Brexit, il giorno dopo

Alla fine è successo. Per venire incontro alle vostre curiosità, anche a quelle più pruriginose (ma soprattutto dopo essermi stancato di ripetere sempre le stesse cose a ogni parente che mi ha scritto o telefonato) ho pensato di proporvi questa lista di domande e risposte su cosa è esattamente avvenuto nel Regno Unito la notte del 23 giugno 2016.

Una coppia di turisti del Regno Unito alla Churchill Tavern di New York guarda i risultati del referendum Brexit sulla BBC, in cui si profila la vittoria del “leave”. Manhattan, New York, 23 giugno 2016. (Andrew Kelly, Reuters)

Che è successo?

Contro ogni previsione, in barba all’opinione degli esperti o delle persone di semplice buon senso, il 52% dei partecipanti al referendum sulla membership britannica dell’Unione Europea ha votato in favore dell’uscita. L’affluenza (che sorprendentemente qui non viene comunicata all’inizio degli scrutini, né è un fattore determinante nella validità o meno del referendum) è stata circa del 75%, piuttosto alta ma non sorprendentemente alta. Gran parte del paese ha seguito col fiato sospeso i primi risultati mentre arrivavano appena dopo la mezzanotte locale. Si è evidenziato subito un divario profondo tra Londra, Scozia, Irlanda (del Nord) e resto del paese.

La distribuzione del voto Leave — Remain / BBC News

La mattina del 24 le borse sono crollate e il valore della sterlina è letteralmente colato a picco, portandosi dietro anche una buona fetta della valutazione dell’euro rispetto al dollaro.

Vi lascio immaginare la gioia dei poveri stronzi come me che hanno il fondo pensione in sterline

Il mattino successivo Cameron ha annunciato le sue dimissioni, che avranno luogo «prima dell’autunno», quando il Conservative party avrà nominato un successore, che presumibilmente diventerà il nuovo primo ministro. Anche la leadership di Jeremy Corbyn, del Labour party, è stata messa in discussione, ma fino a ora non sembra probabile che faccia il proverbiale passo indietro. I leader europei si sono riuniti in gran fretta e hanno preso atto del risultato del referendum, annunciando che le trattative condotte a febbraio da Cameron sono da considerarsi annullate e che si aspettano che il Regno Unito cominci al più presto possibile la procedura di uscita dall’Unione Europea ai sensi dell’articolo 50 del trattato di Lisbona.

OMG ho letto che potrebbero anche ignorare il referendum, che non ha valore legale!

Il Regno Unito non ha una costituzione scritta — le ultime cose scritte risalgono alla Magna Charta e alla Bill of Rights — e il referendum non funziona come in Italia: il suo valore è propriamente consultivo e non stabilisce né abolisce alcuna legge. Tuttavia, trattandosi di un paese civile e dalla lunghissima tradizione democratica, è assolutamente improbabile che il suo esito venga ignorato o disatteso.

Il risultato ha già prodotto effetti politici devastanti, nonostante le petizioni sottoscritte a destra e a manca per invalidare o ripetere le consultazioni, e si è messo in moto un meccanismo che porterà senza ombra di dubbio all’uscita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’Unione Europea.

Ma sono impazziti? Com’è potuto succedere?

Il Regno Unito è un paese molto più complicato di quanto non trapeli all’estero, e molto più complesso di quanto credono gli espatriati italiani che vivono per lo più nelle aree urbane e metropolitane, quelle che peraltro hanno votato compatte per rimanere a far parte dell’Unione. Ma UK non significa solo Londra, Edimburgo, Brighton, Birmingham, posti cioè la cui economia è uscita rafforzata dal commercio di servizi e che ha tratto vantaggio dall’enorme afflusso di immigrati, praticamente un esercito di laureati a costo zero. Esistono città come Port Talbot, Milton Keynes, Boston (Lincolnshire), Thurrock, che sono la definizione vivente della parola post-industriale, abitate prevalentemente dalla working-class bianca e britannica, per la quale la globalizzazione ha significato esclusivamente perdita di competitività delle industrie locali e la conseguente emorragia di posti di lavoro.

Facciamo spesso l’errore di credere che la popolazione dei paesi esteri sia magicamente più saggia, lungimirante e intelligente della nostra. Non è così: una popolazione impoverita da decenni di tagli e politica industriale esclusivamente votata al benessere dei pochi e delle multinazionali è anche qui facile preda di populismi e facili capri espiatori. L’inevitabile discontento è indirizzato alle elite, all’establishment, a una politica troppo concentrata su Londra e sul sud-est, sull’Europa vista come un covo di oscuri burocrati non eletti, agli immigrati che vengono qui e ci rubano il lavoro e si prendono tutti i benefit! e verso il governo conservatore. Proprio come da noi, a un referendum di grande significato è stata data una connotazione politica più immediata e terrena: votare Leave ha significato per tantissimi votare contro lo stato attuale delle cose.

Votare Leave ha significato esprimere il proprio malcontento verso una condizione di impotenza e frustrazione, dare uno schiaffo in faccia agli esperti e alla upper class che dalle sue villette a Islington ammoniva sui vantaggi del libero mercato.

E adesso che succede?

Per il momento niente. Il governo britannico deve ancora annunciare all’UE la sua intenzione ufficiale di recedere dai trattati costitutivi dell’unione, e finché non lo farà continuerà ad essere un membro, soggetto alle leggi internazionali, tra cui la libertà di movimento per i cittadini europei. Nonostante le intenzioni di gran parte dei votanti Leave, nessuno dei principali esponenti della campagna Brexit ha espresso l’intenzione di deportare parte dei cittadini europei attualmente residenti nel Regno Unito né di volerli sottoporre a ulteriore burocrazia. A dire il vero, la maggior parte dei membri di primo piano del movimento euroscettico è favorevole al raggiungimento di accordi commerciali simili a quelli che legano la UE alla Norvegia, ovvero la European Economic Area, che significa free trade e freedom of movement, ma senza partecipare al processo politico decisionale.

Nessuno ha formulato un piano su come gestire o regolamentare immigrazione e permanenza degli stranieri. Qualcuno ha affermato che sì, senz’altro verrà concessa una specie di carta verde per regolarizzare la nostra condizione di immigrati. Per ora non c’è niente di certo, e non credo che nessuno abbia completamente chiara la mostruosa mole di lavoro necessaria per divincolare la legislazione britannica da quella europea.

Molti di noi hanno ricevuto comunicazioni dalle rispettive aziende o istituzioni, lesti a comunicare solidarietà e a fornire rassicurazioni sul fatto che noialtri dobbiamo sentirci comunque i benvenuti e che nessuno sta mettendo in discussione la nostra casa e il nostro lavoro. Personalmente trovo disgustoso questo atteggiamento, profondamente british e patronising, completamente miope al fatto che aver condannato il paese alla deriva economica significa, allo stesso tempo, averlo reso molto meno attraente come paese dove pagare le nostre tasse. Vorrei ben vedere che siamo i benvenuti, visto che paghiamo a caro prezzo il nostro tributo ai revenue and customs di Sua Maestà.

Ma allora non ti costringeranno a tornare?

No, non verremo rimpatriati. Potrete continuare a fare ironia sugli italiani lavapiatti a Londra almeno per due anni ancora.

E la Scozia che farà?

Nel 2014 ha avuto luogo un referendum sull’indipendenza della Scozia, promosso dal potentissimo Scottish National Party, forza politica egemone nella Scozia post-devolution. Il risultato fu una vittoria di misura del No, spinta soprattutto dall’incertezza di lasciare il Regno Unito e il suo posto nell’Unione Europea. Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese, ha dichiarato che l’uscita dall’UE costituisce un fatto nuovo di inaudita gravità e che è suo preciso dovere difendere l’interesse degli scozzesi, che hanno manifestato in massa il proprio desiderio di essere parte dell’unione europea. La Sturgeon è stata anche l’unica politica di rilievo, insieme al sindaco di Londra Sadiq Khan a manifestare la sua gratitudine ai cittadini europei per aver scelto il proprio territorio come dimora. Il nuovo referendum è molto probabile, anche se non avverrà prima che l’SNP abbia potuto assicurarsi che, al di là di ogni dubbio, esso avrà l’esito desiderato. Quello che è sicuro è che la Scozia, insieme a Londra, avrà un ruolo determinante nella negoziazione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione, e che contemporaneamente terrà delle riunioni per sondare l’atteggiamento europeo di fronte all’eventualità di inglobare una Scozia indipendente.

Due anni fa ho manifestato la mia profonda avversità all’indipendenza scozzese, proprio per l’assurdità di negoziare un’entrata nell’Unione Europea separatamente al Regno Unito. Per le stesse ragioni, sosterrò in ogni modo possibile l’indipendenza scozzese se e quando un nuovo referendum verrà indetto.

La gente di lì che ne pensa?

Vivere a Londra significa vivere in una bolla, ce ne stiamo rendendo conto compiutamente solo adesso: viviamo nella città più metropolita e multietnica d’Europa, riceviamo stipendi mediamente doppi rispetto al resto del paese e abbiamo generalmente un’istruzione molto superiore. Quello che molti di noi hanno dimenticato o non hanno mai capito, specialmente quelli che in Italia si consideravano provenienti da famiglie proletarie o erano comunque figli di impiegati statali, è che per una grandissima parte di britannici noi rappresentiamo le elite, quelli che vivono alla grande sulle spalle dei decent people della provincial England, quelli che li guardano dall’alto in basso con le loro Boris bike e con le loro assicurazioni sanitarie private.

Molti stanno raccontando di come si siano svegliati in un paese diverso, improvvisamente xenofobo, e di come si sentano d’un tratto meno benvenuti a casa propria. Questo, sinceramente, a parte il gusto per il drammatico, non è mai successo a noialtri che viviamo e lavoriamo a Londra. Quello che invece è davvero successo è che dopo il 23 giugno ci siamo resi conto che la Gran Bretagna non si esaurisce all’interno della M25, e che le nostre ambizioni di acquistare una casa nella nostra città — costo medio di un appartamento da due vani: £500.000 — possono suonare assurde alle orecchie di un inglese della provincia, il cui stipendio medio non supera le 27mila sterline all’anno (lorde).

Per quanto sia immediato e ovvio cedere alla tentazione di ostentare la propria indignazione verso i little englanders che hanno gridato la propria rabbia verso them immigrants, il risultato che ha condotto al Brexit è una vera e propria wake up call che spero conduca a una rinnovata consapevolezza che la nostra posizione, i nostri privilegi, sono un bene che non possiamo dare per scontato e che non possiamo assumere a metro della bontà e del successo di un’intera nazione. Per quanto sia infuriato con la provincia inglese, e per quanto nulla possa evitarmi il disagio di guardarmi attorno e chiedermi chi, tra le persone che conosco, può aver segretamente votato per abbandonare lo strumento legislativo che mi ha condotto a vivere qui, ritengo che il voto abbia evidenziato il profondo malessere inglese e portato alla ribalta un problema di ineguaglianza e conflitto di classi sociali. Uscire dall’Unione Europea non risolverà i problemi del sottoproletariato inglese, e i suoi problemi torneranno ancora a turbare i sogni della politica di Westminster, quando questa surreale ubriacatura di take back control sarà passata e i soliti, vecchi problemi torneranno a manifestarsi e Bruxelles non sarà più disponibile come nemico designato.