Scorrettezze

Linguistiche, ma non solo

All’interno di un corpo sociale, il mancato rispetto delle più basilari norme della comunicazione non è solo una questione astratta o accademica. Infatti, se da un lato l’incapacità di discutere in modo corretto per carenze culturali è uno dei sintomi di quella diffusa malattia nota come “analfabetismo funzionale”, dall’altro le deliberate e sistematiche violazioni delle istanze degli interlocutori al fine di impedire che le tematiche da loro esposte possano essere affrontate e approfondite sono indici dei valori (etici, prima ancora che morali) di chi adotta tali pratiche.

I problemi derivanti dal ricorso a fallacie argomentative all’interno di una discussione non riguardano solo l’impossibilità di una prosecuzione logica e razionale della stessa. Dopo averne minato i presupposti impliciti che ne possono consentire lo svolgimento, evidenziano anche come chi le utilizza non sia disposto a rinunciare a una posizione di superiorità (di dominio del contesto e non solo) che spesso ha attribuito a se stesso in modo unilaterale. E’ il caso, in particolare, di una delle più diffuse e utilizzate, quella ad hominem, in cui un soggetto esce dal merito dell’argomento in discussione per ergersi a giudice dell’interlocutore — delle sue azioni e delle sue competenze, come anche della sua vita o delle sue scelte personali, qualora lo ritenga funzionale al suo attacco dialettico. Indifferente alle ripercussioni in termini di autoreferenzialità e ricorsività introdotti all’interno dello scambio dialogico, dalle quale non esita a considerarsi immune.

E’ il caso, ad esempio, di quanto accade nell’ambito delle discussioni sui diritti civili. Quando a un oppositore viene fatto notare come le sue argomentazioni contro tali diritti abbiano molteplici punti in comune con forme di fanatismo religioso in altre parti del mondo, questo tende a replicare rimarcando le differenze o a cercare una via di fuga attraverso la moltiplicazione dei piani discorsivi. In altre parole, di fronte all’accusa di muoversi su posizioni non dissimili da quelle dominanti in paesi dove l’intolleranza religiosa è legge, il nostro oppositore tenderà (1) a rimarcare le differenze, ricordando ad esempio il fatto che “lì, chi trasgredisce viene condannato a morte” e magari (2) a contrattaccare l’avversario accusandolo di non fare nulla contro “quelle” violazioni dei diritti umani.

La fallacia argomentativa è come un proverbiale vaso di Pandora. Con la differenza che la sua capacità di travolgere con il proprio contenuto anche chi parla è condizionata dal livello di istruzione del pubblico, dalla sua capacità di comprendere le implicazioni delle affermazioni che sente al di là della mera articolazione letterale. Nel caso dell’esempio di cui sopra andrebbe infatti notato come (1) indicare delle differenze non in discussione non significa altro che ammettere l’incapacità di negare i punti in comune mentre (2) invocare l’esistenza di un ulteriore grave problema contro il quale non si starebbe facendo nulla evidenzierebbe come lo stesso accusatore non sia esente da quell’inazione che lui stesso ha invocato.

In altre parole: (1) di fronte all’accusa di discriminare una categoria di persone come fanno quelli che altrove le condannano a morte, sottolineare come “qua” sia differente significa solo rispondere a una domanda che non è mai stata posta, cioè rimarcare una differenza che era già esplicita nella formulazione stessa della critica iniziale; (2) l’aver citato il fatto che “altrove” possano avere luogo discriminazioni e violazioni di diritti più gravi di quelle che avvengono “qua”, dovrebbe porre prima di tutto un interrogativo sul perché, avendo enunciato in modo molto chiaro una gerarchia di priorità in merito alla gravità dei fatti, non sia prima di tutto l’accusatore stesso a preoccuparsi di fare qualcosa per “quelle”, prima di contrastare quanti cercano di fare qualcosa contro “queste”.

La diffusione di queste scorrettezze è tale da non risparmiare nessun argomento o ambito discorsivo, inclusa la ricerca scientifica. Soprattutto in un ambiente come quello della rete dove, a causa della velocità con cui le notizie si alternano, i titoli a effetto garantiscono più click di quanto non facciano gli articoli di approfondimento (clickbait). Proprio come è avvenuto nel caso della docente italiana emigrata in Olanda che ha invitato il ministro dell’Istruzione a non vantarsi di risultati che italiani non sono e che, dopo una prima entusiastica ondata di condivisioni, ha dovuto fronteggiare il riflusso di attacchi alla sua persona, alla sua formazione e alle sue scelte.

In seguito all’affermazione sulla “non-italianità” dei risultati in discussione, la professoressa è stata attaccata con un fuoco di fila di accuse che andavano dall’affermazione secondo cui “avrebbe sputato nel piatto dove ha mangiato”, ad altre secondo cui sarebbe in parte responsabile di quello stesso “schifo” che avrebbe denunciato solo ora che si trova all’esterno dei confini natali. Senza considerare quanti l’hanno accusata di attaccare un ministro anziché quello che, a loro dire, avrebbe dovuto essere il vero bersaglio (i baroni universitari), immemori del fatto che le affermazioni della docente nascevano proprio in risposta a quanto affermato dal ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

I nudi fatti: una ricercatrice partecipa a diversi concorsi in Italia in ambito universitario dove le vengono preferiti altri soggetti; va all’estero dove riesce a ottenere una cattedra e un finanziamento per i suoi studi; un ministro italiano esprime la sua soddisfazione parlando di “ricerca italiana”, “nostri ricercatori” e “nostre ricercatrici”; la ricercatrice replica invitando il ministro a non “vantarsi” di risultati per i quali non ha merito, trattandosi di studi che avvengono in un altro paese e nei quali il ministero italiano non è coinvolto in alcun modo.

Osservando i dati numerici e i loro significati, la presa di distanza appare giustificata in pieno dalla non completa correttezza con la quale il ministro ha voluto diffondere la notizia dell’assegnazione delle borse sulla base della nazionalità e del sesso dei ricercatori.

Come si vede dal grafico, non si tratta di un riconoscimento rivolto alla “ricerca italiana” ma una statistica sulla nazionalità (e il sesso) dei ricercatori che hanno ottenuto borse di studio nel 2015. A voler parlare di “ricerca italiana” sarebbe stato corretto allegare invece l’immagine che indica proprio la statistica sulla nazionalità degli studi, e non dei ricercatori.

Si tratta di un grafico che tratta esattamente la materia citata dal ministro, ma dal quale appare chiaro che le “notizie” sono meno “buone” di quanto appaiano parlando della nazionalità dei ricercatori. Non solo l’Italia abbandona il terzo posto a pari merito con la Francia per scivolare all’ottavo, ma tra le altre cose si evidenzia come il risultato ottenuto non vada oltre la metà di un paese che ha un decimo della sua popolazione, come l’Olanda appunto. (E senza soffermarsi su quanto sia esiguo lo specifico risultato in ambito umanistico da parte di un paese che non perde occasione per mostrarsi fiero del proprio proprio patrimonio artistico e culturale.)

Di fronte all’evidenza numerica, non rimane quindi che controbattere con argomenti capziosi, e non di rado in contraddizione tra loro stessi. Da un lato si accusa la docente di “sputare nel piatto dove ha mangiato”, intendendo dire che non dovrebbe puntare il dito contro il paese dal quale ha ricevuto una parte della sua formazione, mentre dall’altro la si accusa di esser parte del problema che denuncia in quanto il suo puntare oggi il dito sarebbe tardivo, dato che avrebbe preferito emigrare piuttosto che rimanere e combattere.

Tralasciando il fatto che le parole della ricercatrice non sono mai rivolte al sistema che l’ha formata (istruzione), quanto piuttosto verso quello che l’ha ripetutamente rifiutata (ricerca), non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, e soprattutto perché avrebbe dovuto farlo. Dalle fila di quanti sono sempre pronti a indicare agli altri cosa sarebbe giusto e opportuno fare si alza la critica secondo cui la donna sarebbe dovuta rimanere nel suo paese natale e impegnarsi in battaglie legali, sociali e istituzionali per il bene collettivo, anziché lavorare a ciò per cui aveva studiato.

In pratica, il solo fatto di aver puntualizzato su una evidente “imprecisione” da parte del ministro, impedendo di riflesso l’accesso al carro dei vincitori da parte di chiunque ne avesse voglia, ha fatto sì che, agli occhi di una parte del pubblico, il risultato conseguito in sede internazionale si trasformasse in oggetto di biasimo con una giravolta più veloce di un Triplo Axel. Non sono pochi coloro per i quali la docente sarebbe da biasimare proprio perché avrebbe scelto di continuare a dedicarsi a quelle ricerche che le sono valse il riconoscimento, anziché metterle da parte per contrastare il sistema che l’ha ripetutamente rifiutata. (E che, stando alle cronache che da anni popolano i quotidiani, probabilmente avrebbe continuato a farlo.) Il tutto come se esistesse anche solo una possibilità di affermare con un minimo di fondamento che, qualora non fosse emigrata, avrebbe potuto fare una qualche differenza, e magari affermarsi nonostante gli impegni giudiziari (e l’inevitabile inasprirsi dei contrasti accademici).

Ma come si diceva sopra, al di là delle implicazioni logiche e linguistiche, l’uso di fallacie argomentative può introdurre un elemento personale che andrebbe prima di tutto rivolto a chi ne fa uso. Di fronte a chi accusa qualcun altro di non aver fatto qualcosa (in questo caso non aver denunciato il “sistema” - sebbene sia un fatto tutt’altro che noto cosa la professoressa in questione abbia fatto o meno nel corso della sua vita), la questione che andrebbe posta in via preventiva allo stesso accusatore è: “E tu l’hai fatto? Tu che pretendi di avere il diritto di contestare agli altri di non aver denunciato un malaffare, ti sei mai recato in una ‘sede opportuna’ a fare ciò che accusi gli altri di non aver fatto?”

Uno dei problemi introdotti in ambito discorsivo dall’uso di fallacie è appunto quello delle ricorsività, e di conseguenza della regressione infinita. Se si valuta un’affermazione in base all’aver fatto o meno qualcosa, allora l’aver fatto o meno quella stessa può essere utilizzato per valutare anche la seconda che critica la prima. Poi magari si possono aggiungere ulteriori requisiti personali per giudicare la terza che critica la seconda, e così via attraverso una quarta o una quinta, fino a dilatare talmente tanto il campo di discussione da svuotare di significato ogni possibile affermazione.

La docente è stata attaccata sul piano personale per aver ottenuto risultati all’estero anziché denunciare i soprusi in ambito accademico. Ma non ci vuole molta fantasia per immaginare uno scenario alternativo in cui la stessa avesse deciso di denunciare quelli che giudicava abusi, ma senza avere ancora conseguito i risultati odierni: tra le critiche che le sarebbero piovute addosso una delle più diffuse sarebbe stata quella di essere invidiosa, di lamentarsi solo perché non ha vinto il concorso. Il che riporta alle dinamiche messe in luce anche col primo esempio: quelli che accusano i sostenitori dei diritti civili di non scendere in piazza contro le violazioni in altre parti del mondo sono spesso gli stessi che, quando qualcuno si mobilita in favore di una causa lontana, replicano che sarebbe meglio occuparsi degli italiani prima di pensare a cosa accade altrove.

Secondo una nota affermazione di Einstein, due cose sarebbero infinite: l’universo e la stupidità umana. E anche se della prima non era del tutto sicuro, c’è un’altra cosa che invece va a braccetto con la seconda: l’infinito elenco di altre cose che si dovrebbero fare, quelle che qualcuno è sempre pronto a nominare ogni volta che qualcun altro fa, o dichiara di voler fare, qualcosa.