Ghost Boat

“Stavo aiutando tutte quelle persone, ma stavo aiutando anche me stesso”

Episodio 9: Dopo un anno, finalmente siamo riusciti a ottenere un’intervista con il testimone chiave al centro della vicenda della barca scomparsa. Ecco cosa ci ha raccontato.

Monica Cainarca
Jan 31, 2017 · 14 min read

Di Eric Reidy
Fotografia di Gianni Cipriano, traduzione di Monica Cainarca

Parte 9 dell’inchiesta di Ghost Boat (12345678910)

Scafista, profugo, intermediario, capro espiatorio, membro di una rete di trafficanti responsabile della scomparsa di 243 uomini, donne e bambini? Oppure un innocente, che come gli altri parenti dei dispersi sta solo cercando i suoi cari?

Non c’è una risposta univoca agli interrogativi sul ruolo di Measho Tesfamariam, uno dei nomi chiave al centro del mistero della barca scomparsa, la “Ghost Boat”. È dall’inizio della nostra inchiesta che tentiamo di ottenere un’intervista con lui.

Su di lui esistono molte opinioni contrastanti e molte ambiguità, ma un fatto è certo: Measho Tesfamariam era lì, in Libia, nel magazzino che fu l’ultima posizione nota dei passeggeri dispersi prima che si dirigessero verso la costa del Mediterraneo, nelle prime ore del mattino del 28 giugno 2014. È stato uno degli ultimi a vederli prima che sparissero senza lasciare traccia.


È passato quasi un anno esatto dal nostro primo tentativo di ottenere un’intervista con Measho. Era l’autunno del 2015 e per due mesi ho viaggiato tra la Tunisia e l’Italia per cercare di scoprire il destino dei 243 profughi dispersi. Man mano le piste da seguire si trasformavano in vicoli ciechi e le prove si rivelavano sempre più scarse, rallentando il procedere della nostra inchiesta. Eppure il nome di Measho continuava a comparire.

Era stato lui a rispondere al telefono ai parenti dei dispersi che cercavano di contattare i loro cari; c’era lui insieme ai profughi nel magazzino dove avevano sostato prima della partenza. Tutto sembrava girare intorno al suo ruolo e a cosa avrebbe potuto dirci.

Con il passare del tempo, sembrava l’unico collegamento tangibile con i dispersi: un testimone del momento prima che tutto si perdesse in un labirinto di incertezze. Forse avrebbe potuto darci delle risposte, o almeno delle informazioni che ci avrebbero aiutato nella ricerca. E soprattutto era qualcuno di accessibile, a differenza dei profughi che erano scomparsi e degli altri trafficanti che operavano in un contesto per noi irraggiungibile, nel pericolo e nel caos della Libia.

Un anno fa, Measho era in carcere a Catania. Nel 2014, un paio di mesi dopo la scomparsa della barca, aveva attraversato anche lui il Mediterraneo per raggiungere l’Italia, proseguendo poi fino in Germania, dove aveva chiesto asilo. Berhane Isayas, uno dei parenti dei dispersi, aveva contattato la polizia per segnalare dove si trovava Measho, che fu così arrestato e rispedito in Italia, dove fu poi condannato per il suo coinvolgimento nel giro di scafisti che aveva organizzato la traversata nel Mediterraneo di almeno 23 barconi di profughi (incluso quello dei dispersi) durante l’estate del 2014.

Nel dicembre 2015, mentre Measho era in attesa della sentenza, il giudice, il pubblico ministero e Measho stesso avevano accettato la nostra richiesta di intervistarlo. Così sono andato a Catania in attesa della data dell’incontro. Ma le cose non sono andate come previsto.

La sentenza ha subito ritardi tali che la nostra richiesta è rimasta impigliata nella complicata burocrazia legale italiana e la decisione del sistema giudiziario di vietare ogni intervista stampa ai detenuti, a seguito di un altro caso che non aveva nulla a che fare con la nostra indagine, ha poi congelato le nostre speranze a tempo indeterminato.

A questo punto, alla fine di febbraio dello scorso anno, l’avvocato di Measho ha deciso di presentare ricorso. Ciò significava che non potevamo più nemmeno sapere se e quando saremmo stati in grado di parlare con Measho. Così abbiamo rinunciato all’idea, tentando invece ogni altra via possibile per scoprire cosa fosse successo nella notte fatale della scomparsa della barca.

Mentre il tempo passava e restavamo senza risposte, abbiamo dovuto porci una domanda difficile: come affrontare la possibilità di non riuscire mai a risolvere questo mistero? È una domanda che ci ha tormentato per mesi, finché – all’improvviso – abbiamo ricevuto un messaggio: Measho era stato rilasciato dal carcere ed era disposto a parlare.

Finalmente avremmo potuto incontrarlo.

E così, finalmente, incontro Measho di persona: è più piccolo di quanto immaginassi, e il suo viso ha qualcosa di infantile, ma è chiaro che è un uomo con qualche anno in più rispetto a quello che avevo visto nella sua foto sorridente su Facebook. Sembra emotivamente distrutto, la stanchezza gli grava sul corpo come un peso fisico; sulle tempie e in cima alla testa i capelli corti si stanno diradando e agli angoli degli occhi si stanno formando le rughe. Ha 28 anni. È appena stato rilasciato dopo due anni di carcere.

Non è ancora libero, però: sta scontando agli arresti domiciliari, alla periferia di Catania, il resto della sua condanna a quattro anni e due mesi per traffico di persone. Alloggia in un centro gestito da un ente di beneficenza; le basse mura coperte di vegetazione che lo circondano segnano il limite del suo mondo, per ora.

In piedi sotto le luci fluorescenti della sala da pranzo dell’edificio, Measho sembra tranquillo e timido. Tiene le spalle accasciate, le mani incrociate di fronte a sé e lo sguardo rivolto al pavimento. Di tanto in tanto lancia una rapida occhiata nella mia direzione. Faccio fatica a riconciliare l’uomo dall’aria mite che mi trovo di fronte con tutto quello che ho sentito sul suo conto. Sto cercando di tenere a bada le mie aspettative su un incontro così significativo che attendo da così tanto tempo.


Ci spostiamo nella stanza che condivide con altre due persone. Measho si siede su uno dei lettini, il suo avvocato accanto a lui. Con Gianni Cipriano, il fotografo che mi ha accompagnato fin dall’inizio di questo viaggio, ci sediamo su due sedie di fronte al letto.

Sul pavimento ci sono un paio di sacchetti di plastica con dentro dei vestiti. Sulla credenza di fianco al letto c’è un crocifisso con un’immagine di Gesù accanto a una bottiglia di Coca-Cola, acqua di colonia, collutorio e gel doccia.

Fa freddo nella stanza. Measho ha addosso una giacca blu di nylon con sotto una maglietta grigia e un rosario che gli dondola dal collo. Dietro di me, la pioggia batte contro una grande finestra a grate.


Measho inizia a parlare in italiano, che ha imparato in prigione, ma passa quasi subito all’inglese, che parla altrettanto bene anche se con qualche incertezza. Mentre inizia a raccontare la sua versione dei fatti, la sua timidezza iniziale svanisce: si anima e sembra meno scoraggiato, sfoggiando anche ogni tanto un disarmante sorriso giovanile.

Ha un certo carisma ed è chiaramente intelligente. Ma quando faccio domande difficili, si muove nervosamente sul lettino; e, quando ricorda alcuni dettagli, l’espressione sul suo viso si fa cupa e il suo corpo sembra di nuovo schiacciato da un peso che lo fa sembrare subito più vecchio.

Eppure continua e ci racconta volentieri la sua storia.


È arrivato in Libia dal Sudan a metà giugno 2014. Si trovava allora con alcune delle persone che sarebbero poi finite tra i passeggeri della barca scomparsa. Non era la sua prima traversata del Sahara: era fuggito dall’Eritrea nel 2009, a ventun anni, per evitare l’arruolamento a tempo indeterminato nel famigerato servizio nazionale del Paese. A quel tempo, sognava di continuare a studiare musica come cantante e pianista per diventare musicista a tempo pieno.

Ma quel primo viaggio si trasformò in un incubo.

Fu rapito nel Sahara e tenuto in ostaggio per riscatto. Quando riuscì a fuggire, la polizia libica lo arrestò e lo mise in prigione per due mesi come immigrato illegale. Dopo il suo rilascio, trovò lavoro a Tripoli come saldatore, cercando di guadagnare abbastanza per permettersi il passaggio verso l’Europa. Ma prima che riuscisse a mettere da parte i soldi necessari, fu firmato l’accordo tra il primo ministro italiano Silvio Berlusconi e il dittatore libico Muammar Gheddafi sulla lotta all’immigrazione clandestina, che in pratica segnò la chiusura della rotta dalla Libia verso l’Europa. Così Measho tornò indietro, attraversando di nuovo il Sahara per raggiungere il Sudan, dove finì di nuovo in prigione.

Era il 2010. Measho racconta che dopo essere uscito di prigione per la seconda volta, per i quattro anni successivi prese lavori saltuari, come cercatore d’oro, autista e di nuovo saldatore. Tornò in Libia nel giugno 2014 per tentare ancora una volta la traversata alla volta dell’Europa, sostando in un magazzino al di fuori di Tripoli con diversi gruppi di altri profughi, molti dei quali finirono tra i passeggeri della barca scomparsa.

Perché era lui il punto di contatto per i familiari dei profughi dispersi? Measho conferma di essere stato lui a rispondere alle loro telefonate e a facilitare la comunicazione tra loro e il trafficante principale, un sudanese di nome Ibrahim, ma dice che stava solo cercando di aiutare delle persone che si trovavano in una situazione difficile.

“C’era un sacco di gente... che non aveva soldi”, racconta. “Ibrahim non conosce la nostra lingua. Sa solo l’arabo, e anche io parlo l’arabo. Sono stato costretto a negoziare tra Ibrahim e quelle persone che non avevano soldi”.

Ma diversi familiari con cui ho parlato hanno detto che Measho non era solo un traduttore. Sono convinti che facesse parte anche lui dell’organizzazione di trafficanti anche mentre si trovava a Khartoum, e che lavorasse per trovare i passeggeri e consegnarli ai capi. Secondo loro, era anche coinvolto nella gestione dei pagamenti. Le reti di trafficanti hanno membri in vari Paesi che si occupano di incassare il denaro dai parenti e fornire loro un codice. I parenti passano poi il codice alle persone che vogliono intraprendere il viaggio e quando queste raggiungono la Libia, confermano di avere pagato comunicando ai trafficanti la loro password. Secondo i familiari, Measho era l’uomo incaricato di ricevere i codici in Libia.

Quando gli ho chiesto se ha guadagnato soldi per l’aiuto che stava fornendo a Ibrahim, ha iniziato a mostrare un certo disagio.

“Io ero nella loro stessa situazione, ero come gli altri profughi. Avremmo fatto di tutto per aiutarci a vicenda in quel momento, perché allora la Libia era nel bel mezzo di una guerra”, dice Measho. “Non si può dire che lavoravo per Ibrahim. Stavo solo aiutando quelle persone, e stavo anche aiutando me stesso. Nessuno mi aveva dato soldi”.

Sembrava esserci una linea sottile a separare le diverse versioni dei fatti. Stavo iniziando a perdermi nei dettagli di ciò che Measho aveva o non aveva fatto e mi resi conto che stavo andando fuori pista.

Qualunque sia stato il suo ruolo, l’uomo seduto di fronte a me non era certo un trafficante di rilievo. Non ha mandato gente a morire nel Mediterraneo su barconi pericolanti. Anche nei documenti ufficiali che abbiamo ottenuto ed esaminato, i documenti dell’inchiesta che ha portato al suo arresto, Measho non è mai indicato come uno dei diretti responsabili della traversata della barca scomparsa, o di qualsiasi altra. Quelle accuse appaiono solo – a quanto pare senza fonte – in vari articoli sul suo arresto, pubblicati in seguito.

Nel peggiore dei casi, Measho è stato per un breve periodo di tempo un funzionario di basso livello in un’organizzazione di trafficanti; nella migliore delle ipotesi, un profugo in una situazione difficile che ha fatto quello che riteneva necessario per aiutare sé stesso e sopravvivere. Nel torbido mondo della migrazione clandestina, le linee – proprio come le informazioni – tendono a confondersi. In ogni caso, qualunque sia stato il suo vero ruolo, Measho è stato condannato. Sta scontando la sua sentenza.

Alcuni dei familiari dei dispersi sono rimasti sconvolti quando ho detto loro che Measho non era più in carcere, ma agli arresti domiciliari. Volevano che qualcuno fosse chiamato a rispondere per la loro sofferenza e pensavano che Measho se la stesse cavando fin troppo facilmente. Ma anche per loro la cosa più importante era quello che ci avrebbe potuto dire sulle circostanze che riguardano la scomparsa dei loro cari.

Ed è proprio quello che ero venuto a scoprire.

Secondo quanto racconta Measho, il deposito controllato da Ibrahim era un lungo e basso edificio di cemento a Tajura, una zona rurale al di fuori di Tripoli.

All’interno, le uniche finestre erano piccole fessure vicino al soffitto. Poco prima della partenza dei passeggeri poi andati dispersi, l’edificio ospitava più di centocinquanta persone, che dormivano per terra, in attesa del momento di partire.

La sera del 27 giugno 2014, altri due trafficanti portarono più persone al magazzino.

“La barca era stata riempita da tre trafficanti... uno era Ibrahim. Era il capo ", spiega Measho. “L’altro è Jamal, lo chiamavano Jamal Al Saudi, e il terzo si chiamava Jaber”.

Tutti e tre lavoravano per conto di un altro uomo.

“Il proprietario dei camion, del deposito, delle barche... il grande capo, lo chiamano Hajj El-Nasser”.

Ma El-Nasser non era lì mentre i passeggeri si preparavano a partire.


Come sappiamo, c’erano almeno 243 persone – tra cui bambini e donne, alcune in stato di gravidanza. Dopo che uno dei collaboratori di Ibrahim aveva registrato i nomi dei passeggeri per tenere traccia di chi aveva pagato, l’intero gruppo era stato caricato nel retro di un camion, stipati l’uno accanto all’altro per farceli stare tutti, spiega Measho, raccogliendo le braccia e le gambe strette al petto per mostrarmi come erano stati costretti a sedere.

L’ultima cosa che Measho ha visto è stato il camion che partiva.

Measho stesso non poteva lasciare il magazzino; solo Ibrahim accompagnava i profughi alla spiaggia. Measho dice che secondo lui il porto di partenza era Al-Khums, circa 100 km a est di Tajura. Almeno, è da lì che Measho stesso si sarebbe poi imbarcato alcuni mesi più tardi per raggiungere l’Italia.

La cosa frustrante è che Al-Khums è appena fuori dalla zona che avevamo preso in esame per la nostra ricerca delle immagini satellitari della costa, il che potrebbe essere un altro motivo per cui eravamo rimasti a mani vuote. Ma Measho non può essere sicuro al cento per cento che la barca scomparsa sia partita dallo stesso porto. Sa almeno se i passeggeri si siano mai imbarcati?


Risponde che non può esserne certo.

“Non posso dire nulla perché non ne so nulla, ma Ibrahim ha detto che la barca era partita. Queste sono le uniche informazioni che ho. Ibrahim mi ha detto che la barca era partita alle 3 del mattino”.

Nei giorni e nei mesi successivi, Ibrahim disse un sacco di altre cose ai familiari – e a Measho – prima di interrompere ogni comunicazione.

Prima aveva detto che la barca era giunta a destinazione; poi che la polizia aveva trovato dell’hashish a bordo e arrestato i passeggeri, e che era quello il motivo per cui non erano stati in grado di contattare i loro parenti. Le bugie continuavano ad arrivare e circolare con il passaparola: forse erano finiti in Tunisia; forse a Malta o in Egitto; forse erano stati venduti come schiavi.

Mentre Measho mi racconta la sua versione di tutta la vicenda, una cosa mi colpisce: quelle ipotesi sono le stesse che avevo sentito fin dall’inizio della nostra inchiesta, nel gennaio 2015. Measho, pur essendo così vicino al centro del mistero – era lì con i passeggeri appena prima della loro partenza per imbarcarsi – è sostanzialmente nella stessa posizione in cui ci troviamo noi stessi e chiunque altro abbia indagato sulla scomparsa della barca. Nemmeno lui sa davvero che cosa sia successo; e nemmeno i dettagli in più che conosce ci possono portare più vicini a una risposta.


Alcuni dei familiari dei dispersi dicono di essere convinti che Measho stia mentendo e in realtà sappia più di quello che sta dicendo. Non posso essere sicuro, così torno a visitarlo di nuovo la mattina seguente.

Insisto di nuovo su alcune domande, provando a formularle in modi diversi. Ma se c’è dell’altro che sa, non ha intenzione di dirmelo – e non è chiaro che cosa avrebbe da guadagnarci a tenere dei segreti a questo punto. Mi sembra sincero e persino arrabbiato per l’assenza di risposte. È una vicenda che ha toccato anche lui da vicino: suo cugino era sulla barca scomparsa. Anche lui, come gli altri parenti dei dispersi, vuole sapere cosa sia successo.

“Quel giorno, non posso dimenticarlo: il 28 giugno 2014... Non posso dimenticare quella gente”, dice Measho con la voce rotta dall’emozione.

“I nostri familiari non possono essere scomparsi così, senza lasciare traccia. Non riusciamo più a dormire pensando a loro. Non riusciamo più a dormire senza sapere [cosa sia successo a] quelle persone. Se avessero trovato dei cadaveri, avremmo una conferma che la barca è affondata. Ma tutto è possibile, perché non sono stati mai ritrovati i loro corpi in mare. Questa è l’unica barca scomparsa in questo modo: senza lasciare alcuna traccia, senza lasciare prove e informazioni, senza lasciare nulla”.

Avevo sentito le stesse parole dai familiari dei dispersi, all’inizio della nostra inchiesta.

Chiedo a Measho come posso fidarmi di quello che mi sta dicendo. Mi dà il nome di suo cugino e lo controllo sul manifesto dei passeggeri che abbiamo. Il nome è tra quelli dei dispersi.


Invece di chiarire il mistero, l’intervista ha complicato ancora di più il quadro. Abbiamo qualche informazione in più – l’ubicazione del magazzino, altri dettagli sul giro di trafficanti, nuovi nomi – ma ora abbiamo nuove incertezze sulle parti soggettive della storia e ancora nessuna risposta alla domanda più importante: cosa è successo?


Mentre l’intervista sta per concludersi, Measho appare esausto. Il suo avvocato è andato via prima per un appuntamento e ora Measho siede sul lettino da solo.

Non gli è permesso usare internet e può ricevere telefonate solo dai familiari. Gli chiedo che cosa fa nel tempo che ha a disposizione.

“Passo il mio tempo a pensare a niente...”, dice. “Penso alla vita che ho perso. Penso alla mia famiglia... non so se riuscirò a rivederli. Ho perso la capacità di fare qualsiasi cosa... Mentalmente, sono distrutto”. I suoi occhi si riempiono di lacrime.


Molti dei familiari dei dispersi vorrebbero una pena più severa per Measho. Non crederanno alla sua storia e diranno che nasconde la verità per proteggere sé stesso.

Io non so cosa pensare. Sono scettico su alcuni dettagli della sua versione dei fatti, ma nel mio colloquio con lui nulla sembra indicare che nasconda altre verità più oscure. Se mai, sembra avvilito e sulla difensiva solo per proteggere sé stesso.

Sono deluso dal fatto che parlare con Measho non abbia aperto nuove piste per le nostre indagini, ma dopo aver lavorato su questa storia per tanto tempo, non è uno sviluppo inaspettato. Quando si è finalmente presentata l’opportunità di parlare con Measho, era qualcosa che dovevo fare, perché c’era sempre una possibilità che ci avrebbe portato da qualche parte. Ma quando è arrivato il momento dell’intervista, le mie speranze di avere grandi rivelazioni si erano già ridimensionate.

Per i familiari, tuttavia, era una nuova fonte di speranza.

“Quando hai detto che lo avresti incontrato, ho solo sperato di sentire cose nuove o che ci potessero portare a un nuovo capitolo”, dice Yafet Isaias, l’uomo la cui storia mi ha coinvolto per la prima volta in questa inchiesta. “Non so che [altro] possiamo fare”.

Non lo so nemmeno io, ma so che dovevo affrontare la domanda difficile che è stata al centro di questa storia dall’inizio: come andare avanti con la tua vita senza sapere se i tuoi cari sono vivi o morti? Come affrontare la possibilità di non riuscire mai a scoprire cosa sia successo? Questa è la domanda che mi aveva tormentato tutta l’estate – e il motivo per cui avevo bisogno di tornare al punto in cui tutto è cominciato.



Questo articolo è stato scritto da Eric Reidy e curato da Bobbie Johnson, con la direzione artistica di Noah Rabinowitz. Fotografia di Gianni Cipriano per Medium.

Medium Italia

La pubblicazione di Medium in italiano.

Translated from original by Monica Cainarca.

Monica Cainarca

Written by

Translator, editor, dreamer • formerly translator and editor for Medium Italia

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