La gentilezza di New York

La sua energia è la somma dell’energia di molti. Forse è questo che devo chiedermi: qual è l’energia che donerò io?

Di zage

Il primo ricordo

Il primo ricordo è legato ai finestrini sporchi di un treno che porta sotto Manhattan. Anzi, c’è un altro ricordo prima di quello. È una famiglia nera all’interno del vagone. Parlano e si muovono come se stessero cantando e danzando. È una cosa che noterò in tutta la popolazione nera di New York. O forse nei neri in generale, era così in Repubblica Dominicana. Non so se sia una questione di etnia, cultura o cosa, ma è un’energia che mi arriva tutta, ed è un’energia positiva. Il padre deve passare ma la mia valigia ingombra il corridoio e faccio fatica a spostarla da lì. Mi dice no problem, stay, don’t bother. È il primo di molti sorrisi e gentilezza che troverò nella città. Tornando ai finestrini sporchi: non sono loro in sé che ricordo, ma quello che c’è dietro: file di casette in legno uguali a quelle dei film ambientati nelle province. In lontananza qualche silos d’acqua sui tetti. Poi ci sono incroci stradali, carreggiate larghissime e auto grandi pure loro, quasi tutti SUV. Lo scenario cambia e ora è fatto di caseggiati in brownstone pieni di scalette anti incendio. E poi il tunnel sotto l’East River e dai finestrini non si vede più nulla.

La ragazza felice (nella pubblicità affissa dietro alla ragazza triste)
Le stazioni della 59th street e 23th street, If you see something
Times Square

Quello che viene poi

Quello che viene poi è indescrivibile. Sbuco dalla metro, una metro uguale a tante altre, per odori e affollamento. Parigi batte New York. Stazioni più belle, indicazioni più chiare, ma i tornelli che sembrano antichi macchinari di tortura ci sono ovunque. Dicevo, sbuco dalla metro e all’inizio non capisco bene se è giorno o notte. Faccio un passo in più e mi ritrovo accecato da neon, file di lampadine e schermi pubblicitari. Non capisco ancora se si tratta solo di luce artificiale o meno perché alzo lo sguardo e il cielo non c’è: un muro di grattacieli, altezze infinite che seguo con lo sguardo, poi lo sguardo non basta più e allora inclino la testa, e mentre inclino la testa la mandibola rimane là dov’è e il risultato finale è che mi ritrovo a bocca aperta. Sono a Times Square, il grande incrocio a X in cui Broadway incontra la 7th Avenue.

Da questo punto dell’Highline in una bella giornata si può vedere l’East River
Empire State Building in lontananza, The Floating Map a Soho, il vapore sotterraneo
Il sole che gioca tra le strade

Il guaio di non vedere il cielo

Il guaio di non vedere il cielo lo capisco poi. Manhattan (come si dice Manhattan lo sento in giro ed è più o meno Me’hed’n) è una griglia di strade ortogonali. Se sbuchi dalla metro devi sapere qual è il nord altrimenti non sai da che parte girare perché non ci sono curve caratteristiche che ti aiutano con l’orientamento. Per sapere dov’è il nord cerchi il sole (o il muschio, ma la tecnica del muschio non mi convince). Se cerchi il sole e trovi solo pareti finestrate comprendi bene che avere una bussola è meglio. Oppure fai come me: procedi da una parte, vedi un pezzo di città che non avresti visto, ti accorgi di aver sbagliato e torni indietro (questo è successo circa l’86,7% delle volte). A volte puoi usare Maps sul tuo cellulare, ma spesso anche il GPS si fa ingannare dai grattacieli e ti piazza al centro di un pilone di cemento, quando invece stai attraversando una avenue. A parte questo, il sistema dei block è fantastico (da piccoli nei film sentivamo “isolati” e ci chiedevamo cosa fossero evitando di chiederlo, tanto nessuno ci avrebbe saputo rispondere). Vien voglia di creare una caccia al tesoro dove dare indicazioni semplici del tipo: due volte a nord, quattro ad est e tre a sud. E quanto dista l’hotel? Solo quattro block. Che poi i block non sono mica quadrati, ma dei rettangoloni, quindi bisogna essere un po’ elastici.


Union Square, la cima dell’Empire State Building vista dal Madison Square Park
Rockefeller Center
One World Trade Center, Ground Zero
Empire State Building visto dal 30 Rock e sua maestà il Chrysler, visto tra la 3rd Avenue e la 44th street
Sempre lui dalla piazza davanti a Macy’s, vista sullo skyline dal Brooklyn Bridge Park, taxi gialli e fumo

I compagni di viaggio

I compagni di viaggio bene o male saranno tre: l’Empire State Building, il Chrysler Building e il One World Trade Center. Il primo lo scorgo per la prima volta da Bryant Park e credo sia un modellino di quello originale. Poi lo rivedo dal Madison Square Park, offuscato dalle nubi e ancora mi sembra basso. Poi lo vedo con una vista più allargata dalla cima del 30 Rock o dall’East River State Park a Brooklyn e comincio a farmi un’idea delle proporzioni e mi vergogno un po’ ad aver pensato che fosse basso. Alla fine lo vedo sempre, ovunque io sia e mi ci affeziono un pochino, mentre immagino enormi dirigibili che attraccano sulla guglia. Sua maestà il Chrysler è una bellezza, me ne innamoro subito, entro nella hall e rimango affascinato dalla rappresentazione di se stesso affrescata sul soffitto. Ogni tanto mi giro per strada, lo vedo e gli sorrido. Il One World Eccetera è onnipresente anche lui, ma in genere mi giro dall’altra parte. È lì a ricordare un’altra cosa. Quell’altra cosa ora sono due enormi vasche con un buco nero al centro che inghiotte acqua. Un simbolo semplice ma efficace. I brividi mi vengono però solo quando per scherzo mi fermo a Midtown davanti a una caserma di pompieri e chiedo a qualcuno di loro di fotografarsi con me. Scopro poi che si trattava del FDNY Engine 54, tra i primi a rispondere alla chiamata del 9/11 e a perdere più vite nel crollo.


Scalette, scalette e scalette, FDNY
Il pozzo all’interno del nostro grattacielo
I brutti condizionatori, Shining e il sogno di una scala antincendio

La colonna sonora

La colonna sonora è fatta di sirene dei vigili del fuoco, polizia e ambulanze. A tutte le ore stanno correndo da qualche parte. Correndo è un eufemismo visto che la maggior parte delle volte sono imbottigliati nel traffico (e subito giro lo sguardo alle prese elettriche dall’aspetto fatiscente dell’hotel tutt’altro che recente in cui soggiorno). La stanza è al decimo piano. Praticamente un seminterrato secondo gli standard. Fuori dalla finestra (bloccata da un terribile scatolo che funge da condizionatore, una di quelle cadute estetiche che rovina interi quartieri ma che tanto fa America) c’è un pozzo che permette alle stanze di questo lato di avere “luce”. Se guardo giù non riesco a vedere il fondo. Se guardo su non riesco a vedere il cielo. Il vento che entra nel pozzo fa un effetto conchiglia-col-mare-dentro, un fruscio di cascata, un rumore bianco che la prima notte mi fa impazzire cercando di capire da dove arriva, mi fa staccare la spina del condizionatore credendo che ne sia la causa, le notti seguenti diventa stimolo di onde theta che assieme alla stanchezza permettono di rilassarmi e dormire pesantemente.


6th Avenue e Trump Tower
Vista dal MoMA
Saint John The Divine ad Harlem, la cattedrale più grande del mondo. Apple Store sulla Fifth, praticamente un Louvre.
Lo stanzino che è Burger Joint, la hall del Le Parker Meridien
Panini, grasso e stanchezza.

La gara a chi ce l’ha più lungo (di grattacielo)

La gara a chi ce l’ha più lungo (di grattacielo) è solo uno degli esempi di estremismo di questa città. Sotto le torri immense a cui i proprietari danno il proprio nome o che addirittura scomodano parole come “impero” si possono trovare un mendicante che piange o una ragazza che chiede qualche spiccio suonando la chitarra di fianco al passeggino con sua figlia. E ancora: Alicia Keys si sveglia e compra Times Square per una notte, video wall inclusi, e ci ospita un concerto a sorpresa, così a sorpresa che rimango qualche minuto a capire se è davvero lei o no, mentre mi trovo nei paraggi per puro caso. Nelle liste dei migliori hamburger c’è Joint Burger. Per conoscerlo devi solo averlo letto in una di quelle liste perché non c’è alcuna insegna che ti ci porta. Entri a Le Parker Meridien, un albergo di lusso nella cui immensa hall piena di specchi puoi sfilare coi tuoi vestiti da turista affianco a coppie eleganti che chiedono una stanza alla reception. C’è il tendone rosso di Twin Peaks e lì dietro una piccola insegna luminosa: un hamburger. Segui l’intuito e ti ritrovi in uno stanzino logoro, pareti in legno completamente imbrattate di scritte che sbeffeggiano i cartelli che dicono if you write on my wall I write on yours e cucina a vista grande come uno sgabuzzino da cui servono panini a raffica. Ti abbuffi, le mani piene di mayonese, e te ne esci coi vestiti che sanno di fritto dalla stessa hall lussuosa di prima. Per la mia reputazione ci tengo a dire che l’hamburger qui non è niente di che, ma vince l’esperienza.


I binari della Highline che finiscono dritti nelle pareti degli edifici
Punto panoramico sulla Highline e la fabbrica degli Oreo (oggi Chelsea Market)
Barchette telecomandate al Conservatory Water, vista dal 30 Rock e Belvedere Castle a Central Park
Autunno a Prospect Park, Brooklyn

Ho parlato solo di cemento?

Ho parlato solo di cemento e asfalto ma se è necessario un po’ di verde in città anche in questo caso si esagera: Central Park è stato tracciato come un immenso rettangolo di collinette, laghi e scoiattoli. Lo visito in bicicletta e ancora non riesco a vederlo tutto. Prospect Park a Brooklyn sembra un altro gioiellino ma lo sfioro appena addentrandomi in pochi sentieri periferici. In tutto vedo quaranta scoiattoli, conto tondo. La Highline è una Promenade plantée, una vecchia tratta ferroviaria sopraelevata riconvertita a passeggiata dove immagino i treni merci che entravano direttamente negli edifici o da cui scorgo l’attracco che attende ancora il Titanic — il quale avrebbe dovuto entrare nella baia salutato da una gigantesca statua di rame. Capite cosa intendo quando dico che qui è come vivere tra le esagerazioni?


Egg Shop, The Butcher’s Daughter, The City Bakery
Pic Nic con cibo di Whole Foods a Central Park, Sugar Sweet Sunshine, The Vanderbilt
Uno Starbucks a Williamsburg, hamburger e dolcetto di Shake Shack

Mangiare schifezze

Mangiare schifezze tutti i giorni è una di quelle convinzioni che profetizzano tutti, assieme al pensare che sia una città pericolosa, che non dorme mai, oppressiva e caotica. Tutto questo, in un modo o nell’altro, non è vero o comunque non come lo dipingono. Ieri spopolavano i fast food spazzatura ma oggi trovi scelte sane ad ogni angolo — letteralmente ogni angolo — , catene che fanno dell’organic e del farm-to-table il loro manifesto. Pret-a-manger ha sandwich, zuppe, insalate e succhi (note to self: il fifty-fifty è una limonata col tè). Chop’t mi tagliuzza insalate sotto gli occhi. Al Whole Food Market mi preparo power bowl abbondanti per il picnic al parco o il late dinner sopra al letto. Nei quartierini cosiddetti villaggi (Greenwich, NoLIta, Williamsburg), i mille localini hipster non possono non servire piatti poco elaborati fatti di ingredienti semplici come avocado, 7-grain toast, uova a profusione e patate con la buccia, mentre si fanno a gara a chi ha la lavagnetta scritta a mano più bella. Mangiare schifezze a New York è possibile, non obbligatorio. Certo la scelta di affettati e formaggi rimane al minimo e le classiche cadute di stile ci sono (vedi kit per farsi la mozzarella nel raffinato supermarket Dean & DeLuca).


Jack’s Wife Freda, Roebling Tea Room
Veselka, Bakeri, Clinton Street Baking & Co.
Bubby’s, Apple Crumble e altre tortine di Bakeri, la folla da Clinton Street Baking & Co.

Visto che parliamo di cibo

Visto che parliamo di cibo, parliamo di brunch. Brunch non vuol dire colazione-pranzo. Vuol dire ho fame-qualsiasi ora sia-qualsiasi cibo mi dai. Mi son chiesto se fosse un’usanza nata dalle ore piccole del venerdì o dal jet lag dei molti visitatori. La verità è che il jet lag non l’ho neppure avvertito e che mangiare pancake ai mirtilli intervallando le forchettate con sugose eggs benedict sorseggiando spremuta d’arancia freshly squeezed o drink a base di limonata è il modo migliore per iniziare la giornata, a seconda di quando vuoi farla iniziare. Lo puoi fare nell’affollato Clinton Street Baking Co., dal luminoso Bubby’s, facendoti piacere il gusto inusuale delle rape al Roebling Tea Room, mangiando una stupefacente torta di mele da Bakeri, instagrammando le bustine di zucchero da Jack’s Wife Freda o servito 24/7 da Veselka. L’ultimo paragrafo era naturalmente una lista per chi cerca spunti ma mi chiedo se quando passerete voi a New York questi posti esisteranno ancora. Mi è capitato più volte di svoltare in una strada vista il giorno prima e non riconoscerla per le impalcature montate durante la notte.


Sulla Highline
Piastrelle illustrate in una stazione della metro, Philip Williams Posters a TriBeCa
Passeggiando a Williamsburg

La gentilezza, dicevo

La gentilezza, dicevo all’inizio, è quasi ovunque. A volte è figlia delle tips (ad esempio da Starbucks, dove non sono previste le mance, i musi si fanno più lunghi e gli how you doing, che già di solito non pretendono risposta, qui diventano degli sbadigli). Questa “gentilezza”, questi sorrisi e gente che in metro o al tavolo di fianco hanno voglia di scambiare due parole (così ho conosciuto un cileno e un portoricano) vanno a braccetto con la sensazione che la città sembri in mano a giovani, o comunque a menti giovani. È un’energia difficile da spiegare ma che si percepisce un po’ ovunque. Nick, uno dei volontari dell’Highline, è nato proprio a Chelsea e racconta il paesaggio mostrando gli scorci che ama di più. Spiega come siano gli abitanti del quartiere a suggerire idee creative per la rivalorizzazione di questo luogo. Una volta finito il giro se ne torna col suo zainetto lungo i binari infestati di vegetazione e si ferma a mangiare un boccone sulle panchine. Questo posto gli piace sul serio. A Williamsburg, dove apre tutto più tardi, un ragazzo sta scrivendo con gli stencil il menu sulla lavagnetta davanti al suo locale. Mezz’ora più tardi è arrivato alla seconda lettera. Più in là scovo un negozio di abbigliamento che ha allestito le vetrine con i vestiti dei personaggi di Stranger Things. Non posso fare a meno di pensare che il target di questa città sia proprio io. Diversi quartieri portano come nome una sigla: TriBeCa (triangle below Canal), DUMBO (down under the Manhattan Bridge overpass), BoCoCa (Boreum Hill, Cobble Hill e Carroll Gardens), NoLIta (Norh of Little Italy). Lì dove le strade sono lettere e non numeri come lo chiamiamo? Ma Alphabet City naturalmente. È questo spirito creativo, giovane e rilassato che rimane come retrogusto quando prendo l’aereo di ritorno.


L’angolo di Friends, il gospel televisivo alla Brooklyn Tabernacle, uno dei tanti avvisi di serie tv che verranno girate in queste strade
Winter Garden Theatre
Halloween!
Wannabe fashion blogger a Chinatown, un qualsiasi momento cinematografico per le strade della città

Ma prima di tutto questo

Ma, prima di tutto questo, New York mi colpisce per essere una scenografia immensa. E non parlo delle numerose strade che vengono bloccate per girare le scene di serie tv (mi sono imbattuto negli avvisi no parking per gli shooting di The Detour, The Affair, Blue Bloods, Caine, Billions, The Marvelous Mrs. Maisel). Dico proprio che il set è la città e il protagonista sei tu. La sensazione si esaspera quando giro per il Theater District, in cui le stesse facciate dei teatri sembrano scenografie, quando partecipo al 9am service della domenica al Brooklyn Tabernacle e pastor Jim dà il via a un countdown per scambiarsi un segno di pace (e i secondi vengono letteralmente scanditi su mega schermi), quando Halloween sboccia attorno a me e da qualche zucca appoggiata davanti alle porte arrivo a vedere corvi finti, scheletri, scheletri che portano a passeggio scheletri di cani, aiuole da marciapiede riconvertite in mini cimiteri, peluche spiaccicati sul muso del camion delle immondizie. Il film diventa favola. Come sarà Natale qui lo posso solo immaginare, ma all’ultimo piano di Macy’s lo sfioro e non posso tornartene a casa senza una palla con scritto let it snow.


Welcome to Bushwick
Tramonto al Green-Wood Cemetery

Credevo che mi sarei sentito piccolo

Credevo che mi sarei sentito piccolo a New York, che i grattacieli mi avrebbero tolto il respiro, che il caos mi avrebbe respinto. E invece la sensazione è di appartenenza, di rilassamento e di sicurezza. Magari è solo la percezione di uno che la visita per la prima volta, per una manciata di giorni. Ad ogni modo ammirare i murales nella zona industriale di Bushwick lo farei solo col sole (e lo stesso mi immagino un drive-by shooting all’incrocio davanti al garage tenuto da messicani). Inoltre il tizio che rimane immobile tenendo in mano una scatoletta aperta con dentro una manciata di tagliaunghie l’ho trovato davvero in metro. Se poi mi ritrovo in un desolato Green-Wood Cemetery al tramonto e in lontananza sento il jingle stonato di un camioncino dei gelati per prima cosa inizio a pensare che lo stia guidando il tizio dei tagliaunghie, poi penso che Stephen King abbia avuto facili ispirazioni da queste parti.

Il ponte di Brooklyn, verso Manhattan

Che bagaglio porterò a casa

Che bagaglio porterò a casa e quale dimenticherò lì? Me l’ero chiesto prima di partire. Sono passati ancora pochi giorni per mettere a fuoco la risposta. Quello che so è che New York è tanto, tutto ma anche piano e lento. New York riguarda sé stessa ma riguarda anche te. È spinta verticale ma anche creatività interiore. La sua energia è la somma dell’energia di molti. Forse è questo che devo chiedermi: qual è l’energia che donerò io?