Treccani, Wikipedia
e l’economia del tornio

Di confronti e di sistemi di produzione


Il 6 maggio 2015 leggo un articolo di Riccardo Luna in cui anticipa la pubblicazione disponibile per tutti di circa 1.000.000 di voci dell’Enciclopedia Treccani.

Mi autodenuncio subito: io sono un wikipediano. Ho portato assieme a dei (pazzi) colleghi Wikipedia nella Biblioteca Centrale del Comune di Venezia con il progetto WikiVEZ e ora stiamo portando avanti WikiManuzio. Ora con (l’appena nata) opensensorsdata ci stiamo impegnando sull’impostazione di un modello di business che apporti contributi su Wikipedia, OpenStreetMap e Archive.

Quando ho letto

Autorevoli. Niente bufale. Niente scherzi del primo che passa in rete che magari si inventa la morte di un personaggio famoso per vedere l’effetto che fa. Il milione è un traguardo piccolo, in fondo, se paragonato all’immensita del web; ma dall’alto valore simbolico perché risponde ad una domanda che altrimenti potrebbe apparire paradossale, insensata, al limite crudele anche: che ci fa ancora la Treccani al tempo di Wikipedia

mi sono sentito come Iannacci su musical quando dice

io putacaso che sono uno che s’incazza subito al volo

e mi sono “limitato” a scrivere questo su facebook. Poi di sera mi sono rifugiato nel mio amico Milarepa e mi sono ritrovato in queste parole

avendo meditato sulla compassione e la gentilezza ho dimenticato la differenza tra me e gli altri
https://it.wikipedia.org/wiki/Milarepa#/media/File:Jetsun_Milarepa.jpg

e mi sono ristabilito e ho riflettuto.

In cosa si possono accumunare Treccani e Wikipedia? Perché Luna li compara? Perché era necessario chiudere l’articolo con una dichiarazione di Andrea Zanni, presidente di Wikimedia Italia?

Siccome non amo — nonostante m’incazzi al volo — alcune cose che ritengo i miei personali capisaldi, ovvero:

  • lo schieramento per tifo
  • i ragionamenti urlati
  • l’omologazione

ho cercato di espandere un ragionamento. L’articolo si pone apparentemente come un Argumentum ad auditores in cui si sfrutta il fatto che pochi conoscano la burocrazia di Wikipedia (si… Wikipedia è burocratica, ha un sacco di leggi ma ha un pilastro fondamentale detto Punto di Vista Neutrale) ma aldilà di questo colgo una contraddizione con il progetto di Riccardo Luna sull’innovazione.

Che innovazione?

Nel fatto che la Treccani dichiari — attraverso le parole del suo direttore Bray — che:

visto che ancora oggi il 99 per cento del nostro fatturato viene dalla vendita di volumi di carta

mi chiedo dove sia la storia innovativa che Luna generalmente (e molto bene) racconta; di seguito si sviluppa il discorso dicendo che

“Ancora oggi vendiamo volumi di carta per 50 milioni di euro l’anno” dice Bray, “un caso unico fra le altre grandi enciclopedie mondiali”. Ma è la via digitale ad essere sorprendente: perché a partire da un prodotto minore, la Piccola Treccani, è nata una vera enciclopedia online che nel 2014 ha superato cento milioni di visite;

quindi pare di capire che da un prodotto minore hanno derivato un progetto digitale che produce visite, ma che gli utili sono prodotti dalla “carta” significando che il digitale attinge a quei fondi (e quindi resta o un prodotto minore, o quanto meno, non produttivo). Di seguito l’argomento si sviluppa considerando che accanto al digitale

c’è un bel gruppo di applicazioni, alcune giocose e destinate ad un pubblico di ragazzi; e soprattutto c’è un rapporto intelligente con la rete. “È stato grazie alle segnalazioni della rete che abbiamo capito che c’era una domanda di informazioni sulla geopolitica e così abbiamo fatto un Atlante, cartaceo, che ha un gran successo

quindi ricapitoliamo:

  • Treccani pubblicherà online 1.000.000 di voci consultabili gratuitamente
  • Treccani mantiene questo progetto grazie ai proventi delle vendite dei prodotti cartacei
  • il digitale non incidendo sugli utili è uno strumento ma non un prodotto

chiariamoci: non do alcun giudizio negativo su queste considerazioni! Quello che m’interessa approfondire è l’impianto produttivo che sta dietro ad un’impresa come Treccani.

La filiera della conoscenza

Da imprenditore (ommioddio… come mi tocca definirmi…) mi trovo assieme ai miei soci ad affrontare la sfida di creare un’impresa che possa fare utili incardinandosi nel mercato della conoscenza. Dal momento che trattiamo di dati e promuoviamo e usiamo i dati aperti (mica ci chiamiamo open sensors data a caso…) siamo molto attenti alle dinamiche di fruizione dei prodotti aperti e alla loro cura. Il nostro modello è quello dell’open business e le considerazioni di Treccani le trovo molto indicative.

https://en.wikipedia.org/wiki/Knowledge#/media/File:Francis_Bacon_2.jpg

Il buon Francesco Bacone ci ha detto che “la conoscenza è potere” (si ok, in realtà l’ha detta Hobbes…) ed è verissimo quanto è vero che produrre, distribuire e mantenere la conoscenza ha dei costi molto alti.

La stessa Wikimedia Foundation ha costi di gestione elevati che si mantiene attraverso un sistema di donazioni e di raccolta fondi, e una domanda già sorge:

una realtà come Wikimedia Foundation avrebbe potuto esistere con l’impianto normativo che abbiamo in Italia?

ovvero: se Treccani ha un modello di business ancora fortemente centrato sulla carta significa che uno storico ed importante attore nel mercato della conoscenza non ha trovato un sistema per affrontare produttivamente il digitale.

Per produttivamente intendo un sistema di equilibrio tra costi/ricavi in cui sono esposte tutte le voce di spesa comprese anche quelle dei contributori, dei consulenti, dei volontari ecc ecc. Ora non so come sia organizzata Treccani e, come chiedevo sul post su facebook, m’incuriosisce molto (mi scuso per l’autocitazione)

sapere i compensi dei redattori del comitato scientifico di Treccani, e quanto ci impiegano a revisionare. Questi dati sarebbero utili per comparare su quello che accomuna Wiki* e Treccani: i contributori

non tanto per fare i conti in tasca a Treccani, ma perché ho l’impressione che il digitale — al momento — sia per loro uno strumento di analisi di mercato e uno strumento reputazionale. Ripeto (sempre meglio essere chiari): non do nessun giudizio negativo! Il dato è molto interessante perché purtroppo conferma quanto si sta verificando qui in Italia: sembra che il digitale sia un modo per abbattere i costi e che questi siano da calcolare principalmente sulle infrastrutture del digitale ma non sui servizi e le professioni.

La dinamica del tornio

Ritorno un po’ indietro alla canzone di Iannacci

che, pubblicata nel 1980, dice:

[…] Illuminismo e pastiglie al mattino a digiuno che io
mentre una vita rincorre ma a stento una Sisal che io.
Sarebbe bello che la canzonetta
dicesse assente per male incurabile
invece sei lì che mi guardi, ma poco
mi guardi come si guarda un cugino
mi guardi come si guarda un fantino
da allora tu non saluti neanche più il tornio
fai putacaso corretto il caffè.
Mentre prosegue penoso il romanzo di fabbrica io
con qui davanti ma si fa per dire
‘sto pirla di roba metallica
che scivola
invece io putacaso che sono uno che
si incazza subito al volo
perché se è vero che è roba di anni di amore
per niente, di roba metallica
e allora, e allora, e allora […]

e non posso non considerare che il nuovo tornio è la tastiera, in cui i vari (nuovi?) padroni della fibra stanno facendo passare l’idea che innovare significa abbattere i costi quando invece significa trasferirli.

A Riccardo Luna ho contestato ironicamente il progetto Digital Champion (per favore: non entriamo in discorsi si/no, buoni/cattivi/, eroi/opportunisti!) perché considero Luna perfetto per il ruolo e rimango colpito dall’impegno e attività con cui ci si dedica a titolo gratuito, ma ritengo allo stesso tempo pericolosa per l’immaginario collettivo un’associazione di persone con competenze elevate che fornisce servizi e soluzioni gratuitamente.

Se fossimo in un altro paese il concetto di civil servant sarebbe ben chiaro, ma è già un’indicazione il fatto che la voce su Wikipedia non abbia una traduzione in italiano! Allo stesso tempo sappiamo quanto importante sia, nell’impianto amministrativo pubblico, il ruolo di whistler blower perché di fatto incardina una figura di “anticorpo all’interno della macchina… qui in Italia non sappiamo nemmeno come tradurre la parola!

Quindi, tornando all’articolo sulla Treccani, emerge che la loro filiera produttiva è quella “classica” in cui un comitato scientifico valuta e valida le voci commissionate o proposte e di seguito vengono stampate e vendute in volumi. Suppongo che Treccani si avvalga di dipendenti e collaboratori e che ovviamente abbia dei costi, e sappiamo comunque che le professionalità che possono essere utili a Treccani sono di tipo “classico”. Ma se la narrazione è quella di spingere (o prendere a calci?) un Paese come l’Italia proponendo un modello economico nuovo, mi chiedo se Treccani può essere un riferimento.

Il problema che comincio a sentire da im… im… imprenditore (mi è sempre difficile!) è dove trovare personale qualificato e come reperire fondi per pagarlo. Facciamo l’esempio di un wikipediano.

Dal tornio al wikipediano

Il 31 dicembre 2014 abbiamo pubblicato il profilo del wikipediano e dando una rapida occhiata ci si accorge delle enormi competenze che deve possedere. Una figura del genere non si può (e non si deve) considerare secondo lo stereotipo dello smanettone e nemmeno del volontario, nel senso che se edita una voce per conto suo perché gli va o lo fa come passione, quelli sono affari suoi; ma se gli si chiede di contribuire su determinati argomenti senza che lui ne avesse un’esigenza o un interesse specifico… ecco… in questo caso gli si chiede una prestazione e per tale va remunerata.

Quindi io considero ogni wikipediano un professionista, una risorsa che ha già sostenuto un colloquio perché, se vado a vedere i suoi contributi (i miei, ad esempio, li considererei scarsi e di poca qualità) posso farmi un’idea ben chiara delle sue competenze e conoscenze.

Domanda: dove potrebbe trovare lavoro un wikipediano?

Domanda due: quanto verrebbe pagato un wikipediano?

Ovviamente non per caricare a raffica voci aziendali ma per svolgere ad esempio il ruolo di wikipediano in residenza.

Nel bilancio di Treccani troverebbe spazio la figura di un wikipediano? Dico Treccani ma potrebbe valere per qualsiasi altro istituto o ente che operi nel mercato della conoscenza. Se si guardano gli stipendi delle multinazionali ci sia accorge che ingegneri, sviluppatori, assistenti — a fronte di un (passatemi il tecnicismo) mazzotanto — guadagnano cifre che qui in Italia sono assurde in qualsiasi contesto, tanto più se le applichiamo all’età generalmente bassa di quei dipendenti.

Quante sarebbero le banche disposte a concedere fidi ad aziende che operano nel mercato della conoscenza? Quanti sono gli investitori che vedrebbero profittevole investire in questo mercato?

La conoscenza è potere, si diceva, ma con i miei soci abbiamo assistito ad una divertente scenetta con il notaio, quando siamo andati a costituire opensensorsdata. Il notaio inizia a leggere e già sul nome ci chiede “ma cosa vendete?”, quando poi arriva a leggere parole come Wikipedia, opendata e (dulcis in fundo) open knowledge il buon notaio si è sfilato gli occhiali (è un simpaticissimo signore di circa cinquantanni) e ci ha guardato con aria attonita e ci ha chiesto

ma secondo voi, in Camera di Commercio conoscono cosa fa e cosa è ‘sta roba di opendata e wikipedia… e non parliamo di ‘sto opennnolege!?

ecco… (poi lo sfrontato Simone gli ha chiesto brutalmente: “ma lei… a chi da il suo 5xmille?!?” ma questa è un’altra storia)

e quindi: come può essere un elemento innovativo 1.000.000 di voci online quando la filiera produttiva è ancora bloccata al tornio? Quando un ex ministro della cultura come Bray non coglie lo stridio di denti riferendosi a Wikipedia e Ethan Zuckerman, senza menzionare il cardine di Wikipedia che sta nei suoi pilastri:

Wikipedia è libera

che significa che tutti i suoi contenuti sono riusabili anche commercialmente. Pertanto, ecco il punto: quando Bray parla di modello economico e si riferisce a Zuckerman, parla del modello di advertising e del modo di come scrivere di pubblicità (lo dice al minuto 0:55 del video di RNext) che può voler dire molte cose, ma di certo che il livello di sostenibilità della produzione dei contenuti non è incardianata nella revisione dei modelli di produzione e di business, ma solo nell’impianto di promozione.

Ecco… è questo che mi preoccupa: che si continui a proporre gli stessi modelli con decorazioni diverse… Sicuramente mi sbaglio ma ho la netta sensazione che in Italia il potere non debba produrre ma saper far lavorare al più basso costo possibile.


update: sull’argomento ne ha scritto (sicuramente meglio di me) Maurizio Codogno http://xmau.com/wp/notiziole/2015/05/07/la-treccani-ai-tempi-del-web/?utm_content=bufferc5afc&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

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