Sono stato a Expo (in incognito)

O l’insostenibile tautologia dell’evento

di Alessandro Ronchi


Anche io come tutti sono stato a Expo, anche se pochi lo sanno. È accaduto attorno la fine di agosto. Personalmente è stato un momento importante di autoanalisi: quello in cui ho compreso di non avere la stoffa dell’attivista — o quanto meno che l’attivista soccomberà sempre allo studioso. Da ben prima dell’apertura dei cancelli, il primo maggio 2015, nel foro interiore si sono dibattute le ragioni del boicottaggio motivate da uno spirito di contraddizione verso la propaganda onnipervasiva più che dai vergognosi corollari di corruzione, mafia e malaffare — purtroppo nel Bel Paese sono percepiti come un fatto ambientale, come la presenza dell’ossigeno nell’aria e per boicottare tutte le istituzioni infiltrate non si dovrebbe più uscire di casa — e quelle del metodo scientifico per cui ritengo l’esperienza diretta indispensabile se si vuole parlare di qualcosa con cognizione di causa. Alla fine ho comunque scelto una soluzione di compromesso: l’ingresso serale.

Le dune di Norman Foster: una delle foto che hanno fatto tutti

L’introduzione di carattere privato, oltre a costituire un difficile coming out, serve a premettere che ho visitato solo una parte dell’enorme area allestita alla fiera di Milano e questo non è il luogo né io sono la persona per una recensione esaustiva delle attrazioni. Non dubito ci siano meraviglie nel tanto celebrato padiglione degli Emirati Arabi progettato da Norman Foster o nel padiglione giapponese che pare valga un tempo di attesa in coda paragonabile alla durata di un volo diretto Malpensa -Tokyo ma erano già chiusi quando li ho avvicinati. In compenso nel padiglione UK ho potuto sentire come le api attraverso gli ultrasuoni stringendo un bastoncino tra i denti ed è stato interessante e ho potuto consumare un tipico pezzo di baguette francese coperto di formaggio per soli otto euro otto. Appare paradossale ma, come è stato notato, Expo è la fiera mondiale del cibo dove è impossibile (o difficilissimo) mangiare. Soprattutto in caso di ingresso serale: alle nove molti ristoranti sono già chiusi o prevedono liste d’attesa che travalicano l’extra omnes del sito. Ho attraversato il Padiglione Zero e girato per cluster e padiglioni ancora aperti e mi sono fatto un’idea piuttosto precisa dell’atmosfera. Sicuramente il momento più alto, in mezzo alla prosopopea di nazioni dal discutibile pedigree in fatto di diritti umani venute a fare relazioni pubbliche in grande stile, è il “padiglione” olandese: qui la superiorità nordeuropea si incarna in un nugolo di camioncini, versione hipster di quelli delle salamelle fuori dagli stadi, che vendono panini al formaggio e woofer che sparano a alzo zero techno zarrissima in mezzo a mucche in vetroresina e gente che twerka. Per altro a impatto zero: tra una settimana, a Expo concluso, basterà rimettere in moto e via verso il grande Nord come nulla fosse accaduto.

Padiglione olandese, foto dell’autore

L’impressione è che la formula Expo, smessi da tempo gli entusiasti panni positivisti di futuro in mostra e epica delle magnifiche sorti progressive della tecnologia, sia diventata una fotografia precisa degli equilibri geopolitico-economici attuali. Gli stati che hanno i soldi, la voglia e soprattutto il bisogno di una vetrina internazionale (BRICS, dittature, nazioni petrolifere: insomma quelli che ancora si danno battaglia per l’organizzazione dei grandi eventi sportivi in perdita milionaria, dalle Olimpiadi ai Mondiali di calcio) dispiegano tutto il potenziale spettacolare, le vecchie potenze fanno presenza e il terzo mondo viene raggruppato in cluster tematici dove vendere merchandising. Il cambio di prospettiva temporale si rispecchia nell’architettura: Expo 2015 non lascerà opere landmark che segnino lo stato dell’arte della disciplina o ridefiniscano lo skyline e l’immaginazione urbanistica della città ospitante come accadde con la Tour Eiffel (Parigi 1889) o l’Atomium (Bruxelles 1958) oppure il padiglione di Mies van der Rohe (Barcellona 1929) e il padiglione Philips di Le Corbousier (ancora Bruxelles 1958). L’icona di Milano 2015 è il totem inesplicabile noto come Albero della vita realizzato da Marco Balich, simbolo ottimista generico dalle inquietanti ascendenze new age e dall’ancora più inquietante estetica pacchiana e chiassosa a metà tra Dubai e l’Holiday on ice, tra opulenza, cattivo gusto e spettacolarità facile. L’Albero della Vita, che qualcuno in preda a frenzy negazionista avrebbe voluto vedere a fiera conclusa obliterare per sempre il drammatico portato storico di Piazzale Loreto, si è rivelato comunque uno sfondo per selfie formidabile. Torneremo su questi punti perché il bruttissimo albero è tuttavia un simbolo eloquentissimo e precisissimo. Un’ultima nota personale al discorso geopolitico. Purtroppo non sono riuscito a raggiungere lo scopo principale della mia visita a Expo: il padiglione nord coreano. Pare accolga i visitatori con una grande scritta “Paradise” e un dispendio di cieli azzurri. Praticamente l’illustrazione definitiva del concetto di distopia, oltre la più paranoica proiezione orwelliana.

A proposito di letteratura distopica la mia diffidenza nei confronti di Expo si è consolidata il primo maggio 2015, giorno dell’apertura ufficiale con comprensibile parata di autorità e capi di stato. Quel giorno alla radio uno speaker raccontava di “turisti stranieri che accorrono al sito EXPO per farsi le foto — i famosi selfie — con le forze dell’ordine: i più gettonati i carabinieri”, un’immagine che travalica le più lisergiche fantasie sulla perversione del potere di William Burroughs o Aldous Huxley. E ancor più nelle ore e nei giorni immediatamente precedenti. Mentre a Rho nastri venivano tagliati una manifestazione No Expo attraversava il centro cittadino e presto degenerava in lanci di molotov, vetrine imbrattate e sfondate, scontri con la polizia. Immediatamente le homepage dei giornali titolarono cubitali “Milano devastata” e “Milano a ferro e fuoco” e diffusero fotografie spaventose di roghi tra i palazzi e dello skyline milanese coperto da una coltre di fumo nero. Si puntava all’associazione neppure troppo inconscia con le immagini e le cronache diventate familiari dalle zone di guerra.

Non si tratta in nessun modo di giustificare e neppure sminuire la violenza ottusa e squadrista dei cosiddetti black bloc. E neppure di avvallare in assenza di prove tesi complottiste su scontri assecondati o provocati ad arte dalle forze dell’ordine e dal governo, come invece pare proprio accadde durante il tragico G8 genovese. Certo è che una serie limitata di eventi, per quanto odiosi e traumatici, circoscritti in un’area molto limitata del centro milanese sono stati immediatamente strumentalizzati per una massiccia operazione propagandista. Nel novecento le macchine del consenso si avviavano incendiando il Reichstag, ora si incendiano gli hashtag. #sìexpo è immediatamente rimbalzato su tutti i social network sull’onda emotiva della città ferita polarizzando il dibattito, appunto come in uno stato di guerra, tra un sì e un no e azzerando gli spazi critici con un’operazione di propaganda goebbelsiana aggiornata ai mezzi della società digitale. Visioni del mondo, posizioni politiche vengono plasmate su video o foto che non hanno alcuna rilevanza nella comprensione di dinamiche complesse o rilevanza politica, come il video confezionato a bella posta piazzando una telecamera davanti a un casseur bimbominkia e subito diventato virale e materiale per meme ovviamente. Ogni legittima obiezione nel merito all’esposizione universale piazzava automaticamente un cappuccio nero a coprire il volto di chi la formulava. Lo spazio dell’analisi e della critica si era comodamente (per il potere) ristretto a una scelta binaria plebiscitaria. O con noi o con i terroristi: la retorica ricordava quella delle presidenze Bush jr. Del resto il premier Matteo Renzi si è intestato l’evento e ha legato a doppio filo la sua immagine personale e del governo nonché lo storytelling sull’Italia che riparte con il successo di Expo e non è previsto fallimento.

La contrapposizione tautologica #sìexpo vs. #noexpo è stata solo un salto qualitativo in termini di enfasi rispetto al mantra grondante scoutismo #expottimisti vs. gufi.

Milano è stata devastata anche secondo Libero

Se però rimuoviamo la narrazione del riscatto italico, la propaganda spietata, il massiccio advertisement che ha coinvolto tutti i media e le istituzioni e grattiamo la patina glamour per le masse di evento must be cosa resta di Expo? Sostanzialmente un marchio. Expo© si è rivelato un logo passepartout per il marketing di qualsiasi bene materiale o immateriale. Non soltanto, come era logico aspettarsi, nella promozione del turismo e del “made in Italy” ma anche per le più disparate iniziative private, dal bicentenario di Don Bosco alle svendite negli showroom di provincia. Expo proprio perché non significa (più) nulla sta su tutto e aiuta a vendere o promuovere tutto: è un parola magica che promette di trasferire il proprio appeal su ciò che tocca e attirare le folle come il flauto di Hamelin. Personalmente sono stato molto colpito dal numero di conoscenti che neppure con una pistola alla tempia sarebbero andati a un concerto di Bocelli e invece hanno affollato Piazza Duomo attratti come falene dall’accecante luce del logo Expo. Logo che abbiamo visto apposto su tutto, anche sull’oscurantista e omofobo convegno pro famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia di Maroni. Per par condicio la parola più ricorrente nei nickname dell’app per incontri gay Grindr nell’area del milanese è stata negli ultimi mesi ugualmente “Expo”.


Anche Fortunago si gode Expo

Sono stato a Expo e l’impressione è stata di un luogo a metà tra il girone dantesco dei lussuriosi dove i dannati sono trascinati da un vento senza sosta e Gardaland. Un numero impressionante di persone — i freddi numeri a oggi parlano di un quasi-successo e della soglia 24 milioni quasi raggiunta — che si muove forsennatamente tra cardo, decumano e vie traverse. È una grande fiera, un baraccone pieno di attrazioni vicine ma irraggiungibili (a meno di apprestarsi a code più lunghe di un orario di lavoro giornaliero) che discende dall’epoca delle fiere circensi. Come dal circo Barnum non si imparava molto a proposito del nanismo o della storia dei nativi americani, da Expo non si raccolgono molte informazioni sulle nazioni ospitate. La didattica è molto povera: il tema dell’alimentazione (sarebbe interessante indagare quanti visitatori del sito ne conoscano il tema, per inciso) è declinato in pannelli esplicativi sparsi che raramente dicono cose che già non sapevamo e comunque per leggerli bisognerebbe fermarsi e focalizzare l’attenzione quando tutto a Expo, a cominciare dagli altoparlanti, ti intima di non farlo. I concetti, quando non sono spettacolarizzazioni bigger than life di banalità o autocelebrazioni propagandistiche, sono veicolati attraverso la modalità esperienziale.

Per esempio nel padiglione vaticano si può fare esperienza di quanto siano ricchi perché ti sbattono in faccia un Tintoretto

Non ci sarebbe nulla di male se l’esperienza-expo dell’utente medio non fosse sostanzialmente tautologica. È la logica dell’evento nella risemantizzazione del termine secondo facebook: non si va in un luogo per vedere o fare cose ma per far vedere che ci si è stati. Anche perché, parlando di contenuti, a Expo non c’è tanto da esperire in assoluto e pochissimo in proporzione alle dimensioni dell’evento. Con ironia probabilmente involontaria questo titolo lo riassume perfettamente: “Punti panoramici, selfie, pause rinfrescanti”. Si va perché ci vanno tutti e tutti dicono che devi andarci e scattare un selfie davanti all’Albero della vita perché tutti ce l’hanno. L’interno di molti padiglioni infatti è stato appositamente progettato per fornire uno sfondo spettacolare, acchiappalike per selfie. Si può proporre una teoria lombrosiana secondo la quale il vero motivo di interesse di grandi eventi come l’Esposizione Universale nell’epoca delle comunicazioni in cui la loro necessità fisica è ampiamente ridimensionata risieda in ciò che dicono sulle persone che ci vanno e sulle loro motivazioni. Expo, in sostanza, è uno specchio di tempi che amano specchiarsi, dell’aspetto più deleterio della contemporaneità: il solipsismo narcisista.



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