Ricominciare a 35 anni

L’estate scorsa, mi sono allontanata da una vita che mi stava rendendo profondamente infelice. Ecco cosa ho imparato lungo la strada.

Ricordo con precisione cosa mi accadde. Fissavo fuori dalla finestra del mio ufficio grande e vuoto, vedevo una costruzione persino più grande venir su dall’altro lato della strada. Vivevamo in uno di quei quartieri nuovi, scelto non per il suo fascino, ma per la sua potenziale crescita di valore. Il fatto che le case venissero buttate giù e sostituite rendeva il quartiere appetibile, diceva il mio compagno.

In linea di principio, mi trovai d’accordo, anche se l’atmosfera di distruzione mi deprimeva. Per tutto l’inverno, mentre mi sforzavo di buttar giù parole che potessero avere un senso per qualcuno da qualche parte, osservavo cosa stava succedendo nel quartiere. C’era una piccola casa rosa che sedeva goffamente sulla strada, una roba dal tetto inclinato in una terra di bungalow e McVille di pietra. Le finestre superiori erano rimaste aperte alle intemperie, c’erano tende congelate che danzavano nel vento, sembrava che stessero per capitolare, anche se i segni dipinti a spray e i nastri di sicurezza se ne erano già andati da tempo: niente e nessuno poteva salvarla.

Dall’esterno, la mia vita di trentacinquenne sembrava grandiosa — una carriera promettente, un partner affettuoso, una casa elegante, cose, vacanze, un grosso anello di fidanzamento, soldi sul conto.

C’era un solo problema: non ero felice. Ero brava nel mio lavoro ma non credevo ad alcuni degli aspetti fondamentali di quello che stavo facendo. Ero investita nell’idea di un partner con cui potevo condividere la mia vita, eppure mi sentivo profondamente sola.

Le menzogne si fecero strada dolcemente. In principio fu una sorta di sublimazione, nel tumultuoso ‘faccio del mio meglio’dei miei vent’anni — be’, non è esattamente quello che volevo, ma c’ero vicina — e durante i trent’anni divenne uno slancio di “benessere,”di sentirsi OK. Una specie di ‘Ehi, sto facendo quello che fanno tutti gli altri,’ senza chiedermi se fosse giusto per me, o a cosa somigliasse una vita più felice.

Ed ecco il segreto: diventai brava. Si diventa molto, molto bravi. E poi ti svegli una mattina, dopo una notte passata a dormire in ufficio, e scopri che qualcosa nella prospettiva è cambiato, e non hai più idea di chi diavolo sei e di come ci sei arrivato.

È riduttivo, ovviamente — in realtà ci furono miriadi di piccole prese di coscienza. Ma la somma equivaleva a questo: se non sei onesta con te stessa — onesta fino a farti del male — la vita non può essere onesta con te. Non riuscivo ad attrarre la profonda comprensione, la tenerezza in un compagno che desideravo e che ancora desidero più di ogni altra cosa. Non riuscivo a usare i miei talenti e riflessioni per aiutare la gente e le cause in cui credevo, per rendere effettivo il cambiamento che volevo vedere. Impossibile senza essere onesta sulla mia identità e le mie necessità.

Andarsene via non fu la parte più difficile, anche se al tempo sembrava così. Lui mi seguiva per casa mentre infilavo la mia vita negli scatoloni.

Non puoi lasciarmi, continuava a dire. Potevo, eccome se potevo.

Per la prima volta durante la mia vita da adulta, stavo facendo la cosa giusta per me, senza intricati compromessi interiori, senza decimare il mio io. Non volevo sposare quest’uomo — nessuna parte di me lo desiderava — e anche se non fossi stata in grado di trovare qualcuno di appetibile a ogni fibra del mio essere, qualcuno da amare profondamente e rispettare, piuttosto avrei passato il resto della mia vita da sola, ma con le mie idee e la mia percezione del sé intatta.

Quello che non capivo al tempo era che una volta affacciati a queste decisioni iniziano il vero lavoro, le paure e il dubbio di se stessi. Tutto inizia dopo l’uscita drammatica, dopo la porta sbattuta, la (giustificata e ingiustificata) arroganza, il viaggio in strada con un furgone, senza una vera destinazione ma con la comprensione di aver perso tempo che non verrà mai recuperato. Che il motivo per cui non hai quello che volevi — un marito amorevole, una famiglia, una carriera in grado di lasciare un segno nel mondo e qualcosa per i posteri — sei tu, i tuoi limiti e la tua paura. E che forse hai perso il treno, del tutto.

Quella che ho descritto qui è la decisione di non “sistemarmi”; la mia esperienza non è affatto speciale. Ma quello che è preoccupante, e che merita di essere sottolineato, è che sistemarsi è come l’aria; a parte alcuni brevi sussulti di dolore e disperazione che sembrava venissero dal nulla, non sentivo proprio nulla. Avevo mentito a me stessa così bene — in così tante aree della mia vita — che sembrava natura, normale, continuare a premere il tasto “avanti”fino a rendere il ricordo di quello che desideravo un sogno distante, vago e ridicolo.

Ma i nostri sogni non sono ridicoli. A ben vedere, non sono nemmeno “sogni”. Sono ciò che siamo — la più essenziale espressione di noi stessi come individui, prima che compromessi e stronzate e dubbi inizino ad affollarci dentro.

I dettagli del perché ho virato così lontano da me stessa non sono importanti, tranne questo: credo che si tratti della porzione di uno schema, uno che non possiamo vedere per intero se non al termine dell’esistenza. Naturalmente, se scaviamo, quasi sicuramente riusciamo a trovarlo: vedremo i nostri trionfi e i nostri fallimenti nel contesto delle mani che abbiamo giocato. Comunque, sono sicura di questo: se si è onesi con se stessi, nessuna esperienza — buona o cattiva — è mai davvero inutile.

Dopo essermi allontanata da una vita che non volevo, mi sono lasciata andare. Mi sono innamorata profondamente e onestamente per la prima volta nella vita. È stato breve e brutale e lui mi ha spezzato il cuore — a dire il vero mi ha annientato, per mesi mi è sembrato di non riuscire a respirare — ma ho potuto avere un assaggio di cos’è un amore sincero. È la cosa più bella e straordinaria, affidarsi con delicatazza alle mani di un altro essere umano che rispetti e apprezzi, e a cui chiedi quello che vuoi: di essere ricambiata, curata e compresa.

Ora vedo tutto questo come parte del mio schema, e lo stesso vale per le cose belle. Mi sono trasferita in un posto che mi piace, ho approfondito delle amicizie e ne ho fatte di nuove. Ho intrapreso un nuovo percorso lavorativo, a contatto con persone che mi ispirano. Ho trovato il coraggio di iniziare a condividere i miei racconti — la parte più profonda di me, quella che avevo sempre tenuto nascosta.

Ho capito che ricominciare è come liberarsi, e liberarsi è un po’ come pregare: lo si fa involontariamente ma anche intenzionalmente. Si ottiene ciò che si chiede, ciò verso cui la tua energia ti sposta innegabilmente, i desideri espressi con più forza dal tuo cuore. Però, ciò che ottieni potrebbe non essere come lo immaginavi.

Se volete leggere altri miei lavori, potete seguire il mio romanzo-in-progress, hrtbleed, su Twitter, leggere un estratto dal libro, o dare un’occhiata ai miei racconti brevi.

➤➤ Segui Medium Italia anche su Twitter | Facebook | RSS
Se ti è piaciuta questa storia clicca su “Recommend” nel pulsante di seguito, ci aiuterà a diffonderla a tutti gli altri.