La mia vita dentro THE ROOM, il film più brutto della storia


Alcuni mesi fa tentai di proporre la traduzione di “The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made” a diversi editori italiani, ma nessuno si mostrò granché interessato.

di Gianluca Licciardi


Oggetto: proposta di traduzione
Buongiorno,
scrivo per avere informazioni su quanto segue: la Simon & Schuster ha pubblicato lo scorso ottobre “The Disaster Artist” negli Stati Uniti. Si tratta di un resoconto della lavorazione del film di culto “The Room”, scritto da Greg Sestero e Tom Bissell; è un libro interessante, scritto molto bene, divertente e a tratti anche toccante. E il film, nonostante sia ancora poco conosciuto in Italia, ha un seguito di culto davvero notevole. L’attore e produttore James Franco ha da poco dichiarato di aver acquisito i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.
Sono in contatto con gli autori, e con l’agente Helen Manders della Curtis Brown, la quale mi ha confermato che nessun publisher ha ancora espresso interesse per il libro, e mi ha contemporaneamente suggerito di verificare personalmente se ci fossero case editrici disposte a opzionarlo.
Sto curando una traduzione ad esclusivo uso personale (sono un fan del film) e mi chiedevo se ci fosse interesse da parte Vostra di acquisire i diritti per l’Italia. In tal caso mi piacerebbe candidarmi come traduttore; inoltre, previo Vostro consenso, potrei inviare un campione del lavoro che sto svolgendo.
Resto in attesa di un Vostro cortese riscontro,
Cordialmente,
Gianluca

Eccone un estratto, nella speranza che qualche “illuminato” dell’editoria italiana mi affidi un giorno la traduzione di tutto il libro :-)

“Tieniti i tuoi stupidi commenti in tasca”

A volte è interessante vedere quanto si può scrivere male. Questa sceneggiatura prometteva di andare oltre. — Joe Gillis, Viale del tramonto

di Greg Sestero and Tom Bissell

(Estratto della traduzione di “The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made”, edizioni Simon & Schuster)


ommy!” disse Peter Anway, tutto mani sfregate e nervosismo ghignante, quando Tommy arrivò sul set. “Mr. Meurer è scontento di noi. Hai capito? Quando arriva non vuole più trovare il set del Tetto.”

Tommy prendeva sempre molto seriamente il transito di informazioni Meurer-Anway. Bill Meurer, nella testa di Tommy, rappresentava l’establishment Hollywoodiano di cui cercava così disperatamente di far parte. Così in un attimo radunò la sua (terza) troupe e annunciò, “Non è nostra intenzione agitare Bill.” Ora, invece di girare, il lavoro sarebbe consistito nello smontare il set del Tetto un pezzo alla volta.

Era la mattina del primo anniversario dell’11 Settembre. Mentre sfasciavamo il Tetto un aereo volò sulle nostre teste. Era una specie di aereo da combattimento: volava basso, sembrava vagamente un vespone, e viaggiava molto veloce. “Ok, tutti quanti,” disse. “Ci vediamo dentro. Seguitemi.”

Ci guardammo basiti, Che succede? Dentro lo spazio stipato di Birns & Sawyer era così caldo da far ribollire il sangue, eppure Tommy, una volta fattoci entrare, chiese a tutti di fare silenzio e di “ricordare la bandiera americana.” Ce ne stavamo lì, facendo del nostro meglio per stare zitti. Poi qualcuno rise. Tommy si spostò verso un’altra parte dello studio e tornò con un timer digitale che uno della troupe aveva usato durante le riprese. Tommy impostò il timer sui cinque minuti e lo mise bene in vista. “Visto che ridete,” disse, “ora resteremo in silenzio per l’America per cinque minuti. Abbiate il dovuto rispetto.” Dopo dieci secondi dall’inizio di quei cinque minuti, qualcuno rise di nuovo. Tommy resettò il timer. “Se sento ancora ridere,” disse, “cosa molto irrispettosa, facciamo altri cinque minuti. Potete ridere per il resto della vostra vita. Fate voi.”

Probabilmente furono i cinque minuti più lunghi mai vissuti. Tutti gli occhi erano fissi e molte bocche tremavano, ma nessuno voleva che quell’orologio venisse resettato un’altra volta. In qualche modo, al terzo tentativo, riuscimmo ad arrivare alla fine. Il timer giunse al termine in mezzo a numerosi rantoli, e realizzai che molti di noi erano stati costretti a trattenere il fiato per non pisciarsi addosso dal ridere.

Tommy fece un piccolo discorso al termine dei cinque minuti: “Questo bastardo di Osama è il più grande stronzo-figlio di puttana-pezzo di merda mai esistito. Crede di poter fermare l’America. Mi dispiace, Signor Osama Testa di cazzo, è impossibile. Siamo il miglior paese al mondo.” Poi incitò tutti a gridare “USA, USA!”

Cinque minuti di rispettoso silenzio seguiti da un’orgia di pugni in aria: ecco una summa abbastanza accurata del patriottismo à la Tommy Wiseau.

Di solito Tommy teneva su l’albero di Natale tutto l’anno. A volte non toglieva gli addobbi a forma di zucca di Halloween dai gradini davanti alla porta finché non sostituiva tutte le zucche vecchie, annerite e marce con nuove arancioni. La festa preferita di Tommy era il Ringraziamento, ma non festeggiava il Giorno del Ringraziamento e basta. Lui festeggiava il Mese del Ringraziamento, mangiando un intero tacchino a pranzo ogni giorno per 30 giorni. Una volta gli chiesi di questo. La sua spiegazione: “Viviamo in America. Tutto è possibile. Amo vivere la vita all’americana.”

Non ho mai avuto la sensazione che Tommy fosse misterioso per il gusto di essere misterioso. Piuttosto, è una persona incredibilmente riservata che cerca di essere meno riservata. Ma le fortificazioni emotive che Tommy ha costruito attorno a sé sono troppo radicate. Quando cerca di esprimere le parti di sé a cui sembra aver perso l’accesso, Tommy offre fantastiche e tristi storie auto-contraddittorie. Ho sentito queste storie molte volte. Una di queste inizia così:

Molto tempo fa, nelle zone più remote dell’Europa Centrale — il Blocco Comunista Europeo — poco dopo la morte di Stalin, un ragazzino, T -, nasce da una madre che lo ama. T — ha un fratello e una sorella, lui è il più giovane o il secondo più giovane. Suo padre è violento e largamente assente, alcolizzato, e muore presto, o non c’è mai stato.

Il settanta per cento della città natale di T — è stata distrutta durante la seconda guerra mondiale. Eredita incubi di questo paesaggio in rovina, di questo paese devastato. La vita è dura. La sua famiglia è povera. A volte vede soldati sovietici, le figure più vicine a quelle di un padre affidabile.

Molto presto T — diventa determinato a fare una cosa così semplice eppure così impossibile: andare in America. Va in biblioteca ogni giorno e guarda quei pochi libri sull’America che i comunisti hanno tralasciato di rimuovere dagli scaffali. T — tocca le figure. Ci vede dentro qualcosa, qualcosa che non riesce a spiegare pienamente. Lui sa di appartenere a quel mondo. Con la morte di Stalin, poco per volta, le cose nel suo paese cominciano a cambiare. Alla fine degli anni 50 al cinema arrivano i cartoni della Disney, anche se la sua famiglia è troppo povera per potersi permettere I biglietti. Nonostante ciò, il grigiore del mondo bombardato attorno a lui viene sostituito da qualcosa di più glorioso, il Technicolor.

Uno dei suoi primi ricordi è di quando stava in piedi fuori dal cinema a guardare La carica dei 101 attraverso una fessura della porta. Alla fine viene scoperto e cacciato via, ma quella notte sogna di essere tra quei piccoli cani maculati, al sicuro dentro la realtà della Disney. Di tanto in tanto, i suoi compagni di scuola riusciranno ad avere riviste americano — preziose come il cibo o il contrabbando, e li supplica di lasciargliele tenere, anche solo per un momento. Difende l’America con i coetanei e gli insegnanti che gli dicono terribili bugie sulla vita del posto che ama. Per questo, T — viene picchiato, preso di mira, deriso per essere un traditore: la cicatrice sotto l’occhio ha origine in uno di questi primi valorosi combattimenti. Americanski, Johnny Americanski lo chiamano, mentre va a scuola. Non ha amici. Va nella chiesa cattolica della sua città natale e prega che gli venga concesso di visitare l’America. Non può confessare questo peccato di voler essere diversi, di voler abbandonare la sua patria, nemmeno al sacerdote. Ha paura di essere segnalato. Si sente solo.

Da adolescente, vende poster di Marilyn Monroe, James Dean e John Wayne nella piazza della città. Forse vede in una di quelle riviste di cinema americane contrabbandate una foto di qualcosa che difficilmente dimenticherà: John Wayne in piedi fuori da quello che T — immagina sia un grande studio hollywoodiano, Birns & Sawyer. I suoi connazionali comprano i suoi manifesti, naturalmente, ma alcuni di loro lo criticano perché vende propaganda americana. A lui non importa. Nella sua testa, è già partito.

A volte si vuole essere una star del cinema. Altre volte, un musicista di rock- and-roll. Pianifica come raggiungere l’America. Lui sa che prima dovrà andare da qualche altra parte, la Germania occidentale o la Francia. Non gli piace il suono di nessuno dei due posti. Decenni più tardi dirà a un amico, disgustato, “L’America è molto meglio della tua stupida Francia, della tua stupida Germania”. Cerca di imparare l’inglese leggendo libri in biblioteca, sforzandosi di capire le parole. Fa liste di parole inglesi che gli piacciono. Forse aspetta con la madre durante la fila per comprare il pane, dicendo queste parole a se stesso : Bread. Street. Movie.[1]

Diventa un giovanotto. È forte, veloce e scaltro. Suo cugino è come lui, odia i comunisti, e non desidera altro che scappare. Chiedono in giro, indagano. Sentono parlare di una piccola città francese in cui sembra che la Polizia sia più tollerante coi clandestini. Qualcuno, dopo tutto, deve pur fare i lavori terribili che I francesi non sono disposti a fare. Lui e suo cugino racimolano i soldi necessari per corrompere le persone giuste e d’un tratto sono su un autobus. È buio. Senza dubbio ci sono molte persone su questo autobus provenienti da altri paesi comunisti, e forse T — ha la sensazione di essere coinvolto in un tentativo molto più grande di lui. Non è più solo. Altre persone si sentono come lui. Questo deve renderlo felice.

Dopo uno scalo a Berlino, lui e suo cugino scendono a Strasburgo, la città alsaziana nota per la sua cucina. Lui è all’oscuro di tutto. Gli viene detto di presentarsi al lavoro in un ristorante nel centro della città. Lui pensa di aver conosciuto bullismo e crudeltà, ma ancora non ha visto niente. Il lavoro è terribile: deve sturare gabinetti, lavare piatti. T -, più avanti, si riferirà all’esperienza come a lavoro da “mercato nero”. Mangia cibo dai piatti sporchi quando nessuno guarda. Vive in spazi bui e sotterranei. Questa non è la vita che il giovane T — aveva immaginato per se stesso quando salì su quel bus. Impara il francese. Il ristorante dove lavora si chiama L’Amour, e presto impara il significato di quella parola. Gli suona come una barzelletta.

Suo cugino viene preso e mandato indietro. T — non sa perché o come sia successo. Né T — sa perché gli venga consentito di restare. Forse alcune delle donne nel ristorante lo proteggono. Lui è un gran lavoratore, giovane e innocente, e a loro piace, forse soprattutto perché i suoi progressi con la lingua francese divertono le donne. Lo chef de L’ Amour, però, è cattivo con lui. Un giorno insegue T — fuori dalla cucina con un coltellaccio. Chiama T — “Le Rat.” Cosa ha fatto T — per meritarsi questo? Ha chiesto al cuoco se poteva concedergli la Domenica libera. T — smette di protestare quando gli diventa chiaro che che si ritroverà di nuovo nel selvaggio Est se non sta attento. Ha paura. Certe notti piange sul giaciglio ricavato in uno scantinato buio. Teme di non poter mai lasciare Strasburgo. Eccolo qui, in Occidente, a vivere nel terrore. Per il giovane T -, tutto questo non ha senso

Con il set del Tetto interamente smontato, Tommy decise di girare una scena finale sul Tetto. Nessuno ci poteva credere. Significava dover ricostruire un altro set del Tetto.

La scena che Tommy voleva girare riguardava Johnny che annuncia a tutti durante la sua meravigliosa festa a sorpresa che lui e Lisa aspettano un bimbo, ma non importa. Nessuno si stava più preoccupando della continuità o del senso. Volevamo solo finire questa dannata cosa. Così la troupe ricominciò a costruire.

Tommy aveva il raffreddore e la sua voce somigliava a quella di una rana da cartone animato. Per combatterlo, aveva bevuto mezza bottiglia di NyQuil. Per combattere l’effetto del NyQuil, aveva bevuto circa 7 Red Bull. Come risultato, Tommy aveva iniziato a sragionare. Un momento era buffo ed energico, il momento dopo se ne stava contro un muro per non cadere a terra. E farfugliava.

Il nuovo tetto non aveva bisogno di magagne da green-screen, dato che la scena della festa di compleanno notturna sarebbe stata ripresa contro un muro del parcheggio di Birns & Sawyer. Tommy voleva candele e luci di Natale ovunque. “Ci vuole roba figa,” continuava a dire. “Ci vuole stile. Voglio tanto stile.”

Mentre la troupe stava mettendo assieme il nuovo tetto, Tommy voleva girare la mia metà della conversazione al telefono con Lisa all’inizio del film. Avrebbe dovuto essere girata con me seduto in macchina, quindi suggerii di usare la mia Lumina. Tommy non voleva: non è abbastanza figa. In più Tommy non voleva girarla nella sua Benz. Assolutamente no. “Problemi con la targa,” disse Tommy. Gli feci presente che l’inquadratura sarebbe stata all’altezza del mio profilo; non si sarebbero neanche viste le gomme o lo sterzo, figuriamoci la targa. A Tommy non importava. Chiese in giro tra I membri della troupe e apprese che uno di loro guidava una grande Buick blu. Perfetto. La Buick era il prototipo dell’auto americana, ed è esattamente questo che Tommy voleva. Mi infilai dentro la Buick, che era nel parcheggio di Birns & Sawyer, e mi preparai per la scena, con Juliette fuori dall’inquadratura a recitare le sue battute.

I dialoghi di Tommy possono essere genuinamente divertenti, ma ora, con tutti gli occhi concentrati su di me seduto nella macchina parcheggiata, recitare quelle battute stava diventando curiosamente complicato. Voglio dire, chi dice a qualcuno “Oh, ehi, ora sono molto occupato” quando risponde al telefono? E chi ripete la stessa cosa nella battuta successiva? Chi, se non Tommy? Le prime riprese furono così imbarazzanti e terribili che dovetti buttarci dentro qualche battuta che faceva sembrare Mark più umano. Tommy si accorse dei cambiamenti. Quando cercavo di spiegargli perché avevo improvvisato, lui non ascoltava. “Greg,” disse, “di’ le battute. Non fare modifiche. È semplice. Mark è il migliore amico di Johnny, cosa c’è di difficile?”

Sì, dissi. Lo so già. Che ne pensi, suggerii, di dare un retroscena? Per esempio, forse Mark è un poliziotto della Narcotici in borghese o roba così, e quando Lisa lo chiama è nel bel mezzo di una sorveglianza. Questo spiegherebbe perché conserva la sua erba in una scatola della Animal Crackers sul tetto dietro un finto mattone, no? Voglio dire, se il tizio fuma erba, perché non la terrebbe nel suo appartamento come una persona normale? Un poliziotto che fuma Marijuana dovrebbe fare le cose ancora più di nascosto di così. Mark-come-sbirro spiegherebbe anche perché dice “Via libera!” dopo l’arresto fai da te dello spacciatore Chris-R. “Via libera!” mi sembra linguaggio da sbirri. Tommy mi ascoltò, ci pensò, poi disse, “Non ci piace questa roba. Io sono regista. Tu fai la scena come da copione.” (Ho riso un bel po’ quando, anni dopo, I ragazzi che realizzarono il videogioco di The Room immaginarono un retroscena per Mark virtualmente identico a quello che proposi a Tommy.)

Tornai in macchina. Sapendo che Tommy l’avrebbe odiato, ma volendo comunque nascondere la mia disperazione, decisi di indossare occhiali da sole per il resto delle riprese. Non appena li misi su, Tommy corse da me, dicendo, “No, no — Non mi piace questa roba primitiva.”

Frustrato, gettai l’enorme cellulare preistorico di Mark sul sedile del lato passeggero.

Tommy si chinò sulla macchina e mi guardò. “Sai cosa? Non la facciamo, va bene? Ti diverti a prendermi per i fondelli?”

Alla fine Tommy acconsentì a lasciarmi indossare gli occhiali “primitivi”. Penso ancora che sia dannatamente ridicolo che non venga mai rivelato nel film cosa faccia Mark nella vita, o dove viva esattamente, o perché si faccia le canne sul tetto, o perché tenti di uccidere Peter, o perché all’improvviso si metta contro Johnny verso la fine del film, o dove lui e Johnny portino Chris-R o perché faccia le cose che fa. È un personaggio senza testa né coda. In termini di caratterizzazione, Mark fa sembrare André Toulon il Paziente Inglese.

Subito dopo aver finito con questa scena Tommy ebbe un’idea per un’altra scena nuova. Poche settimane prima, prevedendo di realizzare delle foto di scena a scopo promozionale, Tommy aveva comprato degli smoking che vestivano malissimo per tutti i personaggi maschili. Il mio era così disgraziatamente largo da aver bisogno di un bagnino per indossarlo in sicurezza: stavo annegando dentro Joseph Abboud. Tommy ora diceva di volere che Peter, Denny, Mark e Johnny indossassero gli smoking mentre giocano a football. Sandy protestava. Prima di tutto, quello era l’ultimo giorno di Kyle Vogt sul set. Tommy non avrebbe dovuto usare l’ultimo posa di Kyle per girare le scene restanti di Peter? Tommy non voleva. Perché i personaggi indossano smoking e giocano a football? Per una foto da matrimonio? Una sorta di patetico addio al celibato? Tommy non lo sapeva. Diceva solo che era una “scena molto importante.” Sandy alla fine desistette, chiedendo a chi ascoltava, “Cosa diavolo gli si può dire allora?”

Prima di giocare a Football-smoking, Tommy mi disse che avrebbe voluto che tagliassi la barba. Voleva che Mark entrasse nell’appartamento di Johnny appena rasato. Lo chiamava un “momento.”

Dissi a Tommy che per nessun motivo al mondo avrei tagliato la barba.

“Ascolta, te lo devo dire, mi dispiace, ma devi tagliarla. Fidati.” Ce ne stavamo accanto al muro di mattoni fuori da Birns & Sawyer, dove voleva girare la roba del football. La donna del catering si avvicinò, e ci porse dei panini al prosciutto. Dissi a Tommy che non lo volevo, e che avrebbe potuto prenderlo. Tommy mi guardò e disse, “Ho capito cosa fai. Mi vuoi col panzone. Non vuoi che io sia attraente, così niente competizione.” Tommy diceva sul serio, ne sono certo.

Invece di controbattere su quel discorso demente, sospirai e dissi, “Non la taglio.” Mi sentivo diverso nella mia barba. Era anche un travestimento decente. Semmai The Room fosse uscito nelle sale, avrei potuto tranquillamente cambiare il nome nei titoli di testa in Greg Pestermo — o avrei potuto lo pseudonimo suggerito da mia madre, e scegliere Greg Parigi. In ogni caso, la barba era l’elemento chiave della mia strategia da anonimato per The Room.

“No,” disse Tommy insistentemente. “Devi raderti. Fidati di me.”

“Non ti ho mai detto che l’avrei fatto.”

“Ma stai molto meglio senza! Molto più giovane, molto più americano.”

Pensavo ad Amber, che era a San Diego al tempo, e a quanto odiava la mia barba. Conservava persino una mia foto pre-barba nella borsa per tenere in mente com’ero. Un ragazzo pulito e rasato avrebbe potuto essere una bella sorpresa al rientro.

Amy, la truccatrice, scese in strada per comprare forbici e rasoio. Successivamente, mentre andavo alla toilette degli uffici di Birns & Sawyer per liberarmi di Barbacus, ci rimasi di stucco quando vidi Markus, la spia di Tommy, che mi seguiva con la videocamera. Tommy voleva che mi filmasse mentre mi radevo. Il pensiero mi dava i brividi. Ancora peggio, Tommy voleva essere accanto a me, ad analizzare ogni passata di rasoio, e quindi a testimoniare l’affare fatto. Era agghiacciante come Inserzione pericolosa Vs. Tom Ripley. “Attento, fai con calma,” diceva Tommy, mentre lasciavo scendere il rasoio lungo la guancia. “Vai piano. Non tagliare. Non tagliare. Non tagliare. Non ti stiamo mettendo fretta.” Dirigeva e registrava la rasatura. Di ritorno, Sandy disse, “Hai perso dieci anni!” Speravo di no, altrimenti avrebbe voluto dire che avevo quattordici anni.

Camminare nel set dell’appartamento per il mio primo piano appena rasato e pulito fu quasi certamente il mio punto più basso nel film. Scorrendo la mia faccia nei giornalieri, è possibile individuare il preciso momento in cui i miei sogni da attore vengono giustiziati sommariamente. Dovermi accarezzare il mento mentre Johnny e Denny fanno ooh e aah sulla mia faccia appena rasata fu la scena più imbarazzante mai girata e che mai girerò. Non avevo idea del perché Tommy fosse così ansioso di girare questa scena, finché non mi chiamò Facciadabimbo durante una ripresa — proprio quella che finì per utilizzare.

Il resto della sequenza è brutta uguale. Non solo non viene spiegato il perché degli smoking, ma Tommy voleva che Peter e io arrivassimo uno dopo l’altro, che il mio suonare alla porta si accavallasse al suo, come se venissimo fuori da una pagliacciomobile per entrare subito dalla porta. Quando Tommy disse che voleva che la scena finisse con noi che facessimo la sua ridicola imitazione del pollo — agitando le braccia, dicendo “ciip ciip” — feci quasi per andarmene dal set. Alla fine feci come potevo, cioè niente. A malapena aprii la bocca; e ancor meno muovevo le braccia. C’è davvero da ammirare Philip invece, il quale fece ciip-ciip con una certa passione.

Qualche notte dopo filmammo la scena del compleanno di Johnny sul nuovo tetto. La battuta di Tommy in questa scena sarebbe stata, “Ehi, state a sentire! Devo fare un annuncio. Aspettiamo un bambino!” Dopodiché, tutti avrebbero dovuto avvicinarsi e stringergli la mano per congratularsi. Una scena molto semplice. Ma prima Tommy avrebbe dovuto recitare le sue battute. A questo punto, Tommy aveva fatto già fatto a pugni con la verità: non riusciva a ricordare le sue battute. Aveva vagato per tutto il giorno con il copione in mano, ripetendo la battuta in continuazione a se stesso o a chiunque capitasse a tiro. Sfortunatamente, tutta questa recitazione gli aveva fatto male alle corde vocali stressate dal raffreddore. Penso che fosse poeticamente perfetto. L’unica volta in cui Tommy si stava preparando adeguatamente, aveva la voce così distrutta da non poter far uscire le battute.

“Ehi, state a sentire,”, diceva, con la voce tremolante e rotta. “Devo fare un annuncio. Aspett — “, poi tossiva con esplosività tubercolare.

Quando finalmente Tommy si sentì pronto a rifare la scena, menzionò che sarebbe stato bello vedere dei palleggi a football dopo l’annuncio di Johnny — attenzione, tutto questo su un tetto. “No, no, no,” disse Sandy all’istante. “Finiremo per star qui tutta la notte con quella dannata palla. Basta football!”

Byron, un membro della troupe che più o meno apparve dal nulla per occuparsi delle motivazioni drammatiche e gli aspetti da aiuto-regia di The Room (a questo punto Sandy aveva già smesso di occuparsi di qualsiasi cosa, eccetto che della supervisione della sceneggiatura), espresse anche lui le sue obiezioni, anche se senza farsi sentire da Tommy. Byron portava un berretto al rovescio e si muoveva come il tizio dei Marine proveniente dalla Carolina del Sud che effettivamente era, ma era intelligente e astuto, con un vocione, e per chissà quale motivo, Tommy lo ascoltava. Tra lui e Sandy, Tommy fu costretto a rinunciare all’idea del football alla festa di Johnny.

Tommy finalmente riuscì a dire “Aspettiamo un bambino!” senza ispettorarsi I polmoni, dopodiché alcune riprese furono controllate nei monitor. Sembravano ridicole come tutto ciò che era stato ripreso finora. Tommy si agitò per un po’, quindi decise che il problema era che la festa non era abbastanza “figa”. Il modo in cui la scena era stata disposta, la ripresa iniziava con Johnny che se ne stava semplicemente lì. Tommy non sapeva come creare movimenti di macchina da presa dinamici — le cineprese di The Room si muovono come statue di marmo — così qualcuno suggerì di filmare Juliette da dietro, con un dolly, mentre entra alla festa. Sono assolutamente certo che Tommy non aveva mai sentito parlare del dolly. Quando gli fu spiegato cos’era, Tommy si innamorò dell’idea.

La troupe ricominciò. La dolly segue Lisa molto, molto lentamente mentre si muove nel casino della festa; vista l’idea che cerca di dare, questa inquadratura è atrocemente lunga. È come la scena del Copa di Quei bravi ragazzi, se Quei bravi ragazzi fosse stato diretto da un R2-D2 guasto. Quando la dolly si ferma e Lisa esce dall’inquadratura, Johnny entra per fare l’annuncio. Nonostante fossero state fatte tantissime prove, Tommy non riusciva mai a trovare il segno a terra quando entrava in scena. Si può vedere Tommy, nel film finito, che si guarda I piedi per capire dove fermarsi. Byron doveva parlare a Tommy durante l’intera ripresa: “Ok. Muoviti. Guarda su. No, l’hai oltrepassata. Torna indietro. Ora stai guardando in macchina. L’hai oltrepassata di nuovo. Ricomincia. E vai. Guarda su. L’hai mancata ancora. Non guardare me. Ignorami e ricomincia. Ok: Vai. Guarda su. L’hai oltrepassata.”

Uno dei rituali collettivi del pubblico di The Room riguarda questa scena. C’è un momento, proprio prima che Johnny faccia il suo annuncio in cui sembra che guardi prima giù, poi a destra e poi che saluti qualcuno. Di conseguenza, alcuni spettatori mandano un piccolo gruppo di persone verso l’angolo destro dello schermo, dove rispondono allegramente al saluto di Johnny. Quindi cosa succede in questa inquadratura? Be’, dopo così tante riprese a vuoto, Tommy sta dicendo al cameraman che è pronto, che ha capito, azione, figli di puttana. E sì, un’inquadratura in cui Tommy annienta la quarta parete facendo cenni al cameraman era la migliore a disposizione.

Ho riflettuto su quanto fosse triste la scena della festa. Avere tutti gli amici più intimi di Johnny con la futura moglie per festeggiare il suo compleanno — con un bambino in arrivo, addirittura — per Tommy rappresentava una vita da sogno. Ma era una vita da sogno in linea con quello che credeva che un americano volesse. Dopo tutto, la vita di Johnny in The Room non rappresenta un sogno per nessuno: lavorare in una banca, non riuscire ad avere una promozione, vivere in un appartamento di merda, avere una suocera ficcanaso. La vita di Johnny era quella che Tommy non poteva avere, da una parte, ma anche quella che in pochi avrebbero voluto per sé, anche se avessero potuto progettarsi da soli la vita desiderata. Tommy non conosceva quello che non conosceva dei sogni degli altri.

T — — ora si fa chiamare Pierre e spesso riceve complimenti su quanto ha appreso velocemente il suo francese passabile. La sua situazione è migliorata sotto diversi aspetti — vive in un ostello a pochi passi dalla cattedrale Gotica di Strasburgo — ma lavora ancora in un ristorante. Una freddissima sera di dicembre la Polizia di Strasburgo fa un blitz nell’ostello di Pierre. Viene spacciata droga al piano terra, ma Pierre non ne sa nulla. Viene ugualmente catturato durante la retata. Naturalmente, non ha il permesso di soggiorno, e due ufficiali lo ammanettano e lo portano alla stazione di polizia di Strasburgo.

Gli prendono le impronte e lo fanno sedere nella stanza degli interrogatori. Gli ufficiali sono puri alsaziani Franco-tedeschi e, nella testa di T — rappresentano il peggio di entrambe le nazionalità. Chiamano Pierre “Invasore dall’Est” mentre mantiene intatto il suo candore. Viene schiaffeggiato una volta, due volte, una terza volta. I poliziotti ridono. Pierre capisce che si stanno divertendo.

Gli ufficiali mettono una confessione scritta davanti alla faccia di Pierre, e gli chiedono di firmarla. Pierre si rifiuta. Ancora botte. Lo spogliano, lasciandogli addosso solo le mutande, poi parlano di roba sinistra tipo “ispezionargli il culo.” Pierre suda freddo. La stanza è malamente riscaldata. Uno dei due uomini tira fuori la pistola e colpisce Pierre alla fronte con l’impugnatura. Pierre piange. È spaventato dall’apparizione della pistola. “Forse ti uccideremo e ti butteremo in strada,”, dice l’uomo che l’ha colpito. “A nessuno importa di te, vero?”

“No,” dice l’altro uomo, mentre tira fuori la sua pistola. “Divertiamoci un po’. Giochiamo alla roulette russa.”

Pierre inizia a pregare a voce alta. “Dio, proteggimi,” dice. “Dio, proteggimi.”

“Dio non ti aiuterà adesso,” dice uno di loro. “Dio non aiuta I comunisti.”

Pierre racconta di essere cattolico e viene colpito ancora sulla fronte per l’impudenza. Ha la fronte aperta ora; sta sanguinando. Pierre fa il segno della croce.

“Ok,” dice uno di loro. Poi infila la pistola nella bocca di Pierre. Pierre ansima e soffoca. Ha la faccia umida di lacrime e sangue. Non riesce a smettere di tremare. L’uomo toglie la canna dalla bocca di Pierre nello stesso modo brusco con cui ce l’aveva infilata e gli mostra che effettivamente dentro il tamburo c’è una sola pallottola. Pierre abbassa lo sguardo e legge il nome FREDERIC sulla maglia. L’uomo capisce che Pierre ha visto il suo nome. Si china su Pierre e gli dice, in modo molto calmo, “Se dici anche solo una parola di quello che è successo, uccido te e la tua famiglia. Non ti preoccupare, li trovo.” Pierre sa che avrebbe dato la caccia a Frederic e alla sua famiglia, e che gliel’avrebbe fatta pagare per questa notte, se solo avesse potuto.

Ogni volta che Pierre descriverà questa storia negli anni a venire, si metterà a piangere. Dirà che è sopravvissuto a due giri di roulette russa, e sosterrà addirittura che uno dei due sparò contro un muro per spaventarlo, anche se è poco credibile pensare a un poliziotto che spara nella stanza degli interrogatori di una stazione di polizia.

Alla fine Pierre viene buttato in strada dai poliziotti divertiti. Cammina verso casa, si abbassa a raccogliere un pugno di neve da tenere contro la ferita sulla fronte. La Francia non è meglio ci certi stati di polizia comunisti. Sa di dover lasciare la Francia. Ma come?

Viene accolto da un gentiluomo. È tutto ciò che Pierre ha da dire in merito. “Accolto”: potrebbe descrivere almeno una dozzina di varietà di interazioni umane. L’uomo gli lascia usare il telefono, e qualche volta, gli permette di dormire nel suo appartamento. Poi, una notte, questo gentiluomo fa delle avance a Pierre, il quale ha appena riagganciato la cornetta. Il gentiluomo è nudo e offre a Pierre molti franchi per succhiarglielo. Pierre dirà poi di aver preso I soldi, di averli strappati e di averne gettato I pezzi nella faccia stordita del gentiluomo. Mentre Pierre lascia l’appartamento, vede uno specchio decorato. Si abbassa, raccoglie un pesante soprammobile dal tavolo da caffé, e lo lancia contro lo specchio, il quale va in frantumi. Come per altre delle storie di Pierre, è difficile sapere a cosa credere esattamente o cosa venga davvero detto o ammesso.

Pierre è senza un soldo. Vive per un po’ in strada, per soldi fa cose di cui non parlerà mai apertamente e che non descriverà o rivelerà. Poi apprende che suo zio Stanley, il fratello del padre scomparso nonché veterano della Seconda guerra mondiale, vive in America. Pierre, disperato, lo contatta. Può andare a trovarlo? Per favore? In una serie di negoziazioni che, Pierre dirà successivamente, coinvolgevano anche la Croce Rossa, convince suo zio Stanley ad aiutarlo. Per prima cosa, ha bisogno di soldi. Pierre si dirige a Parigi e lavora in un sexy shop nel distretto di Pigalle. Vende manette e lingerie e lava I pavimenti dei privé. A quanto pare, di Pierre scrive un giornalista su un quotidiano francese dopo averlo notato. Nell’articolo sulla sua strana e spossante vita notturna, Pierre verrà chiamato il Gufo Notturno. Per la prima volta, Pierre viene conosciuto come uno strano soggetto nella vita cosmopolita della città. In questo periodo, Pierre va a vedere un film dal titolo Rocky Horror Picture Show, ma non lo trova particolarmente interessante.

Lo zio corre in soccorso. È libero di andare in America e stare con Stanley e Katherine. Si dirige all’aeroporto Charles de Gaulle con solo un minuscolo bagaglio. Ogni sua cosa importante si trova lì dentro o nelle tasche. In qualche modo, ha avuto il passaporto francese. Ma come c’è riuscito? Di nuovo: non si sa. I poliziotti all’aeroporto non se la bevono, pensano che Pierre non sia francese. Gli chiedono di parlare francese per provarlo. “Non sono un cazzo di francese,” dice Pierre — Le sue ultime parole in terra francese.

Una volta completato il grande annuncio di Johnny, iniziammo a filmare il debutto di un nuovo membro del cast, il cui nome era Greg Ellery, il quale recitava la parte di un personaggio frettolosamente chiamato Steven da Tommy (“Mio avvocato si chiama Steven,” Tommy spiegò.) Le battute di Steven originariamente dovevano essere recitate da Peter, l’amico psicologo di Johnny, ma Tommy aveva perso Kyle Vogt, cioè Peter. Piuttosto che assegnare il resto delle sue battute ad altri personaggi già consolidati — ad esempio Mark o Denny — Tommy creò un personaggio interamente nuovo, e penso che quella potrebbe essere stata la più affascinante decisione artistica che prese mentre scriveva e realizzava The Room.

Le scene sul tetto e gli interni durante le scene della festa sono quelle dove tutto raggiunge un drammatico punto di ebollizione. Lisa ammette di aver mentito sulla sua gravidanza. Mark affronta Lisa. Johnny affronta Mark. Johnny e Mark si azzuffano. Questo è il culmine drammatico del film. Tutto quello che abbiamo visto finora ci ha preparati per questi momenti — e nel flm arriva un personaggio mai visto prima. Non sappiamo che cosa ci faccia alla festa o perché sia così infelice del coinvolgimento di Lisa con Mark. Steven è, quindi, la personificazione di The Room. Potremmo addirittura dire che The Room è un film su Steven o, anche, sulla Stevenità, una condizione nella quale le cose accadono senza un motivo chiaro, senza uno scopo preciso, in momenti felicemente inopportuni. Steven salva completamente la fine di The Room ricordandoci di quanto sia bizzarro.

La prima battuta filmata di Steven, detta a Lisa era questa: “Quando deve nascere il bambino?” Byron, guardò il monitor, poi disse, “È il peggior attore che io abbia mai visto. Chi ha scelto questo tizio?”

A dire il vero, sono stato io — e Ellery era, a mio parere, adorabilmente divertente. Era un tipo strano, ma è stata questa stranezza a renderlo così perfetto in The Room. Per la parte di Steven, Tommy avrebbe inizialmente voluto ingaggiare un ragazzo messicano che dava una mano sul set e che non parlava un gran inglese. “Va bene,” disse Tommy. “Diamogli una possibilità. Potrebbe essere un grande Steven.” Divenne chiaramente impossibile quando si scoprì che questo gentiluomo non avrebbe potuto essere un cittadino americano. Provammo, fallendo, a discutere con Tommy della convenienza a fare un altro casting in una fase così avanzata della produzione, ma lui si era intestardito: bisognava trovare il suo Steven. Mi procurai un po’ di primi piani dal mucchio e convocai una dozzina di persone. Poco saggiamente, Tommy decise di essere presente alle audizioni, che si sarebbero tenute di nuovo nel parcheggio di Birns & Sawyer. Ecco come accolse i suoi potenziali Steven: “Hai appena vinto un milione di dollari.”

La maggior parte degli attori diceva, “Come, scusi?”

Tommy scuoteva la testa. “Mi dispiace, se non siete in grado di recitare, dovete andarvene. Non interrompete la scena. Non uscite dal personaggio.”

Greg Ellery, in ogni caso, quando gli venne detto che aveva vinto un milione di dollari, reagì proprio come Tommy voleva e iniziò a esultare. (Probabilmente pensava di aver vinto davvero un milione di dollari.) “Se questo tizio ti piace,” disse Tommy, “ingaggialo.” E così feci. Ellery si presentò sul set con due giorni di anticipo rispetto alla convocazione, alla guida di una Harley-Davidson rumorosissima. Si fece presto una bella reputazione. Raccontò a una persona coinvolta nella produzione una storia che riguardava una bolla che gli spuntò sulla gamba, e che quando la scoppiò, uscirono fuori un po’ di ragnetti. Quindi era così. Dopo il suo primo giorno sul set, mi si avvicinò e disse, “Quel tizio, Tommy, è il regista? Io pensavo che fossi tu il regista di questa roba!”

Per gli interni della scena della festa — che era una continuazione della festa sul tetto — Tommy voleva tanti palloncini e, disse, un centinaio di figuranti. Riuscii a procurarmi otto figuranti con l’invitante garanzia di una paga da cento dollari al giorno più il cibo. Tommy voleva pagarli venti dollari al giorno, e niente cibo.

Il primo figurante che arrivò si chiamava Piper. Tommy insisté per convocarla di notte, cosa alquanto atipica. La aspettavo al buio fuori da Byrns & Sawyer. La vedevo alquanto esitante, quindi sorrisi e le feci cenno con la mano. Poi Tommy apparve alle mie spalle. Successivamente Piper mi confessò che il suo primo pensiero quando vide Tommy fu: Scappa, vattene via, Piper, o ti ammazzeranno. Gradualmente Piper si tranquillizzò, quando intuì che non sarebbe stata ammazzata, e rimase. Tutti i figuranti della scena della festa furono convocati così: all’ultimo minuto, di notte, e in circostanze obbiettivamente terrorizzanti. Molti se la sarebbero svignata se non avessi loro mostrato l’attrezzatura di Tommy.

Con I nostri miseri otto figuranti — uno dei quali era Amy, la nostra truccatrice — la scena della festa sembrava patetica. Uno di loro si guadagnò immediatamente l’ostilità di Tommy passandogli davanti durante una delle prime riprese. “Scusami, signorina,” disse Tommy. “Non si passa davanti alla macchina da presa. Oh mioddio! Sono le basi della recitazione! Quindi, non cercare di rubare la scena.”

Lei guardò Tommy, basita dalla sua reazione a un errore così innocente. “Che scena starei rubando?”

Tommy non ci poteva credere. “Per tua informazione, dolcezza, non sei così importante.”

La ragazza se ne andò, borbottando. “Quel tizio ha problemi di auto-controllo. Penso che sia spaventato a morte dalle donne. È un coglione, ecco che cos’è.”

Questo figurante aveva avuto a che fare con Tommy per una quantità di tempo corrispondente ad appena trenta minuti.

Le riprese erano andate avanti più a lungo del previsto, e in condizioni sempre più insidiose. Potevo annusare la fine, però. Nell’inquadratura di reazione della festa, che appare su schermo dopo l’arrivo di Johnny alla sua festa a sorpresa, mi si può vedere con lo sguardo perso nel vuoto quando invece avrei dovuto gridare “Buon compleanno!” con tutti gli altri.

“Va bene, Keanu,” disse Sandy. “Sveglia!” Ma recitare in The Room era, a questo punto, come bere gli ultimi sorsi di qualcosa attraverso una cannuccia minuscola: ci voleva uno sforzo immane e non se ne sentiva nemmeno il sapore.

[1] Pane. Strada. Cinema. (N.d.T.)


The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made

di Greg Sestero e Tom Bissell

Simon & Schuster, p. 289.


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