Una nuova età dell’oro dell’architettura


Lo sapevi che l’architettura è in crisi?

L’architettura si trova in una crisi così grave che recentemente se ne sono accorti anche i media. Quasi ogni giorno siamo bombardati da notizie che ci dicono che l’architettura sta implodendo! Che gli edifici contemporanei sono brutti! Che gli architetti non contano più niente! Che le facoltà di architettura non funzionano! L’apice c’è stato recentemente in Francia, dove Frank Gehry fece il dito medio alla stampa dichiarando che “il 98% di tutto quello che viene costruito e progettato oggi è merda pura.”

Mi permetto di dissentire leggermente da Gehry.
È tutta questa crisi che è una stronzata.

L’architettura sta invece per entrare in un periodo d’oro, ma per i critici e i creatori di tendenze è una vera catastrofe: il loro potere è sempre più debole mentre cresce quello del pubblico — cioè quelle persone che utilizzano effettivamente l’architettura. Questo cambiamento epocale in architettura sta avvenendo grazie ai social media.

Pensate un momento a come consumate l’architettura. Cinquemila anni fa avreste dovuto camminare fino ad una certa città per vedere un edificio. Con l’evoluzione di mezzi di trasporto sempre più veloci, il Grand Tour che tra il 17° e il 19° secolo solo le classi più agiate potevano permettersi ora è diventato accessibile a tutti. La gente ha potuto viaggiare più velocemente e più lontano, esplorando e visitando più e più remote città ed edifici.

La stessa cosa è accaduta per i media che hanno subito un cambiamento molto accelerato. Appena vent’anni fa, si potevano vedere sulla carta stampata solo gli edifici che avevano superato l’occhio attento della redazione di una rivista. Ora con i social media, il consumo dell’architettura è diventato sia istantaneo che libero dai limiti geografici; ha trasceso insomma i limiti storici di tempo e spazio. Ciò significa che un selfie fatto a Seattle con la Seattle Public Library di OMA sullo sfondo diventa parte della nostra coscienza collettiva, e questo accade più velocemente e con più risonanza che con gli edifici del passato. Nonostante le sue forme radicali e la disposizione non ortodossa dei suoi spazi, la nuova biblioteca è diventata un’immagine rappresentativa di questa città.

Instagram, Facebook, e Twitter stanno alimentando la più grande rivoluzione in architettura dopo l’invenzione dell’acciaio, del cemento e dell’ascensore.
Ed è una rivoluzione multimediale.

In passato, gli architetti non hanno mai avuto un vero mezzo senza filtri attraverso il quale percepire la reazione del pubblico al loro lavoro. Dovevano necessariamente affidarsi ai critici. Ora, grazie a una comunicazione più veloce, le barriere che costringevano il dibattito architettonico sono state abbattute. Oggi, ogni persona che guarda un edificio può essere nello stesso tempo un utente, un fotografo di architettura e un critico con un pubblico a disposizione — anche se la critica è semplicemente un “Mi piace” o un “Ehi guarda, sono a Seattle!”.

Come molte altre professioni, l’architettura ha sofferto a lungo dell’essere un circolo chiuso. La mancanza di contributi esterni ha creato una particolare — e alcuni direbbero adorabile — sottocultura di personaggi con occhiali stravaganti e vestiti di nero che usano un linguaggio pomposo per descrivere luoghi quotidiani (tipo dire che un vicolo è “uno spazio liminale”). Parte di questa sottocultura è stata determinata dall’evoluzione degli stili e dei movimenti che genericamente hanno definito un’epoca: gli anni ’70 con il Brutalismo, gli ’80 con il Postmodernismo, i ’90 con il Decostruttivismo.

Lo stile che incarna il nostro momento attuale è lo sperimentalismo, e questo perché il circolo chiuso è venuto meno. Ho questa immagine nella mia mente: una cupola geodetica di Buckminster Fuller con architetti che fluttuano attorno in abiti neri e occhiali neri rotondi, parlando tra di loro. Poi arriva la gigantesca palla da demolizione dei social media a schiantarsi a più riprese su quella cupola fino a distruggerla. Magia! Ora c’è tutto un nuovo influsso di commenti e opinioni su edifici e luoghi.

I social media si sono infiltrati in quel mondo isolato dell’architettura e alla fine lo hanno distrutto. Per la prima volta nella storia, gli architetti oggi possono percepire e ascoltare il pubblico.

La prima crepa nel circolo chiuso si era manifestata agli albori del nuovo millennio, nel 1997, quando — ironia della sorte, data la sua recente dichiarazione — venne inaugurato il Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry. Internet si stava affermando, ma, come Paul Goldberger spiegò all’epoca, si trattò di “uno di quei rari momenti in cui critici, studiosi e il pubblico in generale erano tutti completamente uniti” nella loro opinione su un edificio: tutto lo adoravano. E si è visto: il turismo a Bilbao è aumentato del 2500% dopo l’inaugurazione del museo.

Bilbao si situa anche all’inizio di un’altra importante crisi nel mondo dell’architettura: la crisi dei cosiddetti “starchitect” (o archistar), i grandi nomi di fama internazionale. Anche chi non si interessa di architettura probabilmente ha sentito parlare di Zaha, Libeskind e Rem. E mentre i critici riflettevano sull’efficacia e le conseguenze di una professione basata su forti personalità, queste star globali dell’architettura hanno felicemente sfruttato il nuovo paesaggio mediatico.

Le archistar hanno capito che il pubblico desiderava che i progetti pubblici fossero innovativi. Man mano che costruivano, i sindaci di tutto il mondo si resero conto che le architetture più audaci riuscivano a dare maggiore risalto alle loro città su scala globale. Questo desiderio di novità ha accelerato in modo esponenziale e parallelo alla nostra capacità di condividere le informazioni. Dopo tutto, che gusto ci sarebbe a farsi un selfie a Seattle se Seattle fosse identica a Philadelphia?

La diffusione dei social media ha anche significato che l’estrema sperimentazione che una volta era appannaggio esclusivo dei grandi nomi dell’architettura è ora il movimento architettonico che definisce la nostra epoca.

Non c’è nessuna crisi dell’architettura. La percezione della crisi è solo un sottoprodotto della rottura del circolo chiuso. È solo un gigantesco rumore di risucchio. Se si ascolta attentamente, ci si rende conto che è stato generato da un gruppo di critici e opinionisti che si stanno misurando con un nuovo sistema in cui è il pubblico che decide. È un mondo senza uno stile dominante, che disorienta la vecchia guardia. Si tratta di una architettura che — a causa della fame del pubblico per le novità — è finalmente libera di creare soluzioni articolate e talvolta radicali per i problemi che la nostra società deve affrontare.

Gli architetti non sono gli artefici dell’età dell’oro dell’architettura; le persone e i clienti lo sono. I social media hanno risvegliato l’interesse del pubblico per l’architettura — e il tempismo non poteva essere migliore. Costruire cose ha assunto un nuovo e più elevato significato, perché l’architettura non è solo un’immagine della nostra società, ma la modella pure.

Ai miei colleghi architetti dico di continuare a immaginare e a lottare per progettare edifici migliori. Oggi c’è un pubblico che desidera ardentemente l’innovazione. Se lo ascoltiamo, invece di prestare attenzione alle voci che proclamano morte e distruzione, saremo in grado di cogliere l’opportunità di questa nuova età dell’oro. Ci aspetta un futuro incredibile.


Marc Kushner, AIA, è un architetto con un chiodo fisso: vuole fare amare a tutti l’architettura. Come partner nell’innovativo studio newyorkese HWKN (Hollwich Kushner) e come co-fondatore di Architizer, Marc è un designer affermato e un pioniere nell’industria dei digital media, sempre alla ricerca di nuovi modi per portare più persone non solo ad apprezzare ma a innamorarsi dell’architettura. Puoi vedere il TED talk di Marc sui 30 Anni di Storia dell’Architettura qui, o comprare il suo libro, The Future of Architecture in 100 Buildings, qui.


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