

Un posto sicuro
Di Parigi, concerti rock, terrorismo e paura ai tempi dei social network
L a prima cosa che pensi è che ti accorgi davvero di certe cose solo quando le percepisci come particolarmente vicine. Quando della morte puoi sentirne addirittura la puzza. L’odore acre e devastante della paura che si riflette sui volti come il tuo e di altre centinaia di migliaia di persone come te.
Come schizzi di sangue sulle magliette acquistate da Threadless. Pallottole che spezzano gli iPhone. Sneaker che hanno perso i piedi. Giacche alla moda dimenticate per terra, foto su Instagram e valanghe di hashtag.
Facciamo parte di un tribù. Anche se non ce ne rendiamo mai davvero conto.
Ci crediamo diversi gli uni dagli altri, ma siamo sempre più uguali. Identici.
Specchi che specchiano altri specchi, che specchiano altri specchi.
Siamo esseri umani piccolissimi, minuscoli. Abbiamo bisogno di riconoscerci come simili per riuscire a dare un nome al dolore.
Lo stesso dolore che non sappiamo quantificare quando vediamo al telegiornale scenari di attentati devastanti. E che colpiscono realtà che ci sembrano lontanissime, irraggiungibili.
Come se la geografia del mondo in cui viviamo fosse in realtà composta di universi paralleli.
Tuniche, hijab e barbe. Jeans col risvolto, crop-top e altre barbe.
Dovrebbero essere soltanto abiti, ma sembrano delle divise.
Venerdì sera ero a un concerto, come sempre. Come quasi tutti i venerdì della mia vita fino a oggi.
Sono rimasto colpito da una coppia di ragazzi. Un ragazzo e una ragazza. Invece di stare in mezzo alla calca o un pochino nelle retrovie, si erano sdraiati per terra. Dietro una colonna.
Erano lo spettacolo nello spettacolo.
Sembravano disinteressati a tutto quello che stava accadendo sul palco. Era come se fossero le uniche due persone nella venue. Come se non ci fosse altra gente intorno a loro.
Come se non ci fossero le luci, gli addetti alla sicurezza. I banchetti del merch e le transenne antipanico. Come se non ci fosse un concerto.
Come se non ci fosse neanche un locale.
Ho scattato una foto e ovviamente l’ho pubblicata subito su un social network. Perché ormai ci siamo arresi tutti: siamo quello che vediamo.
Ed esistiamo solo se comunichiamo.
Ho scattato e postato e poi sono andato avanti, molto vicino al palco, dove il telefono non prendeva più.
Era da tanto che non mi capitava di assistere un live così isolato da tutto.
C’ero solo io, il gruppo che stava suonando e le persone che avevo immediatamente vicino. Basta.
H o saputo di quello che stava succedendo in un’altra città. A un altro concerto, lo stesso venerdì, solo a spettacolo finito. E già non si parlava d’altro.
Ho dovuto aspettare che il telefono riprendesse conoscenza per capirci davvero qualcosa. In camerino c’era un computer acceso che mandava in streaming già da un pezzo Rai News 24.
Nessuno aveva ancora avuto il tempo di farsi un’opinione, su quello che stava accadendo a Parigi: ci si aggrappava alle tante, confusissime notizie che arrivavano e si continuava a ripetere tutti la stessa cosa.
La stessa identica cosa: “Potevamo essere noi”.
Facebook qualche mese fa ha lanciato la funzione “Safe Check”. Permette alle persone di fare sapere se stanno bene con un clic se sono presenti in un luogo di una tragedia. Mi ricordo che l’avevo presa sul ridere.
L’ennesimo segnale del declino.
L’altra sera mi sono ritrovato a benedire quella funzione, come se si trattasse della più grande invenzione del mondo. Ripeto quello che ho scritto prima:
Ti rendi conto di certe cose, solo quando le percepisci come davvero vicine. E sì, potevamo essere noi.
I n questi giorni sta girando tantissimo un video estratto da uno spettacolo di uno stand-up comedian americano. È un video dedicato proprio al tipo di reazioni che si hanno sui social. Proprio quando accade una tragedia del genere.
Secondo il comico il cordoglio trasmesso su Facebook non è altro che la dimostrazione di un disperato bisogno di attenzione.
Siamo così abituati a vederci in vetrina che quando vediamo il nostro ego oscurato dagli eventi ci sentiamo in dovere di partecipare.
“Cosa se ne fanno le vittime delle vostre preghiere e dei vostri pensieri? Niente, assolutamente niente.”
Ha ragione lui, ovviamente. Non amo affatto quel tipo retorica diffusa a colpi di hashtag, disegnetti, e meme. Continuo a pensare però che questo tipo di cose facciano meno danni del cinismo travestito da scarcasmo e della sferzante ironia. Delle analisi politiche buttate giù in quattro minuti e delle invettive scritte con la pancia accesa e il cervello spento.
Odio il buonismo più come parola che come concetto. Perché il concetto, secondo me, vuol dire tutto e vuol dire niente. Ma quella parola invece viene usata molto spesso come scudo da chi vuole giustificare un suo comportamento intollerabile. Nelle ultime trenta ore mi è capitato di leggere tutto e il contrario di tutto.
Ho visto persone invocare lo sterminio. Ne ho viste altre salire immediatamente sul carro dei politici sciacalli. Ho visto gente fare ironia sul gruppo che suonava sul palco del Bataclan. E ne ho visti altri stigmatizzare il dolore altrui. Cercando di portare l’attenzione su altri eventi simili accaduti in altre parti del mondo. Cosa giustissima, ci mancherebbe. Ma che spesso sconfina nel benaltrismo.
Anche una tragedia diventa una scusa per mostrarsi più smart, più furbo e alternativo degli altri.
È così che ancora una volta ci si ritrova a fare esattamente quello che ha raccontato quel comico nel suo show. Non è il sarcasmo a rendervi meno attention whore. Fatevene una ragione.


Siamo sopraffatti dalle opinioni. Crediamo di discutere. Ci illudiamo di essere parte attiva di un confronto, ma in realtà finiamo sempre per scontrarci alla maniera in cui si scontrano i tifosi.
Non vogliamo dialogare davvero, vogliamo solo vincere.
Lo scontro di civiltà di cui tanto parlano i giornali è qualcosa che esiste in primo luogo nelle nostre bacheche di Facebook. Lì dove per civiltà si intende il nostro incredibile e incontrollabile ego. Tutti contro tutti. Sempre.
Non siamo tanto diversi dai giornalisti dei quotidiani che scrivono “Aquile della morte metal” quando riusciamo a fare polemica anche su gruppi musicali costretti a cancellare i tour (nel caso di Foo Fighters e U2, tour che avevano il grosso delle date di questi giorni in Francia. Un paese in stato di allarme rosso e in cui le adunate di quel tipo sono state vietate da qui a data da destinarsi).
La retorica della musica che non deve fermarsi come risposta al terrore è bella. Bellissima. Condivisibile. Ma è condivisibile anche cercare di non mettere le persone in situazioni di pericolo.
Eppure io non mi sono mai sentito al sicuro come a un concerto o a una serata di club.
In quello strano mondo popolato da promoter, dj, tecnici, musicisti, driver, merchandiser, giornalisti, fotografi e pubblico ho trovato un’altra famiglia oltre la mia famiglia biologica. Ho la fortuna di poter girare spesso l’Italia, e non solo, per concerti ed è come se avessi un sacco di case sparse ovunque.
Mi capita di entrare nei locali quando è ancora l’ora di pranzo e uscirne che è già quasi mattina e ogni volta è come vedere un mondo che prende vita.
Ricordo le volte in cui ho assistito dal palco all’apertura dei cancelli. Come alcuni dei momenti più emozionanti di tutta la mia esistenza. Con tutta quella gente che corre a prendere il posto alla transenna.
Ho visto stanzoni trasformarsi in astronavi e le astronavi trasformarsi in una festa. Ai concerti ho riso, pianto, ballato e cantato. Sono stato benissimo, come anche malissimo, ma non mi sono mai sentito fuori posto.
Per questo quello che è successo venerdì fa più male di tutte le altre volte.
Per via di quel “potevamo essere noi” che continua ad aleggiare sulle teste di tutti e che ci tornerà in mente ogni volta che andremo a un concerto, a un festival, o a una serata danzante. Perché ci torneremo.
Eccome se ci torneremo.
Ci torneremo. Anche se ho la sensazione che la nostra vita cambierà sensibilmente. A preoccuparmi più del terrorismo e della guerra — parola orribile e che non andrebbe usata con questa facilità– è la reazione che scaturirà da questi eventi. Perché niente mi toglie dalla testa che l’Europa che si è svegliata questa mattina sia un’Europa peggiore di quella di qualche giorno fa. Un’Europa in cui la chiusura mentale spaventa di più del blocco delle frontiere.
Un’Europa che ritiene necessario reagire con la forza e che si fa scudo dei peggiori conservatorismi. Spacciati come alternativa alla paura.
Siamo cresciuti con l’idea che saremmo diventati grandi in un posto in cui le frontiere avrebbero avuto un senso e un significato relativo.
Più andiamo avanti e più ci si chiede di innalzare muri, barriere e fortini.
Quello che è successo al Bataclan, quello che succederà ora, spingerà la gente a chiudersi in casa. A cambiare le proprie abitudini, e isolarsi sempre di più.
Potevamo essere noi. Possiamo sempre essere noi.
Ed è per questo che non dobbiamo smettere di vivere come abbiamo sempre vissuto.
Lo speciale sull’attacco a Parigi del 13 Novembre 2015:
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