Spotify e gli smart-chic della privacy

Solo quando fa comodo


Premessa necessaria e non sufficiente alle righe che seguono è che chi le scrive non possiede alcun fondamento giuridico-legislativo. I timidi, vaghi e periferici ricordi di diritto che l’Università mi ha lasciato in retaggio sono svaniti nella foga di mestieri altri e di una forma mentis che, ne sono certo, è pronta ad articoli e commi non più di quanto un uovo sia pronto a stare erto sulla propria sommità. Potrei persino dire che mi avvicino al tema di cui in oggetto con l’approccio del fantomatico uomo di strada, se non fosse che provengo da una città che accoglie più avvocati dell’intera Francia e in cui incontrare plotoni di legali per la via è operazione quotidiana e pressoché costante, con buona pace di Pitkin e Wittengstein.

Ciò premesso, leggo, anche grazie al prezioso suggerimento di Vincenzo Tiani (l’unico RSS di cui io mi fidi ciecamente, e di cui possiedo anche una pratica versione offline), che la più che nota piattaforma musicale Spotify ha recentemente, con l’introduzione della nuova versione, implementato e modificato le normative per la privacy. “Con il tuo permesso”, si legge nella nuova privacy policy di Spotify, “potremo raccogliere informazioni immagazzinate sul tuo telefonino, come i contatti, le foto o i file media”.

La levata di scudi in favore del diritto alla privacy è stata immediata, poderosa e gustosamente sbandierata sui social media, aggiungendo un altro corollario al sempiterno concetto per il quale lamentarsi della privacy su Facebook è come combattere per la pace e scopare per la verginità. In molti si sono lamentati del fatto che la company svedese potesse rovistare fra i nostri contatti, video, foto e giroscopi di sorta. A che pro, chiedono non senza ragione gli utenti dacchè domandare è lecito, fornire informazioni così personali ad una app che fondamentalmente deve farci ascoltare musica? E insomma, fuor di metafora, ma perché pure il Jukebox deve farsi li cazzi mia?

La compagnia fornisce risposte che vanno dalla sub-app per il running alla personalizzazione delle playlist, proteggendosi sotto l’ombrello di una user-experience sempre più customizzata e meno standard. Nonostante le risposte, diverse migliaia di utenti hanno abbandonato il servizio, tagliando l’abbonamento e -come detto- lamentandosi copiosamente su social network, blog e forum. Interi decumani virtuali si sono popolati di puristi della privacy e del diritto alla libertà personale.

Scherzi a parte, il tema è di interesse mondiale e la questione della privacy è seria, anzi serissima, e possiede sfaccettature e livelli di complessità assai difficili da maneggiare con destrezza.

La mia opinione è che siamo divenuti un popolo malinformato e mal-educato (nel senso di educato male) di radical-smart-chic. Un popolo che si lamenta della privacy per moda, non perché ne conosca davvero l’interezza. Un popolo che, curiosamente, ha deciso di intraprendere la propria rivolta tagliando l’abbonamento a Spotify e poi scrivendolo su Twitter.

Siamo, e ovviamente mi ci includo, figuriamoci, un popolo che però è anche pieno di contraddizioni. Che ama la privacy quando si può unire alle crociate fittizie tardo-smanettone-finto-nerd ma che poi va al ristorante e fotografa lo spaghetto all’amatriciana e lo mette su Instagram. Che si tagga alle foto nelle feste ubriache e malconce e poi si lamenta quando al colloquio per il lavoro gli chiedono se si è divertito lo scorso venerdì. Che compra su Yoox col coupon del 30% di sconto arrivato via newsletter ma che poi quando gli chiedono la mail per comprare il biglietto su RyanAir si incazza come una cicala perché “ma come si permettono”. Vogliamo la bolletta unica e via mail da pagare su internet con Carta di Credito (perchè la fila in posta nel 2015 la fai te) poi quando ci chiamano a casa dicendoci che c’è un’offerta speciale per chi come noi fa la lavatrice alle sei del venerdì pomeriggio minacciamo di morte quelli del call center. Abbiamo iPhone, iPad, SkyGo, la bilancia della WiThings, i documenti sul cloud, il braccialetto per monitorare il sonno, l’Apple Watch, il bancomat virtuale, PayPal, Netflix, il termostato Nest, la familycard dell’Ikea, il profilo Prime su Amazon e poi, però, vogliamo la privacy.

Purtroppo, non è così che può funzionare. Noi non vogliamo la privacy, bensì una sfumatura molto personale, vanitosa, insicura e socialmente elaborata della privacy. Vogliamo o vorremmo che in questo mondo iper connesso e iper smart di noi uscisse solo il meglio, il bello e il rassicurante, ma non il tutto. E l’impressione che ne esce, da questa invettiva nei confronti della libertà personale, è una modernissima e stravagante paura e insicurezza che qualcuno possa carpire o venire in possesso di qualcosa di noi di cui ci vergogniamo, che non ci piace e che vogliamo proteggere.

E, beninteso, è una richiesta pur giusta e pur giustificata, ma chissà perché ilare e grottesca proprio nei giorni in dell’attacco hacker al sito di Ashley Madison che ha di fatto sputtanato a tutto il mondo la mappa, gli indirizzi e le frequenze di utilizzo di uno dei siti di incontri “cheat” più famosi del mondo. Lo smart, la privacy, lo sharing, l’interconnectivity sono divenuti nelle nostre bocche e sulle nostre tastiere sistemi buleani sfumati e confusi, che -e questa è la verità- non abbiamo ancora imparato a maneggiare con cura.

Per questo ritengo di straordinaria utilità i corsi che lo stesso Vincenzo (esperto vero del settore) tiene nelle scuole e nei licei sui pro e i contro, giuridici e personali, dell’uso dei social media e sulla corretta interpretazione dei TOU.

Perché non si può stare in un campo di gioco senza conoscere le regole.


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