis. Non è una novità per voi registrare negli USA.

No, anzi, più della metà dei dischi che abbiamo pubblicato sono stati registrati negli USA. L’abbiamo registrato a Minneapolis, come è stato anche per “Screams from the Gutter”, nello studio di Paul Mahern, cantante degli Zero Boys. All’epoca, era il 1984, si è trattato quasi di un caso: eravamo lì in tour, l’abbiamo registrato in un giorno. Mentre per “Tired and Furious” avevamo già pianificato di spostarci in America appositamente per registrare.

Quali differenze ci sono tra registrare in Italia e negli USA?

In America suona meglio. Non suona meglio a livello di studio, possiamo trovare anche in Italia materiale di registrazione che c’è negli USA, anzi ti dico che in Italia abbiamo registrato in studi molto migliori di quello dove abbiamo fatto l’ultimo disco.

Il punto è che negli USA c’è più professionalità: il ragazzo con cui abbiamo registrato l’ultimo disco arrivava in studio alle nove di mattina ed era capace di andare avanti per dodici ore di fila.

In Italia ogni mezz’ora c’è il fonico che vuole andare a bere il caffè, poi dopo un’altra mezz’ora vuole andare a bere una birra, poi gli fa male la schiena e poi ancora deve uscire per altri motivi. Capisco la situazione: io durerei cinque minuti a fare il fonico in uno studio, ma il punto è che stiamo parlando di gente che teoricamente starebbe facendo il proprio mestiere. Ti faccio un altro esempio per parlare della differenza tra registrare in Italia e registrare negli USA: per questo disco volevamo curare meglio del solito la parte dei cori, volevamo che li cantassero delle persone americane in modo che non si sentisse troppo l’accento italiano. Abbiamo chiesto nello studio se c’era qualcuno che poteva aiutarci e in cinque minuti hanno tirato fuori alcuni cantanti di gruppi locali che sono venuti subito, hanno registrato i cori in cinque o sei ore e con due birre offerte a testa ed erano soddisfatti, anzi erano addirittura loro che ci ringraziavano. In Italia una cosa del genere difficilmente ti capita. Noi comunque stiamo bene dappertutto: in Italia, in Europa, in America. Negli USA la situazione è però diversa, più calda: abbiamo suonato di più da quelle parti e ci sentiamo più a casa in America che in Italia. La gente negli USA ci vuole bene, dovunque andiamo ci vuole bene, anche perché non abbiamo mai rotto il cazzo a nessuno.

Continuiamo a parlare del vostro rapporto con gli USA ma torniamo per un momento nel passato. Ho letto un lungo reportage del vostro primo tour americano, nel 1984, scritto da Chris di Bad Taste Compilation, ovvero colui che per pura e sincera passione vi ha organizzato i concerti in quell’occasione. A pochi anni dalla nascita dei Raw Power avete viaggiato da costa a costa negli USA e avete condiviso il palco con tutti i gruppi hardcore più importanti dell’epoca e attualmente considerati come i capostipiti del genere. Sto parlando di Dead Kennedys, Circle Jerks, 7 Seconds, SNFU, Reagan Youth. Mi racconti come è andata?

In quel caso è andata davvero di culo a tutti: a noi sicuramente e anche a Chris che stava facendo il tour manager per la prima volta nella sua vita. Abbiamo percorso distanze infinite, abbiamo viaggiato per circa 25000 chilometri, da costa a costa degli USA. Era il 1984 non c’erano ancora satelliti che ti potevano mostrare sul cellulare come è fatto ogni angolo di ogni città al mondo quindi arrivare a New York e vedere questi grattacieli che non finivano mai, strade a venti corsie, macchinoni, per noi è stato incredibile: venivamo da un paese di seimila persone ed era la prima volta che andavamo in America. Vedevamo cose che non avevamo mai visto e ci sentivamo un po’ come dei bambini dell’asilo che vedono qualcosa per la prima volta. Noi suoniamo dal 1981 ma all’epoca, nel 1984, avevamo iniziato a girare in tour solo da un anno. L’accoglienza era incredibile: per noi era come essere al circo, la gente veniva a toccarci, voleva parlare con noi e volevano sentirci parlare in italiano. Considera che noi eravamo il primo gruppo hardcore italiano che suonava in America e comunque all’epoca non c’erano moltissimi gruppi italiani in generale che suonassero da quelle parti.

I gruppi con cui condividevate il palco vi conoscevano?

Sì. In quell’anno era uscita una nostra canzone, “Fuck Authority”, sulla compilation di Maximum Rock’n’Roll “Welcome to 1984” e i gruppi americani seguivano molto questo genere di uscite. Quindi molti gruppi ci conoscevano già ma a noi non ce ne fregava un cazzo, quello che ci interessava era potere suonare con loro. Era sconvolgente, per dirti, la prima volta che abbiamo fatto un concerto a Beverly Hills eravamo in furgone ad aspettare di entrare per suonare e sono arrivati gli Adolescents a chiederci se potevamo aiutarli ad entrare al nostro concerto gratis! Il giorno prima avevamo suonato insieme ai Circle Jerks e ai Dead Kennedys, i gruppi che in Italia ascoltavamo su cassetta erano lì con noi, condividevano il palco con noi. Abbiamo fatto un concerto per aprire Slayer e Venom in Arizona. Tutti i gruppi che ascoltavamo erano insieme a noi, penso anche ai Suicidal Tendencies.

Sei ancora in contatto con le band con cui condividevate il palco negli anni ’80?

Mio fratello (Giuseppe Codeluppi, chitarrista e fondatore dei Raw Power, scomparso nel 2002, ndr) lo faceva: era lui che teneva i contatti con tutti i gruppi. Io sono purtroppo la persona meno adatta alle public relations: ho una memoria del cazzo e poi in quelle occasioni succedeva sempre che bevevo e quindi mi scordavo ogni cosa. Se qualcuno mi lascia i suoi contatti scritti da qualche parte succede sempre che butto via tutto. Ti racconto una cosa che mi è successa qualche anno fa: ci avevano chiamati a suonare al CBGB’s di New York in occasione della chiusura del locale, avevano organizzato un mese di concerti per celebrare la fine del CBGB’s con i gruppi storici che ci avevano suonato. Durante gli anni ’80 noi avevamo suonato al CBGB’s almeno tre volte e ogni volta c’era sempre da litigare per i soldi, ti parlo di liti per cifre bassissime. Mentre in occasione della chiusura del locale, qualche anno fa, ci hanno trattato con tutto rispetto, ci hanno pagato il viaggio aereo, albergo e tutto. Arriviamo quindi a New York, è la sera del concerto e io qualche ora prima di iniziare a suonare sono seduto sul palco del CBGB’s quando arriva questo tizio che mi attacca una di quelle pezze mortali che non finisce più, un’ora a parlare con questo che mi diceva che anche lui ha origini italiane e bla bla bla. Appena riesco a liberarmi torno nel camerino, arriva il mio chitarrista e mi dice «Grande Mauro, di cosa avete parlato per così tanto tempo?» e io gli dico «Con chi? Con quel cazzone di prima sul palco che mi ha fatto una testa così?» e lui a quel punto mi dice che si trattava di Phil Anselmo dei Pantera! Appena l’ho capito sono tornato da lui e abbiamo parlato ancora, mi ha dato il suo numero di telefono, volevamo tenerci in contatto, io ho scritto questo numero su un pezzetto di carta trovato da qualche parte e me lo sono messo in tasca. Morale della favola: alle tre del mattino, usciamo dal CBGB’s ciucchi, io metto la mano in tasca e trovo questo biglietto, senza rendermene conto ci faccio una pallina e lo butto via. Poi siamo andati a una festa e il mattino dopo quelli del mio gruppo mi hanno detto «Bella serata ieri, abbiamo anche guadagnato il numero di telefono di Phil Anselmo». È stato a quel punto che ho realizzato. Te l’ho detto, non sono proprio in grado di stare dietro alle public relations e non mi piace nemmeno andare a parlare per forza con il cantante di un gruppo solo perché è un gruppo che mi piace e in quel momento ci troviamo esattamente nello stesso posto perché suoniamo sullo stesso palco.

L’estate scorsa abbiamo suonato negli USA di spalla agli Off!, io adoro Keith Morris e penso che i Circle Jerks siano il gruppo più bello del mondo: quella sera mi sono incollato davanti al palco a guardarli suonare ma non sono andato dopo il concerto a scambiare due chiacchiere di circostanza. Non l’ho mai fatto in vita mia. Nel 1984 abbiamo suonato coi Dead Kennedys a Palo Alto e poi ci hanno invitati alla festa organizzata da loro dopo il concerto. Jello Biafra è stato due ore seduto a fianco a me. Stava seduto perché la sera prima a San Diego gli avevano spaccato una gamba. Si era buttato tra il pubblico durante il concerto e qualcuno gli ha piegato la gamba: all’epoca stava sul cazzo a tanta gente perché era, ed è tutt’ora, una personalità molto forte, esplosiva, è un tipo scomodo soprattutto per quello che dice. Quindi la sera dopo a Palo Alto era ingessato con le stampelle. Chiaramente abbiamo parlato a lungo ma comunque non mi sono messo a menargliela con il mio numero di telefono, i contatti del gruppo, chiedendo di suonare ancora insieme o altre cose. Sta sul cazzo addirittura a me quando vengono dei gruppi meno conosciuti dei Raw Power a chiedermi i contatti e di suonare insieme, figurati se mi metto a parlare col cantante dei Dead Kennedys di queste cose.

La leggenda vuole che negli anni ’80 i Guns’n’Roses, all’epoca ancora sconosciuti, abbiano aperto una vostra data negli USA…

È vero, o almeno sembra che sia così! Avevamo una data a Seattle, c’erano sei gruppi quella sera e noi eravamo gli ultimi a suonare. Abbiamo suonato e successivamente ci è stato detto che tra i gruppi di apertura c’erano i Guns’n’Roses.

Il punto è che quando loro suonavano noi eravamo al bar!

Ti piacciono i Guns?

Il primo disco, “Appetite for Destruction” è da paura. A proposito dei Guns ti racconto questa storia, molto più recente: il nostro penultimo disco è stato registrato qualche anno fa a Seattle nello studio del chitarrista dei Pearl Jam e il tipo dell’etichetta era indeciso se farci registrare il disco a noi oppure a “Duff” McKagan, il bassista dei Guns’n’Roses. Alla fine ha scelto noi…

Torniamo momentaneamente in Italia. Descrivimi l’atmosfera di un concerto hardcore in Italia negli anni ’80.

Negli anni ’80 io sono stato in Italia davvero molto poco: all’epoca vivevo a Londra e quando riuscivo ad essere in Italia suonavo coi Raw Power mentre se non c’ero mio fratello cantava al mio posto. In quel periodo noi ci incontravamo soltanto prima di iniziare il tour: tornavo in Italia, facevamo le prove per una settimana e poi partivamo per tour europei e americani. Il nostro problema è stato che in Italia ci facevano suonare molto poco. Questo succedeva per vari motivi, uno era che noi cantavamo in inglese mentre in quel periodo se facevi hardcore in Italia dovevi cantare in italiano. Replicavamo dicendo che nei posti dove si suonava hardcore in Italia comunque non si capiva mai un cazzo perché c’erano sempre degli impianti di merda. Io ho sempre cantato in inglese perché, nonostante non si capisca comunque quello che grido (ride, ndr), a me questo genere musicale piace di più cantato in inglese, se non ti piace puoi sempre ascoltarti i Negazione, però non impedire a me di suonare perché canto in inglese. Ecco, è questo quello che pensavo quando ci trovavamo in situazioni del genere. In quel periodo era così: non canti in italiano e allora non suoni, non sei vestito di nero come tutti gli altri e allora non suoni. All’epoca i centri sociali ci rompevano i coglioni per queste cose qui, perché ci mettevamo delle braghine colorate invece di vestirci di scuro come tutti gli altri…

Una sorta di dress code…

Esatto, se ti vestivi in maniera diversa da quello che era il dress code da centro sociale allora non andava bene. Io mi vestivo normalmente, come mi vesto ora, con le braghe corte fondamentalmente perché mentre suoni sul palco a velocità altissima fa davvero caldo! Pensavo: «Perché mi devo vestire da palombaro perché il dress code dei centri sociali è questo?» e invece la realtà era proprio così, infatti in Italia suonavano sempre gli stessi gruppi. Mentre all’estero, in Europa come in America, nessuno si metteva a badare a queste stronzate. All’estero se i Raw Power piacevano non contavano i vestiti. Devo anche dire che ovviamente all’estero il fatto che cantassimo in inglese era molto apprezzato. Ammetto che comunque anche in Italia c’erano delle eccezioni e dei posti, come il Leoncavallo di Milano o la realtà del Granducato di Pisa, dove suonavamo ogni tanto. C’erano invece dei gruppi italiani che suonavano dappertutto.

Come vivevate il fatto di essere un po’ degli outsider nella scena hardcore italiana?

Non ce ne fregava niente. Pensa che in molti ci accusavano di tirarcela perché suonavamo in America e non in Italia, quando la realtà era che suonavamo all’estero perché in Italia non ci facevano suonare.


Nota personale dell’autore:
I Raw Power sono un gruppo storico. Leggere questa intervista è super interessante per capire un po’ meglio il lavoro che sta alle spalle del live. E qui i commenti li fa uno che è da una vita che suona.
Una specie di memento per suonatori e ascoltatori…


Filippo Cicciù Laureato in Scienze Politiche. Scrivo occasionalmente di Turchia su Limesonline e di musica italiana su Rockit

Soundtrack:

Raw Power — Live Obscene Extreme, Trutnov, Repubblica Ceca, 2014.


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