Trumpologia: la scala dell’ego

La comunicazione orizzontale e dibattimentale ai tempi di Donald Trump. Tutto è sproporzionato rispetto all’esigenza del vero, tutto è ridotto alla scala dell’ego

Di Stefano Pace

La campagna presidenziale in atto negli Stati Uniti mostra l’accelerazione di un’evoluzione della comunicazione politica di cui già si avvertivano i primi segni. Si passa da una comunicazione ideologica a una che potremmo definire orizzontale e dibattimentale.

In passato, le ideologie formavano dei concetti forti ai quali i candidati si riferivano nella loro comunicazione. Le piattaforme politiche e le relative comunicazioni erano attualizzazioni delle idee soprastanti, erano realizzazioni attraverso le quali tali visioni potevano essere applicate alla realtà sociale. Si trattava di una comunicazione politica che potremmo definire kantiana, che provava a riferirsi e ancorarsi a idee più alte delle circostanze reali. Le idee politiche — entità quasi platoniche — scendevano sui contesti reali, con tutti gli aggiustamenti del caso. Era l’appello di Kennedy per spingersi verso la frontiera dello spazio, era il “tear down this wall” di Reagan.

La “purezza” dell’ideologia veniva affermata e promessa in fase elettorale, per poi adattarsi ai compromessi più o meno profondi richiesti dal realismo del governare o legiferare, mantenendo la speranza di un pieno compimento rimandato al futuro.

La crisi delle ideologie ha comportato un cambiamento nel modo di comunicare la politica. L’ideologia continua ad avere un suo ruolo importante. Tuttavia si integra un approccio di comunicazione pragmatico, in cui alla verità superiore data dall’ideologia si aggiunge una verità costruita nel dibattito fra le parti in gara nella competizione elettorale. Privi di riferimenti forti (se comparati a quelli del passato) i candidati di oggi si affidano spesso a una comunicazione più orizzontate e dibattimentale.


La comunicazione orizzontale

Ci si sgancia da ideologie superiori e ci si affida maggiormente a frasi a effetto, ben limate per essere efficaci, nate all’interno delle tecniche della comunicazione politica oltre che della politica in sé. I casi estremi di comunicazione orizzontale sono quelli di candidati che si lanciano in politica sulla base di idee poco robuste, ma accompagnate da generosi dosi di investimenti in comunicazione.

Barack Obama e Blair Hull nel 2004 [Fonte]

Blair Hull fu uno degli avversari di Obama nel 2004, quando l’attuale presidente era candidato al Senato. Hull non aveva una forte storia politica, ma era abbastanza ricco (e abbastanza annoiato, secondo alcune ricostruzioni, come quella di David Remnick nella biografia di Obama) da potersi “regalare” un seggio senatoriale. Un tracollo derivante da fatti familiari ne interruppe la corsa, ma per buona parte della campagna per le primarie democratiche statali, Hull fu il principale contendente di Obama. La campagna di Hull era orizzontale, nutrita di costosi sondaggi che nutrivano costose comunicazioni. L’inconsistenza della candidatura di Hull — rispetto a quella di un candidato, come Obama, nato nell’impegno di comunità — era abbastanza chiara per vari osservatori, ma fu comunque sostenuta dai mezzi della comunicazione orizzontale, non tenuta dai fili verticali di una storia personale di impegno politico, non guidata da convinzioni ideologiche assimilabili a quelle dei candidati classici nati nelle scuole di partito o nelle comunità locali.

Al di là dei casi estremi, comunicazione orizzontale significa parzialmente svincolata da ideologie, ma non significa necessariamente vuota di idee. È una orizzontalità nutrita dalla tecnica comunicativa, ma — nei casi migliori — è basata anche sui fatti e situazioni che sono di interesse per l’elettorato. Tuttavia, la tentazione di affidarsi alla sola comunicazione, senza un solido repertorio di idee a sorreggerla, è forte e i candidati possono adottare tale scorciatoia.

Nella comunicazione orizzontale, il candidato non è premiato perché incarna meglio l’ideologia più diffusa, ma perché sa costruire una verità contingente a vincere quelle elezioni.

È un eterno presente, in cui il ciclo di news si riduce alle poche ore di attenzione verso un contenuto breaking per poi macinare il successivo ciclo, poche ore dopo.

Trump tende ad applicare questo approccio in modo intenso. La quantità di uscite di comunicazione orizzontale di Trump è tale da mandare su di giri la macchina delle news, costantemente impegnata a indurre da quei pezzi di comunicazione il profilo di Trump e delle sue idee. Non a caso, la campagna di Trump usa molto Twitter, mezzo ideale per frammentare la comunicazione in spezzoni effimeri.

Tutto può essere focolaio di un comunicato che incendia per un attimo i giornali, per poi concentrarsi sull’evento successivo.

Un commento en passant di Trump sull’aspetto fisico di un altro candidato, un’affermazione improvvisata, un insulto buttato lì: frammenti (apparentemente) contingenti che diventano titoli di giornale e analisi politologiche. I singoli atti sono certamente sintomatici di idee soprastanti. Nessun singolo gesto va fatto cadere e deve anzi trovare la giusta eco e critica nelle news.

Tuttavia si presenta il problema di come trattare la comunicazione orizzontale ad alta frequenza. Si rischia di avere difficoltà a star dietro a ogni singolo atto e a fornire un’analisi approfondita. Come nota Nathan Jurgenson, il giornalismo è “exploitable by *speed*. Trump broke them [the journalists] simply by having 2 opposing thoughts on the same day”.

La comunicazione orizzontale mette in crisi l’analisi perché l’interpretazione verticale (secondo regole di logica e riferimenti politici classici) di una comunicazione orizzontale diventa impotente di fronte a un micro-atto comunicativo orizzontale. Questo fenomeno era ancor più evidente agli inizi della campagna di Trump. Le sue battute apparentemente estemporanee erano sintomo di semplice cattivo gusto e bizzarria o (come si è dimostrato in seguito) segno di altro? L’incertezza sull’interpretazione ha nutrito le analisi, impedendo un chiaro rifiuto della candidatura di Trump e facendola continuare.


La comunicazione dibattimentale

Ci si aggancia alle frasi dette dal candidato della parte opposta per ribattere e criticare. La propria posizione politica si forma anche sulla base di una mera comparazione rispetto alla posizione altrui. L’io politico diventa un “non sono l’altro”.

Se la comunicazione orizzontale si sgancia dalla custodia delle ideologie, la comunicazione dibattimentale si sgancia dal concetto di verità.

Non è solo il passaggio alla società post-factual, è l’esito di un approccio comunicativo. Perry Mason, con le sue indagini e la sua arte oratoria, riusciva a scoprire la verità in un dibattimento. Ma era un avvocato talentuoso e hollywoodiano. La verità dibattimentale nella realtà può essere diversa. Ad esempio, la lunga e ormai storica vicenda di O.J. Simpson, con la sua collana di deduzioni e controdeduzioni, accumulò prove a favore e contro che fecero della verità (chi era l’assassino?) un materiale non fisso, bensì malleabile e oggetto di discussione. La verità dibattimentale, quando le due parti sono tenacemente puntate a sottrarre la vittoria all’avversario, può discostarsi dalla verità.

Analogamente, la comunicazione dibattimentale genera una verità che non pretende di essere solida e a tempo indeterminato, ma valida per il dibattito di una sera, uno scambio di post sui social media, una campagna elettorale.
Febbraio 2016: Clinton… inciampa. Fatto irrilevante che nella verità dibattimentale diventa fatto indiziario… [Fonte]

Fra i materiali usati nella comunicazione dibattimentale gli errori dell’avversario diventano perle preziose. Questa attenzione spiega l’enfasi moderna data a qualsiasi gaffe di un candidato, ai retroscena speziati che in altre circostanze rimarrebbero limitati alle notizie curiose. Così ogni piccolo inciampo (anche in senso letterale…) di Clinton diventa gancio per Trump per qualificare quel fatto come indizio di altro.

Nella comunicazione dibattimentale portata agli eccessi, tutto diventa opinabile. La reazione di Trump all’intervento dei coniugi Kahn durante la convention democratica è un esempio. La verità — dolorosa — di un figlio che muore in guerra non è incassata dalla campagna di Trump per ciò che è, ossia un appello a non toccare alcune essenziali norme della convivenza civile, come il rispetto per dei genitori che hanno perso un figlio. Quella verità diventa verità dibattimentale quando viene interpretata come ennesima occasione di scambio di colpi fra candidati. Se non si può opporre nulla contro il fatto, la campagna di Trump va di lato e si chiede in modo surrettizio perché solo il padre abbia parlato alla convention. Tutto, anche un dettaglio, diventa purtroppo materiale utile per stabilire verità alternative o per ammiccare ad altro.

Il collaterale diventa centrale perché nella comunicazione dibattimentale tutto può essere indizio contro l’avversario. Nel caso della campagna del 2016, questa ricerca dell’appiglio sul quale agganciare verità alternative può raggiungere livelli di parossismo. Accade così che la salute di Hillary Clinton venga messa in dubbio da Trump, senza alcuna base di riferimento. Ben prima del momentaneo malore di Clinton a New York, Trump aveva iniziato a far circolare dubbi sulla salute della candidata democratica, come in questo caso: “ I think that both candidates, Crooked Hillary and myself, should release detailed medical records. I have no problem in doing so! Hillary?” Questa uscita genera la caccia da parte di alcuni supporter di Trump di foto di Clinton da cui dedurre chissà quale malattia o disturbo. Un esercizio di diagnostica surreale in cui si analizza se gli occhi di Clinton siano correttamente allineati. Lo sguardo non è più uno sguardo, ma una fonte di diagnosi. Così una polmonite viene impugnata come presunta prova di teoremi infondati.

Nella verità dibattimentale, tutto è sproporzionato rispetto all’esigenza del vero, tutto è ridotto alla scala dell’ego.


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