

Terrorismo, psicosi e controllo
La confusione sotto il cielo
Grande è la confusione sotto il cielo. I terribili fatti parigini di venerdì sera hanno procurato all’Occidente intero una reazione di orrore, sgomento, paura. Si tratta a un certo grado di una risposta fisiologica normale: pochi attentati della recente storia europea hanno provocato tante vittime e la modalità degli attacchi ha costituito una novità assoluta. Ancor più del precedente massacro coordinato da jihadisti su suolo francese i cui obiettivi rispondevano a una certa prevedibilità simmetrica etnica e ideologica (il giornale satirico Charlie Hebdo e il supermercato kosher) stavolta la creatività mortifera degli jihadisti è riuscita, seminando caduti in luoghi generici frequentati da generici parigini il venerdì sera, a ottenere lo scopo primario di ogni terrorista: il caos. Ovvero la sensazione diffusa di non essere al sicuro mai e in nessun luogo, l’imprevedibilità, lo slogamento della morte violenta da ogni criterio anche perversamente razionale. A rendere allucinanti e orrorifiche le carneficine sparse dal gruppo di Abdelhamid Abaaoud — oltre ovviamente alla lettera del massacro di innocenti — è proprio il portato simbolico. Il nuovo terrorismo Daesh non colpisce i monumenti, i simboli dell’Impero, le cariche istituzionali ma i bar, i ristoranti, le sale concerto, gli stadi, quella che è stata ribattezzata “Generazione Bataclan”. Il nucleo ideologico, l’opposizione radicale del terrorismo fondamentalista agitata a modo di spauracchio verso noi occidentali è stata espressa nella sua forma più concisa e incisiva nel comunicato di rivendicazione delle stragi di Madrid organizzate da Al-Quaeda nel 2004: “You love life, we love death”. La sfida culturale sana, doverosa (e, aggiungiamo, meravigliosamente francese sulla linea anarco-libertina) al Califfato, altrettanto concentrata in slogan si può trovare in un biglietto appoggiato sul selciato di Place de la Republique nel memoriale improvvisato alle vittime.


Ragione imporrebbe, superato lo shock iniziale, di rispondere agli agenti del caos con l’arma del Logos. Ricordiamo le parole del premier norvegese Jens Stoltemberg all’indomani della spaventosa strage di Utoya, anch’essa di matrice identitaria seppur di segno opposto, attuata dall’estremista di destra, bianco caucasico e anti-Islam Anders Breivik: “Nessuno distruggerà la nostra democrazia e il nostro impegno per una società migliore. La nostra risposta alla violenza sarà ancora più democrazia, più apertura, più umanità”. Lo stesso afflato umanista e raziocinante mantenuto saldo in tempi torbidi è riecheggiato in molte reazioni a caldo di cittadini parigini, tra cui questa magnifica signora. Tuttavia presto lo stato di allarme perpetuo e diffuso ha preso il sopravvento. Nel weekend successivo ai fatti sono state annullate per motivi di sicurezza alcune amichevoli tra nazionali di calcio ed è cominciato lo stillicidio di terminal aeroportuali chiusi per pacchi sospetti, per fortuna sempre a vuoto. In questo momento un allarme che pare purtroppo, a detta delle autorità belghe, concreto e imminente sta letteralmente paralizzando Bruxelles. Tuttavia per apprezzare l’entità del fenomeno è utile scendere nel dettaglio della cronaca minuta e quindi italiana — fermo restando che nulla esclude stia accadendo lo stesso altrove. Incontabili le linee del metro chiuse tra Milano e Roma in una settimana, le autostrade bloccate, le piazze circondate da artificieri per sacchetti della spesa abbandonati. Reazioni scomposte da terrore e eccesso di precauzione in un momento certamente delicato. Ma c’è di più. Le notizie tragicomiche come l’avvistamento di Abdeslam Salah all’Auchan di Mestre e il sedicente uomo armato di fucile che si sarebbe fatto una passeggiata all’ospedale San Giovanni di Roma per poi smaterializzarsi mostrano un inequivocabile sintomo clinico della psicosi paranoide: le allucinazioni.
Si definisce psicosi “una tipologia di disturbo psichiatrico, espressione di una severa alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo, con compromissione dell’esame di realtà, frequente assenza di insight, e frequente presenza di disturbi del pensiero, deliri ed allucinazioni”. Dalla psicosi discende un’errata lettura della realtà. È sufficiente la paura a spiegarla? No, perché la paura è un meccanismo difensivo evolutivamente vincente che consiste nell’attivazione di contromisure fisiologiche (adrenalina, potenziamento sensoriale, impulsi rapidi e non mediati all’apparato muscolare) nei confronti di una minaccia. La paura è il dispositivo per cui l’uomo delle caverne si riparava per difendersi dalle tigri dai denti a sciabola. È il dispositivo per cui evitiamo di farci paracadutare a Raqqa, che è una decisione sensata. Tuttavia la possibilità statistica di cadere sotto i colpi di un terrorista jihadista è razionalmente bassissima, prossima allo zero. Specialmente all’Auchan di Mestre. In questo caso la psicosi non soltanto procura ma è a sua volta generata dall’incapacità di leggere i fenomeni per mancanza di know-how: informazioni e dati. “Knowledge is the antidote to fear” scrisse un poco ascoltato Ralph Waldo Emerson. È difficile stabilire se il livello spesso infimo del giornalismo e del discorso politico siano tarati per massimizzare la raccolta di condivisioni e consenso tra un pubblico che chiede semplificazioni dualistiche, storie strappacuore con protagonisti animali e hashtag prêt-à-porter o se i media e la politica siano responsabili del neomedioevo digitale oppure, meglio, quando e dove individuare la scaturigine del circolo vizioso. È anche vero che l’informazione di ottima qualità è addirittura sovrabbondante grazie ai potenti mezzi del web 2.0 e basterebbe un minimo di educazione all’uso del mezzo e alla complessità per preferire, ad esempio, Guardian.co.uk ai meme che girano su Facebook.
Nella percezione comune sembra che i criminali Is siano demòni usciti chissà come da un buco nel terreno — e quindi, naturalmente, fanno ancora più paura. Certo è che l’ignoranza assoluta in fatto di geopolitica, storia recente, sociologia e anche geografia del cittadino medio ha prodotto in questi giorni fenomeni paradossali come quello delle “cronobufale” il quale ha evidenziato serissimi e diffusissimi problemi di analfabetismo funzionale (leggere le date in cima agli articoli), memoria (ricordare eventi di enorme impatto globale accaduti pochi mesi prima), soglia d’attenzione (leggere un articolo fino in fondo). E anche di autocoscienza (l’automatismo pavloviano della condivisione sull’onda emotiva priva di verifiche razionali) il che innesca armi di manipolazione di massa. Insomma, la prossima volta che vorrete esprimere un’opinione non inquinante su Daesh, il Medio Oriente e i fatti parigini, accertatevi di aver letto almeno questi articoli. L’autocrate, corrotto, invasore, genocida, omofobo presidente russo Vladimir Putin ha la sua chance di riaccreditarsi come paladino dell’Occidente sganciando bombe “per Parigi” sul quartier generale Is di Raqqa e regalando un cagnolino sostitutivo alla Gendarmerie ma da tempo ha già conquistato il popolo del web grazie all’immagine virile e alle esibizioni muscolari che promettono di disgregare la complessità in una vampata machista di testosterone e pubblicare inneggiando al tiranno russo meme con minacce generiche rivolte a al-Baghdadi o l’allucinante video (per altro precedente due settimane all’attentato, vedi cronobufale) dello jihadista “polverizzato”. Un scontro tutto freudiano tra kalashnikov e missili fallici.


Incidentalmente, oltre a impedire la comprensione delle dinamiche in atto, la psicosi generata da paura irrazionale e ignoranza alimenta a sua volta il caos, il collasso delle strutture della convivenza civile, le suppurazioni razziste ovvero fa il gioco dei terroristi come prova un importantissimo articolo uscito sul Guardian che cita fonti di prima mano. Come fa il gioco dei terroristi (ed è profondamente disumano e contraddittorio rispetto all’enunciazione eticamente più alta della civiltà occidentale: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) dichiarare lo scontro di civiltà, respingere i profughi che fuggono in gran misura proprio dall’Isis e spingere verso la polarizzazione identitaria. Tuttavia non solo il Califfo ha da guadagnare da questo stato di cose. Il cambio di status degli individui da sudditi a cittadini avvenuto con la Rivoluzione Francese e la conseguente instaurazione di repubbliche e monarchie costituzionali ha comportato la cessione di una quota di libertà in cambio della sicurezza garantita dall’ordine costituito e della possibilità di godere dei diritti civili. La carta d’identità che noi consideriamo una specie di fatto naturale e immutabile, intrinseco alla vita come le stagioni e la pioggia è in realtà un’invenzione recente, novecentesca e fu introdotta in Italia proprio dal fascismo. Nulla ora ci appare più terrificante dell’essere privi di documenti e quindi della possibilità di dimostrare un’identità — paradossalmente uno strumento di controllo è anche uno strumento di garanzia contro gli abusi del potere: immaginate di essere arrestati per errore — ma la loro introduzione ha segnato la morte dell’apolidia ottocentesca.


Tuttavia tutti o quasi siamo d’accordo sull’opportunità di devolvere una porzione ragionevole dei nostri guadagni in cambio di welfare o che le forze di polizia possano compiere intercettazioni telefoniche e ambientali al fine di catturare pericolosi criminali. La questione è: quanta libertà siamo disposti a sacrificare in cambio di sicurezza? Fino a quale punto il Leviatano è autorizzato a inferire nella sfera privata, ovvero quella che non concerne la dovuta regolamentazione dei rapporti tra individui? E anche: sacrificare la libertà genera maggiore sicurezza o piuttosto maggiore controllo? Sembra che la bulimia nell’intercettazione dei dati informatici sia al contrario e paradossalmente una delle concause della carneficina parigina: troppi dati raccolti automaticamente e processati attraverso algoritmi, impossibile l’elaborazione da parte di agenti umani in grado di valutare il peso specifico di ognuno. Noi europei guardammo con disprezzo e spocchia i barbari americani permettere a George W. Bush di estendere il “Patriot Act”, la più massiccia e capillare sospensione dei diritti individuali in un paese democratico degli ultimi anni, ma stiamo avviandoci nella stessa direzione. Quando l’intelligence fallisce e il danno è fatto seguono inevitabilmente e doverosamente operazioni di polizia atte ad assicurare e rassicurare la popolazione e il territorio nazionali e europei. Tuttavia il presidente Hollande parlando significativamente da Versailles ha preferito edificare un apparato simbolico e muscolare e promettere vendetta più che soluzioni, lasciandoci orfani dell’esprit de finesse et de géométrie che è spesso stato un tratto distintivo della politica francese, si prenda a esempio l’ex primo ministro di Chirac, Dominique de Villepin.


Nello stesso discorso François Hollande ha chiesto un’estensione indefinita dello stato d’emergenza con conseguenti poteri speciali extra-diritto a polizia e servizi segreti e promesso aggiustamenti alla veneranda Costituzione gollista del 1958 in ottica di guerra anti-Daesh. Ovviamente si spera che tutto ciò serva quanto meno a smantellare cellule jihadiste, per quanto la storia recente post Charlie Hebdo e conseguenti tentativi di sorveglianza di massa non faccia sperare per il meglio. Certo, invece di accompagnare il ripristino della normalità (accompagnata da necessarie tutele di polizia) in una nazione comprensibilmente sotto shock la spingerà verso una società ipercontrollata, paranoica e in stato di guerra perenne dove i margini d’arbitrio del “potere” nei confronti dei cittadini si allargheranno indefinitamente. Ovvero in quella America post 11/9 di George W. Bush che proprio i francesi, forti di un dna nazionale libertario, rivoluzionario e illuminista, avevano criticato con maggiore fermezza. Come è discutibile l’utilità e l’opportunità di un bombardamento di rappresaglia privo di strategia e coordinamento militare e politico globale.


Non si tratta di una questione esclusivamente francese ma europea. La direttrice orwelliana è stata ratificata nella riunione dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei 28 paesi svoltasi a Bruxelles il 20 novembre, l’ennesima e forse definitiva pietra tombale sull’idea di Europa Unita come avanguardia di libertà e superamento dei nazionalismi scaturita dal Manifesto di Ventotene, concretizzata grazie al trattato di libera circolazione di persone e merci firmato a Schengen nel 1995, minata da una prassi di governo europeo molto finanziaria e poco politica e definitivamente affossata dalle proposte di modifica di venerdì scorso che di fatto ripristinerebbero le frontiere interne e per di più costruirebbero la “fortezza Schengen”, formula sbandierata con orgoglio pur essendo paradossale e terrificante, fatta apposta per esasperare il clima di psicosi e accerchiamento entro i confini europei e la disperazione tra i migranti.
Governi che non aspettavano di meglio che un evento tragico e di immenso impatto emotivo per legalizzare i programmi di raccolta incontrollata di dati e sorveglianza massiva come quello inglese di Cameron e altri che vorrebbero emularli hanno immediatamente annunciato un giro di vite a tempo indeterminato nei controlli e sulla libertà di movimento e nei dispositivi di sorveglianza e data storage, non soltanto nei confronti di coloro sui quali grava un ragionevole sospetto di radicalizzazione islamista ma esteso a qualunque cittadino UE. Nel nostro piccolo abbiamo anche dovuto subire l’onta di essere minacciati da Angelino Alfano di “misure gravi ma necessarie”. Mentre sciacalli come Matteo Salvini, superando in irresponsabilità perfino Marine Le Pen, cominciavano alle prime, confuse notizie provenienti da Parigi a invocare pogrom e guerre sante alimentando il clima di terrore e irrazionalità nel quale le decisioni governative di limitazione e oscuramento delle libertà individuali vengono accettate supinamente in nome dello stato di guerra e da sempre costituiscono il primo passo verso l’autoritarismo.
Spaventali e dominali. Nessuno pensa che lo Stato Islamico non rappresenti una minaccia effettiva alla sicurezza europea e mondiale e non debba essere contrastato e neutralizzato, anzitutto per i milioni di persone sottoposti in Siria, Iraq e Libia alla versione più barbara della sharia da un esercito di banditi. Semplicemente penso che lo stiamo facendo in modo inefficace e controproducente alla causa con l’effetto collaterale di favorire derive autoritarie. Posso sbagliarmi ma magari smettere di giocare a Risiko in Medio Oriente può essere più efficace nel medio-lungo periodo di emanare leggi speciali. Grande è la confusione sotto il cielo, si diceva in esergo. Mao Tse-tung, proprietario del copyright del citatissimo aforisma, continua: “quindi la situazione è eccellente”. In effetti così è ma, purtroppo per noi, solo per tagliagole e dittatori in pectore.