Aaron Swartz, foto di Sage Ross (CC)

Siamo tutti custodi della conoscenza — libera, aperta e condivisa


L’informazione è potere. Ma come ogni tipo di potere, ci sono quelli che vogliono tenerselo per sé. L’intero patrimonio scientifico e culturale, pubblicato nel corso dei secoli in libri e riviste, è sempre più digitalizzato e tenuto sotto chiave da una manciata di aziende private. Vuoi leggere le riviste che ospitano i più famosi risultati scientifici? Allora dovrai pagare somme enormi a editori come Reed Elsevier.

Apre così il Manifesto della guerriglia open access redatto nel luglio 2008 da Aaron Swartz, l’attivista-programmatore statunitense scomparso quasi tre anni fa e propugnatore della piena libertà di accesso alla conoscenza scientifica. Ma nonostante i passi in avanti compiuti finora dal movimento globale dell’open access, quell’esplicito riferimento ai lucchetti imposti alla conoscenza accademica dal colosso editoriale Usa (fatturato annuale superiore al miliardo di dollari, con un margine di profitti intorno al 37%), torna d’attualità in questi giorni.

I giudici di New York hanno infatti promulgato un’ingiunzione di chiusura ai danni di Science Hub (particolarmente popolare tra i ricercatori russi) e Library Genesis, siti web che da qualche anno aggirano il tipico paywall per aprire a tutti la conoscenza scientifica. Ciò a seguito della querela presentata l’estate scorsa da Elsevier dove si richiede fra l’altro un risarcimento danni pari a svariati milioni di dollari per presunte infrazione al copyright.

Pur nella consapevolezza di possibili problemi legali proprio per l’accusa di “pirateria”, Alexandra Elbakyan, ricercatrice kazaka e fondatrice di Science Hub nel 2011, ribadisce che in realtà l’obiettivo rimane quello di rendere disponibili a tutti certe ricerche per favorire lo sviluppo della conoscenza e dell’attività accademica a livello globale: «Il progetto non poggia su idee grandiose del tipo ‘vogliamo liberare l’informazione’ o robe simili. Più semplicemente, dovevamo avere accesso a quei documenti per portare avanti le nostre stesse ricerche».

Un concetto chiarito nel documento online che informa sulla questione ed esprime solidarietà a questi progetti, sollecitandoci a diventare di fatto “custodi della conoscenza”:

Oggi abbiamo i mezzi e i metodi per rendere accessibile a tutti la conoscenza, senza barriere economiche per l’accesso e a costi assai più ridotti per la società. Ma il monopolio dell’accesso chiuso sull’editoria accademica, I suoi enormi profitti e il ruolo centrale svolto per assegnare il prestigio in ambito accademico finiscono per travalicare l’interesse pubblico.

Già, perché quest’ennesimo attacco legale non è certo isolato. Un mese fa l’intera struttura editoriale di Lingua (6 redattori e 31 membri del consiglio direttivo), una delle maggiori pubblicazioni accademiche nel campo della linguistica, si è dimessa in blocco come atto di protesta contro le esose tariffe d’abbonamento e il rifiuto di aderire alle pratiche open access, policy confermate dallo stesso editore, Reed Elsevier. A partire da gennaio 2016, la redazione prevede di lanciare un’analoga pubblicazione open access Glossa. La decisione non è altro che l’ultima di una serie di iniziative analoghe e arriva dopo estese controversie interne su queste policy.

Positive le reazioni dei colleghi internazionali, con attestati di solidarietà concreta. Lyson Reed, direttore esecutivo della Linguistic Society of America, spiega che i redattori dimissionari «sono colleghi assai stimati… e Lingua vanta una reputazione stellare». E in un gruppo di discussione online, Stefan Müller della Free University di Berlino, mette in guardia altri docenti a non accettare posizioni e condizioni che Elsevier potrebbe offrire loro in sostituzione dei redattori uscenti.

Infine, è stata appena lanciata una petizione online per salvare la Ashgate Publishing, editore indipendente per le discipline umanistiche acquisito nel 2015 dalla Taylor & Francis, altro colosso del settore basato nel Regno Unito che pubblica oltre 1.000 riviste accademiche e 1.800 libri ogni anno. Dopo aver appena chiuso la filiale statunitense in Vermont, licenziando in tronco gli oltre dieci impiegati, si preannuncia lo stesso destino per la più cospicua unità britannica — passo che la petizione cerca appunto di scongiurare, avendo raccolto finora quasi 7.000 firme.

Come rispondere a questi continui assalti contro la conoscenza libera, aperta e condivisa? Innanzitutto, coinvolgendoci insieme a tanti altri individui di ogni parte del mondo per dare corpo ai suggerimenti sintetizzati dagli artisti, scrittori, geek e attivisti culturali che firmano il suddetto documento:

Siamo tutti custodi della conoscenza, custodi di quelle infrastrutture da cui dipendiamo per la stessa produzione della conoscenza, siamo custodi di questi beni comuni fertili ma fragili. Di fatto, essere dei custodi significa scaricare, condividere, leggere, scrivere, recensire, correggere, digitalizzare, archiviare e rendere accessibili questi documenti. Significa usare al meglio, senza vantarne la proprietà, tali commons della conoscenza. È questo il momento per tutti noi custodi — che si tratti di cani, umani o cyborg, presentandoci con nome e cognome, nickname o pseudonimi — di far sentire la propria voce.

Si tratta di far proprio il percorso di Aaron Swartz e di abbracciarne l’esempio concreto, oggi più attuale che mai. Pur nel nostro piccolo, tocca a tutti e ciascuno di noi dar corpo, qui e ora, all’invito finale del Manifesto della guerriglia open access:

Se in tutto il mondo saremo in numero sufficiente, non solo manderemo un forte messaggio contro la privatizzazione della conoscenza, ma la renderemo un ricordo del passato.
Vuoi essere dei nostri?