Illustrazione Juan Julien

Una breve analisi del nostro terrore

Per capire gli attentati terroristici del 13 novembre a Parigi

di filippo rosso
illustrazione di Juan Julien


Per capire quanto gli attentati terroristici di Parigi (e in generale sul suolo occidentale) funzionino è sufficiente riscontrare una certa dose di panico diffuso nella popolazione colpita. Ovvero avere una misura di quanto le nostre reazioni siano disordinate.

Ieri ho ricevuto notifica di conoscenti che si trovavano a Parigi mentre scoppiavano le bombe. Hanno usato tutti il sistema di notifiche di Facebook “Safe Check”, creato dal social network per rassicurare amici e perenti in speciali casi di disastri naturali. I 129 morti, in base al primo bilancio, in una città di 12 milioni di abitanti, hanno procurato qualche centinaia di migliaia di “rassicurazioni” spedite a milioni di persone in tutto il mondo. Non male come reazione.

Gli attentati funzionano sempre agendo contemporaneamente al di sotto dei livelli di coscienza della società civile, smuovendo i nostri umori rettili, facendoci rintanare, stringendoci l’uno con l’altro come -appunto- di fronte a un cataclisma naturale del quale non abbiamo controllo; e al loro livello, mostrandoci che la nostra capacità di fornire risposte e analisi decentemente organizzate è molto deludente.

Le ripercussioni nei livelli più alti, quelle che avvengono al livello della consapevolezza pubblica, sono le uniche interessanti in un’analisi di questo tipo. Innanzitutto, ciò che colpisce è permeabilità delle forme di ragionamento alla reazione di tipo allergico che sovrasta ogni tentativo di confronto. Il rigurgito violento, che si manifesta nelle dichiarazioni di belligerenza, nell’individuazione razzistica dei colpevoli, della creazione di fortissime frontiere nell’immaginario, sembra immediatamente, tra tutte le posizioni, quella più nobile, adatta e capace di polarizzare il consenso delle persone: è il caso della solidarietà e dello sdegno come unica e possibile forma espressiva, del “o con noi, o con loro”, ovvero del fare fronte. Bisogna stare attenti alla natura autoritaria e alle implicazioni di una tale linea di pensiero.

Se dieci persone si fanno saltare in aria a Parigi, Londra, Madrid, non si è per sé dimostrato nulla; se non che esistono degli elementi o delle fazioni della società (ideologizzate o meno) che auspicano l’escalation di tensioni esistenti (o da venire). Forse, oltre che sulle specifiche posizioni di quelle fazioni, bisognerebbe porgere la nostra attenzione proprio sugli elementi di tensione che l’attentato potrebbe aver messo in luce in modo più diretto dei nostri flussi di informazione.


L o scorso 27 settembre, il presidente Hollande ha dichiarato che il suo paese, la Francia, ha iniziato (de jure) una guerra di bombe sul territorio siriano, rilevando una posizione che in Europa nessuno aveva sposato fino a quel momento ad eccezione del Regno Unito. Io non ricordo alcuna forma di sdegno, di reazione o anche solo di preoccupazione a seguito di quegli avvenimenti.

Esiste molto probabilmente una relazione tra gli attentati di Parigi e la decisione del suo Governo di attaccare un paese di religione musulmana che è teatro di un conflitto intestino tra forze ideologicamente molto dissimili tra di loro, e anche molto ostili alla presenza occidentale in Medio Oriente.

Il terrorismo è efficace nel riuscire a mettere in luce all’opinione pubblica i rapporti meno ovvi, o addirittura segreti, che avvengono nella sfera economica e delle politiche nazionali e degli establishment. Il suo messaggio principale è che la guerra unilaterale non esiste, e che difficilmente esiste un contenitore che possa confinarne totalmente gli effetti.

La reazione delle nostre società civili, che è soltanto quasi sempre lo sdegno e la solidarietà con le vittime, è una risposta a livello emotivo che riesce quasi sempre a soffocare o surrogare risposte che ci si attenderebbe di avere a livelli più consci e politici. Ed è nella sua natura istintiva (a volte in buona fede, ma spesso al contrario) cieca e falsa, perché sottende il pregiudizio che ci vede sempre vittime: il sangue dei nostri simili è sempre più rosso e caldo di quello degli altri.

Un ragionamento che a fatica prova a farsi spazio nell’overdose tutta nostra di urla, apocalissi e reazioni di insondabile animalità, dimostra più che altro che non siamo pronti ad un’analisi su noi stessi e sulle nostre azioni. I nostri pregiudizi si manifestano in un interessato, costante stupore di fronte all’evidenza che non siamo quello che pensiamo di essere, né un’Europa in pace né pacificata.