Una scheggia di luce

Nel mese di febbraio del 1929 Marianne Breslauer scattò questo autoritratto; stava per compiere vent’anni e viveva a Berlino.

La Berlino degli anni Venti è una città straordinaria, seconda solo a Parigi per vivacità intellettuale, culturale, possibilità di incontri. Ma probabilmente prima per trasgressività. I Goldene Zwanziger, i ruggenti Anni Venti di Berlino, sono stati un periodo straordinario: secondo Marsden Hartley, pittore e poeta statunitense che visse proprio in quegli anni nella città tedesca, “la vita a Berlino allora era al culmine della sua grandezza, al più alto grado di sofisticazione e di abbandono. Nessuno di noi aveva mai visto niente di simile prima”. E, tra le varie forme di vita non convenzionali, Berlino era la capitale dell’omosessualità: vi si stampavano 30 diversi periodici per omosessuali, il quartiere di Schöneberg pullulava di locali e teatri gay, e vi si celebrava una straordinaria gioia di vivere.

Marianne Breslauer nasce a Berlino il 20 novembre 1909, in una famiglia benestante e interessata all’arte. Il padre è un noto architetto e la giovane Marianne si interessa di pittura, ma la rivelazione le arriva da una mostra fotografica che visita nel 1925, a sedici anni: si tratta di una galleria di ritratti della fotografa Frieda Riess. Ottiene di iscriversi a una scuola di fotografia che frequenta per tre anni, completandola nel 1929 con una tesi sul ritratto fotografico, quindi proprio mentre sta lavorando alla sua tesi scatta questa immagine.

Una ragazza di 19 anni, colta, curiosa, certamente nutrita dalla scintillante e trasgressiva vita di Berlino, si mette in mostra davanti alla sua macchina fotografica.

Si sta esercitando su se stessa per la sua tesi? È possibile, anche se non ne sono del tutto convinto. Non ha l’aspetto di una sperimentazione, è troppo intenso e malinconico.

Non guarda in macchina. Lo sguardo rivolto alla sua destra in basso pare in realtà rivolto dentro se stessa, a colloquiare con un fantasma interiore che non le sta narrando una storia felice. I capelli si trasformano gradatamente in una massa scura, quasi un velo pesante che nasconde un occhio e parte della guancia. Vuole nascondere una parte di sé, una parte che è lei, ma che evidentemente la turba, forse addirittura la sta spaventando.

Le labbra sottili sono serrate. Nasconde dentro di sé il segreto, ed è pervicacemente decisa a non rivelare nulla.

Il collo sottile e snello ancora da adolescente si protende da una camicia decisamente maschile, un po’ sgualcita, le maniche rimboccate. E nella parte inferiore dell’immagine, un’ombra pare sollevarsi, in simmetria con l’ammasso nero dei capelli; probabilmente la macchina fotografica, posata su un cavalletto.

Nell’iride chiarissimo una scheggia di luce.

Quali sono i segreti che ha intravisto nel suo futuro e che non vuole rivelare a nessuno (neanche a se stessa)?

È come se Marianne si fosse ritratta da quella vita straordinaria di Berlino, da cui era indubitabilmente attratta, e si fosse fermata a contemplare il proprio futuro. Come se, per un’improbabile inversione temporale, lei stesse meditando assorta su quanto sente distintamente che le accadrà. Guarderà il mondo, il suo occhio da fotografa scruterà possibilità e mondi diversi, sarà abbagliata da una visione che la farà dubitare di se stessa, ma poi tutto rientrerà nell’ombra di una vita silenziosa, di chi ha provato esperienze troppo intense da cui non ci si può che ritrarre.

Noi, fortunati a vivere tanti anni dopo, qualcosa sappiamo.

Sappiamo che pochi mesi dopo aver terminato la scuola di fotografia si trasferirà a Parigi, entrerà in contatto con Man Ray che ama circondarsi di giovani allieve, modelle, amanti. Ma Marianne non si fa fotografare da lui, anzi, il sodalizio non dura a lungo, sembra che Man Ray la incoraggi a proseguire una ricerca per proprio conto. E Marianne lo fa, intraprendendo una doppia strada di ricerca.

La prima è percorsa con uno sguardo disinvolto e intraprendente su se stessa. Un autoritratto del 1930 la mostra mentre indossa un soprabito imbottito ma abbondantemente aperto sul corpo nudo. È un autoritratto alla specchio e lei compare con la macchina fotografica, grande formato, professionale. Le rotondità del mento, dei seni, del ventre giocano con il cerchio perfetto dell’obiettivo, come se fosse anch’esso parte di lei. Apparentemente lontanissimo dall’autoritratto di nove anni prima, ma attenzione: anche in questo dal basso si estende un’ombra, che di nuovo risale sul suo corpo, quasi a volerla lentamente ghermire. E il volto è di nuovo nascosto, questa volta anche di più, i capelli di nuovo formano un velo (lucente questa volta) che lascia intravedere solo la parte inferiore del viso. Le labbra ora sono leggermente socchiuse come se stesse sussurrando un segreto all’immagine capovolta di se stessa che sta guardando nel pozzetto della macchina.

L’altra strada la porta verso una giovane donna, Annemarie Schwarzembech, di un anno più vecchia di lei, svizzera, scrittrice, viaggiatrice, archeologa. Dichiaratamente omosessuale. La scheggia di luce del primo autoritratto. Marianne la conosce a Berlino, a cui fa ritorno dopo gli anni parigini, e il legame diventa subito fortissimo. Si frequentano assiduamente, viaggiano per l’Europa insieme, molto probabilmente si amano. Certamente Annemarie diventa il soggetto preferito di Marianne. I ritratti sono innumerevoli, e ci restituiscono quasi sempre l’immagine di una giovane donna bellissima, seria, malinconica, molto spesso vestita in modo maschile, con i capelli corti. Molti anni più tardi Marianne la descriverà così: Mi fece allora lo stesso effetto che faceva a tutti: uno strano miscuglio di uomo e di donna. Per me, corrispondeva all’immagine che avevo dell’arcangelo Gabriele in Paradiso. Non un essere vivente, ma un’opera d’arte.

Un fulgore che si riflette nell’occhio creando una scheggia di luce.

Ma Annemarie se ne andrà per la propria strada diretta a un destino tragico. Marianne sarà ancora per pochi intensi anni fotografa di moda e di reportage, ma con l’avvento del nazismo se ne andrà, dalla Germania e dalla fotografia. L’ombra inizia ad inghiottire la giovane Marianne. Sposerà un ricco mercante d’arte, vivrà ad Amsterdam e poi a Zurigo, e morirà il 7 febbraio 2001, a 91 anni. Lontanissima da quel desolato e straordinario autoritratto.

Aveva scritto durante i suoi viaggi: “Se camminando vuoi vedere qualcosa, non buttartici sopra con troppa curiosità. Finirà per sfuggirti.
 Dagli invece il tempo di guardarti…”


Bibliografia e sitografia

Dominique Laure Mermont, Una terribile libertà, Il Saggiatore, 2006 (ed. or. 2004)

Marianne Breslauer Photographs, a cura di Christina Feilchenfeldt, Nimbus Verlag, 2010

www.fotostiftung.ch

http://weimarart.blogspot.it

www.ilmitte.com

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