Il tempo perduto dei migranti in Val di Cecina

Una veduta di Volterra dalla campagna circostante

Sospesi nell’entroterra toscano anche per due anni in attesa di una risposta sul loro futuro. I ventotto profughi assegnati alle strutture di accoglienza di Volterra e Pomarance vivono una sorta di limbo, aspettando che dalla Commissione territoriale competente per le richieste d’asilo di Firenze arrivi una decisione sulla loro domanda. Sul tavolo della Commissione però le richieste si accumulano e mentre l’affidabilità di ciascuna storia viene verificata, i migranti trascorrono gran parte del loro tempo nell’inattività.

Il problema è che negli unici due centri presenti in zona, quello di Volterra gestito dall’APSP Santa Chiara e l’appartamento di Pomarance seguito da “Welcome in Valdicecina”, il tempo sgocciola molto lentamente. Gli ospiti presenti sono quasi tutti giovani tra i 18 e 30 anni, lontani dalle comunità più corpose di connazionali che si sono formate a Pontedera o Pisa. Vorrebbero lavorare, fare progetti e cominciare una nuova vita. Ma i centri urbani sono lontani e mentre si è dentro il programma di assistenza non ci si può allontanare per più di una notte. In più i trasporti non sono troppo frequenti e con costi troppo dispendiosi per chi vive con 2,50 euro al giorno. Così si passeggia e si spera.

All’inizio della procedura di asilo non è permesso lavorare. Per i primi sei mesi dalla concessione del permesso di soggiorno temporaneo, rilasciato all’inizio delle richiesta di protezione, il migrante non è assicurato e non può svolgere nessuna attività lavorativa. Soltanto se al termine di questo periodo non è stata presa una decisione, per ragioni indipendenti dalla volontà dello straniero, allora il permesso sarà rinnovabile per altri sei mesi abilitandolo al lavoro.

Chi si occupa da vicino di gestire questa procedura - volontari, associazioni e professionisti del settore - sa che il limite dei sei mesi viene superato regolarmente. “Il meccanismo è caotico, nessun riesce ad avere udienza prima di otto mesi almeno - spiega Chiara Molinari, operatrice di Welcome in Valdicecina -, molti vengono stimolati a fare richiesta d’asilo ma per la maggior parte i nuovi arrivati non sono rifugiati ma parte dei cosiddetti ‘migranti economici’. L’attesa è lunga e alla fine pochissimi riescono ad ottenere l’ok della Commissione. Qualcosa come il 3%.Tenere le persone in ostaggio per un anno e poi dirgli di no, che senso ha? Bisognerebbe immaginare una forma di protezione per tutti quelli che rimangono esclusi”.


Pomarance, l’accoglienza sui piccoli numeri

Di fatto il sistema è pieno di punti ciechi, rischia di incepparsi ad ogni passaggio e richiede una certa dose di competenza per arrivare in fondo. Unire il momento dell’integrazione e all’accoglienza è la via scelta da “Welcome” per mitigare gli effetti di questa attesa sui migranti. Le linea guida sono poche: contatto continuo con i gruppi di ospiti e mediazione con l’amministrazione e la burocrazia. La priorità è dare dei punti di riferimento a chi arriva, la consapevolezza necessaria per potersi inserire nel tessuto sociale ed economico. Per questo hanno deciso di contenere il numero di persone ospitate. Al momento nell’appartamento messo a disposizione dal Comune vivono in quattro. Tutti in attesa dell’audizione a Firenze.

“La prima preoccupazione quando arrivano — spiega Chiara — è di renderli consapevoli che possono accettare o meno di stare nel programma. Altrimenti sono liberi di andare e gestire la richiesta da soli, ma parecchi non lo sanno. Poi bisogna aiutarli a ricostruire le loro storie e renderli capaci di raccontarle alla Commissione”. Non tutti sono in grado di indicare in una successione temporale coerente le tappe del loro viaggio dal paese d’origine, uno snodo fondamentale nel lavoro dei commissari che devono valutare la congruità della richiesta ai princìpi sanciti dalla Commissione di Ginevra in termini di rifugiati.

“Ci sono sporadiche iniziative delle varie associazioni o cooperative sul nostro territorio - spiega il presidente di Welcome, Sandro Bruchi -, eppure ancora si fa poco rete. Il grande problema sono i tempi di attesa che vengono sottratti al vissuto di queste persone e mi sembra il minimo gestirli al meglio per cercare quantomeno di integrare le persone nella nostra realtà”.

L’assessore Camilla Sguazzi

Così due ragazzi nigeriani in attesa dell’audizione in Commissione a Firenze, Hermann e Inza, hanno cominciato a prestare servizio come volontari tramite un accordo con il comune di Pomarance e l’assessore al sociale e all’istruzione Camilla Sguazzi. Già la Caritas di Pisa aveva sollecitato prefetture e amministrazioni locali a coinvolgere i migranti in progetti di volontariato. “Siamo stati noi a proporci- racconta Hermann, ivoriano di 34 anni -, anche se non si tratta di un lavoro vero e proprio, perché al lavoro corrisponde una retribuzione ma è un modo per fare qualcosa e vivere questa comunità”. In passato uno dei quattordici ragazzi passati da qui ha ottenuto i documenti ed è rimasto in paese; ora lavora come metalmeccanico e ha ottenuto il ricongiungimento familiare.

Popolazione a Pomarance tra il 2001 e il 20015. Dati ISTAT

Persone che potrebbero far comodo a una realtà in declino demografico come Pomarance, che negli ultimi 15 anni ha visto la sua popolazione diminuire e diventare più vecchia. Basti pensare che gli abitanti di età compresa tra i 60 e gli 84 anni rappresentano il 32,8% della popolazione totale. “Se ben gestita l’immigrazione è un’opportunità - conferma Sguazzi - per questo cerchiamo di gestire numeri ristretti. L’integrazione è un processo che va curato e non potremmo fare altrettanto bene con grandi numeri”.


L’Istituto Santa Chiara di Volterra

L’APSP Santa Chiara di Volterra

Ventidue chilometri di curve più a nord c’è Volterra ma neanche qui hanno scoperto la fonte dell’eterna giovinezza. Gli abitanti sono quasi il doppio ma il trend è lo stesso. In discesa costante. L’incidenza degli anziani sulla popolazione totale è quasi sovrapponibile al dato di Pomarance: gli over 60 sono il 31,9 % della popolazione volterrana. Il numero di migranti presenti però è più alto. Dal 2011 l’Azienda pubblica di servizi alla persona Santa Chiara, che offre ospitalità per lo più ad anziani non autosufficienti, ha destinato una parte della sua struttura all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Popolazione a Volterra tra il 2001 e il 2015. Dati ISTAT

La convenzione siglata con la Prefettura prevede la possibilità di ospitare un massimo di 25 persone al Santa Chiara. Al momento sono 24 ma nel corso dell’ultimo anno i rimpiazzi sono avvenuti con frequenza. Dentro la struttura c’è una mensa e in un altro edificio le stanze dormitorio, i bagni e un’aula dove i rifugiati studiano l’italiano. Anche qui però il problema sono i tempi di attesa esasperanti. “I ragazzi devono confrontarsi con questo complesso sistema burocratico, - racconta il direttore Fabrizio Calastri -, non lo capiscono, credono che vogliamo trattenerli. Ospitiamo un’associazione teatrale che mette in scena degli spettacoli che trattano tematiche a loro vicini e siamo riusciti ad attivare qualche progetto di volontariato. Chiaramente non tutti sono impegnati in qualche attività perché alcuni non vogliono lavorare gratis e comunque non ci sono progetti a sufficienza per tutti”.

Tre migranti sono riusciti alla fine ad ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Gli altri invece sono in attesa di essere convocati di fronte alla Commissione per raccontare la propria storia o stanno aspettando l’esito del ricorso dopo un rifiuto.

Per comprendere quanto poco uniformi siano le vicende burocratiche di ognuno dei richiedenti basta soffermarsi su un fatto: chi sta ancora aspettando di essere convocato per la prima volta dalla Commissione è arrivato a Volterra insieme ad altri che sono arrivati già al ricorso o che hanno ottenuto il permesso di soggiorno. Una disparità di trattamento che appare incomprensibile agli occhi di chi si è trovato catapultato in una realtà sconosciuta senza averlo chiesto. “Prima di partire alcuni di loro non sapevano nemmeno che sarebbero arrivati in Italia”, racconta incredula Chiara Bruschi, che al Santa Chiara gestisce lo sportello Informastranieri. “Alcuni migranti pakistani impiegati nei pozzi petroliferi in Libia prima che scoppiasse la guerra - continua - sono stati messi sulle barche senza che gli venisse comunicata la destinazione. Dalla Sicilia sono arrivati qui a Volterra ma non era affatto programmato”.

“No work, no happy”

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Al Centro Santa Chiara si incontrano sette nazionalità differenti. I richiedenti asilo dividono ogni giorno gli stessi spazi - scuola, dormitori,bagni,cortile - con sporadiche occasioni di evasione da Volterra. I gruppetti di solito si formano sulla base del paese di provenienza ma nonostante abbiano aspirazioni ed esperienze diverse combattono tutti la stessa spossatezza da inoperosità: non si fa nulla, non c’è lavoro.

Molti non parlano italiano se non le frasi più rudimentali per garantirsi una conversazione minima. Qualcuno, soprattutto i pakistani, lavorava prima di arrivare: costruttori, operai, manovratori di mezzi pesanti. Abbas che è il veterano del gruppo con i suoi 34 anni è molto scontento. “Non tornerei mai in Pakistan - racconta -, laggiù mi hanno sparato. Non voglio nemmeno restare fermo qui. A casa lavoravo, perché qui non posso?”. Adnan, uno dei più giovani tra i pakistani, continua a ripetere che se non lavora non può essere felice: “no work, no happy”. E non lo è nemmeno la sua famiglia a cui vorrebbe mandare qualche soldo.

Abbas Ghulam e Ali Nusrat
Interni ed esterno del Centro Santa Chiara
Riso conservato dalla sera prima e Uche Obasi

Ali invece è uno di quelli che è riuscito ad arrivare alla fine del percorso. Ha un permesso per motivi umanitari ed è stato assunto per un tirocinio formativo in un ristorante volterrano. Guadagna otto euro l’ora e nel discutere è comprensibilmente il più disteso. Racconta che “a Volterra si sta bene, la gente è pacifica e ci ha ben accolti. Finché qui posso lavorare e guadagnare qualcosa non me ne voglio andare”. Lo interrompe Uche, nigeriano, che ci tiene a specificare che Ali non parla a nome di tutti. Lui ad esempio sta facendo il ricorso ma vorrebbe spostarsi. Si lamenta della carenza di abiti e del cibo. “Non ci possono dare le stesse minestre che danno ai vecchi - dice - noi siamo giovani. Si butta via una sacco di roba, è stupido”. Ha sentito che altrove fanno la spesa per i migranti e sono liberi di cucinare. Vorrebbe fare altrettanto.

Gli altri, più timidi o meno a proprio agio con l’italiano, ripetono “no work” tra sospiri e cenni rassegnati col capo. Alcuni aspettano a Volterra da oltre un anno. I costi per la permanenza di questi ragazzi in un sistema che il più delle volte li riporta al punto di partenza sembrano un nonsenso di fronte alle risicate possibilità di ottenere un permesso. Intanto i soggiorni si allungano mentre faldoni e richieste si accumulano nei vari uffici. E il tempo scorre lento.